La scommessa che sottomise i campioni imbattuti
Salirono sul palco convinti che sarebbe stata solo una danza ridicola. Nessuno immaginò fino a dove fossero disposte a spingersi loro quel pomeriggio di fine corso.
Salirono sul palco convinti che sarebbe stata solo una danza ridicola. Nessuno immaginò fino a dove fossero disposte a spingersi loro quel pomeriggio di fine corso.
Fin da bambino i palloncini mi terrorizzavano e mi eccitavano in egual misura. Quel compleanno, chiuso in bagno, scoprii fin dove poteva spingermi quella contraddizione.
La conobbi a vent’anni e la desiderai in silenzio per più di un decennio. Quando ricomparve, capii che stavolta non mi sarei accontentato di guardarla.
Scesi al bacino per sfuggire al caldo e finii sdraiato sulla riva, incapace di muovermi, mentre le dita di una sconosciuta decidevano a quale ritmo mi sarei arreso.
Le offrii di controllarle la caviglia come medico. Lei accavallò la gamba, avvicinò il piede al mio viso e capii, in quell’istante, chi comandava davvero.
Erano giorni che non avevo sue notizie, sognando i suoi ordini. Quel pomeriggio varcai una porta che non dovevo e scoprii fin dove ero disposto ad arrivare.
Avevamo passato tutta la notte così, ma vederla di spalle, pronta a entrare in acqua, mi ricordò che anche la mattina aveva le sue regole.
Non avevo mai accettato un incarico del genere: lui voleva solo sedersi a guardare mentre altri mi usavano, e tenersi per ultimo ciò che lasciavano dentro di me.
Legata nella gabbia, Renata crede ancora che nessuno possa toccarla, certa che i suoi schiavi morirebbero per lei. Darío sorride: le mostrerà quanto vale quella lealtà.
«La pazienza è una virtù», disse senza alzare gli occhi dal caffè. E io, che da un mese non avevo il permesso di finire, capii che la prova iniziava lì.
Il baule nero aspetta al centro del salotto come una bara di plastica. Quando la cerniera della maschera risale sulla sua nuca, Tomás smette di essere un uomo e comincia a essere una cosa.
Quando gli chiesi di legarmi i polsi con il fazzoletto di seta, non sapevo che il vero gioco sarebbe iniziato con una parola di tre lettere: rosso.
Quando Damián sussurrò a Mateo che poteva avermi, qualcosa cambiò nel suo sguardo. La timidezza svanì e smisi di essere io a guidare il gioco.
Rodrigo gattonava dietro i suoi tacchi nei corridoi del castello, nudo e con il collare che gli serrava la gola. Quella era la colazione della regina.
Mi inginocchiai davanti a lei sul pavimento del cortile, con le sue scarpe da ginnastica in mano e il suo sguardo fisso su di me. Il sapore era il meno.