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Relatos Ardientes

La notte in cui mio padre mi guardò in un altro modo

Il pomeriggio si spegneva lentamente sul salotto della casa di mia zia. Io ero raggomitolata sul divano, con le gambe raccolte e un quaderno appoggiato sulle ginocchia, fingendo di andare avanti con il compito di storia. La verità è che non stavo leggendo nulla. La mia attenzione scivolava via, ancora e ancora, verso il televisore che mio cugino aveva lasciato acceso prima di uscire.

Trasmettevano uno di quei programmi notturni di dibattito, leggeri, in cui la gente parlava senza troppi filtri. La conversazione derivò verso le relazioni e il desiderio. Una donna rideva mentre un uomo, con voce pacata e sicura, disse qualcosa che rimase sospeso nell’aria del salotto.

—Alla fine, le donne come te sono fatte per essere il centro di tutto questo. Per essere guardate, per risvegliare ciò che gli uomini non possono fare a meno di provare. Siete il premio che molti sognano di reclamare.

Non erano parole volgari. Solo dirette, dette con quella naturalezza che fa muovere qualcosa dentro. La telecamera inquadrò per un istante la conduttrice: un sorriso trattenuto, un lieve rossore sulle guance. Io rimasi immobile, con la matita ferma tra le dita.

Non dissi nulla. Sentii solo un calore sottile estendersi dal petto al ventre, come se quelle parole avessero sfiorato qualcosa che ancora non conoscevo del tutto. Il mio sguardo rimase perso nello schermo per qualche secondo ancora, ma ormai non ascoltavo più le voci. Fatte per essere il premio. L’idea girava in tondo, morbida e persistente.

Quella notte, tornando a casa, mi fermai davanti allo specchio del bagno mentre mi lavavo il viso. L’acqua fredda mi scorreva sulle guance. Alzai lo sguardo e mi osservai con più attenzione del solito.

Le mie ciglia, lunghe e scure, proiettavano un’ombra delicata sugli occhi ogni volta che sbattevo le palpebre. I capelli neri cadevano umidi e pesanti sulle spalle, sfiorandomi la pelle del collo in un modo che mi fece venire un lieve brivido. Le mie labbra apparivano morbide sotto la luce bianca. Abbassai un poco lo sguardo: la blusa si adattava senza volerlo alla curva che il mio seno aveva preso negli ultimi mesi, segnando una silhouette che non era più quella della bambina di prima.

Rimasi lì più del necessario, semplicemente a guardarmi. Non era vanità. Era curiosità. Una sensazione nuova, calma ma insistente. Mi piaceva ciò che vedevo. Mi piaceva come i miei occhi sembrassero più profondi sotto la luce, come i capelli incorniciassero il mio viso, come il mio corpo fosse cambiato senza chiedermi il permesso. Ma non capivo perché guardarmi mi provocasse quel formicolio così particolare sulla pelle.

Chiusi il rubinetto e mi asciugai il viso lentamente. La frase del programma tornò nella mia mente mentre spegnevo la luce del bagno. Fatte per essere guardate, per risvegliare ciò che non si può evitare. Andai a letto con quell’idea che mi girava in testa. Non mi sentivo a disagio. Solo incuriosita, come se qualcosa dentro di me avesse iniziato a risvegliarsi molto lentamente, senza fretta, con un calore che ancora non sapevo nominare.

***

Gli anni passarono con quella quiete che hanno le cose importanti quando maturano in silenzio. Ora ho diciannove anni e vivo sola con mio padre. Mi chiamo Renata, anche se conta poco per quello che sto per raccontare. Mia madre se n’è andata qualche mese fa, avvolta in discussioni che riempivano la casa di voci alte e porte sbattute con forza. Il divorzio avanzava tra carte e silenzi imbarazzati.

Papà tornava tardi dal lavoro, cenava in fretta e si chiudeva nella sua stanza. Io facevo più o meno lo stesso: accademia la mattina e ritorno in una casa sempre più vuota. Ci incrociavamo nei corridoi come due inquilini educati che condividono lo stesso tetto e poco più.

Una notte, dopo una doccia tiepida, mi trovavo nella mia stanza. La lampada sul comodino proiettava una luce morbida e dorata. Mi sedetti davanti alla toeletta, ancora con la vestaglia leggera addosso, e cominciai a spazzolarmi i capelli con movimenti lenti.

Lo specchio mi restituiva il mio riflesso con chiarezza. Le mie ciglia lunghe ombreggiavano lo sguardo ogni volta che abbassavo le palpebre. I capelli scuri cadevano in onde morbide su una spalla, sfiorando il tessuto della vestaglia e la pelle del collo. Le mie labbra apparivano delicate, ancora umide dopo la doccia. La vestaglia aderiva con dolcezza al contorno dei miei seni e seguiva la linea della vita prima di aprirsi con discrezione sulle gambe incrociate.

Mi fermai un momento, la spazzola immobile nell’aria. Mi osservavo senza fretta. Non era uno sguardo rapido: era come se stessi riscoprendo il mio viso e il mio corpo poco a poco. Mi piaceva il modo in cui iniziavo a guardarmi, sentire la morbidezza della mia pelle sotto i polpastrelli. Mi piaceva come la mia silhouette si delineasse sotto il tessuto sottile, come la curva del seno salisse e scendesse a ogni respiro tranquillo.

Lasciai la spazzola sulla toeletta e lasciai che le mie dita scendessero lungo lo scollo della vestaglia. Spostai il tessuto con lentezza e le mie tette rimasero nude, rotonde, piene, con i capezzoli già tesi solo per il freddo della stanza e per il modo in cui io stessa mi guardavo. Mi accarezzai un seno con il palmo aperto, sentendolo caldo, pesante, mio. Pizzicai il capezzolo tra pollice e indice e una scossa breve mi scese dritta al cazzo. Mi sfuggì un gemito piano, roca, che sorprese perfino me stessa.

Non capivo fino in fondo quell’attrazione verso il mio stesso riflesso. Non era qualcosa che cercassi consapevolmente. Semplicemente accadeva. Ultimamente, ogni volta che passavo davanti a uno specchio, mi fermavo un po’ di più. Provavo un piacere silenzioso, intimo, nel notare come il mio corpo apparisse più bello: la dolce pienezza delle mie forme, la delicatezza dei lineamenti, quella presenza femminile che sembrava farsi più evidente col tempo.

La vestaglia scivolò appena da una spalla mentre mi sporgevo un poco in avanti. La pelle esposta appariva calda sotto la luce. Un sospiro lieve mi sfuggì dalle labbra senza che riuscissi a trattenerlo. Non fu un gesto calcolato. Solo una reazione naturale al sentire il contatto del tessuto e il mio sguardo che indugiava. Abbassai una mano sul ventre, sotto l’ombelico, e la feci scivolare tra le cosce. Al primo sfioramento delle dita contro le labbra della figa capii che ero già bagnata, inzuppata, scivolosa. Mi allargai con due dita e cominciai a carezzarmi il clitoride con movimenti circolari lenti, guardandomi fare tutto nello specchio. Vedere il mio viso mentre mi toccavo, le labbra socchiuse, le guance accese, era uno spettacolo nuovo e assuefacente. Inserii un dito, poi due, e li sentii entrare senza alcuna resistenza. Scoparmi davanti allo specchio, vedendo la mia mano lavorare tra le gambe mentre l’altra impastava una tetta, mi fece sfuggire un gemito più lungo. Venni piano, stringendo le cosce contro la mia mano, mordendomi il labbro inferiore per non fare più rumore. Le dita uscirono lucide di umore. Le guardai un istante e, senza pensarci troppo, me le portai alla bocca. Mi succhiai il mio sapore guardandomi negli occhi nel vetro.

Tornò a me, come tante altre volte, quella frase del programma di anni prima. Fatte per essere il centro, per risvegliare ciò che gli uomini non possono fare a meno di sentire. Allora non mi aveva offesa. Adesso, nella solitudine della mia stanza, con le dita ancora umide e la figa che pulsava piano, quell’idea tornava con un calore diverso. Non come qualcosa che mi definisse del tutto, ma come una domanda sospesa nell’aria: c’era qualcosa di vero in tutto questo? Era possibile che il mio corpo, i miei occhi, le mie labbra e il modo in cui tutto si univa avessero quel potere sottile e naturale?

Mi passai le dita tra i capelli, scostandoli dal collo. Il contatto sulla pelle sensibile mi provocò un lieve brivido che mi scese lungo la schiena. Rimasi a guardarmi negli occhi. Non mi sentivo audace né provocante. Solo curiosa. E quella curiosità portava con sé un calore lento, elegante, che si installava al centro del petto e si estendeva con dolcezza verso luoghi più profondi.

La casa restava in silenzio. Papà non era ancora tornato. Io ero ancora lì, davanti allo specchio, a scoprire poco a poco che mi piaceva guardarmi, che godevo di quell’immagine che il vetro mi restituiva, e che non capivo ancora del tutto perché mi piacesse così tanto.

***

Qualche settimana dopo, una notte, la casa era silenziosa quando sentii la chiave girare nella porta d’ingresso. Erano passate le undici. Io ero in salotto, seduta sul divano con le gambe raccolte, a scorrere il telefono senza troppo interesse. Indossavo dei shorts neri, un po’ aderenti, che seguivano la curva dei fianchi e lasciavano scoperta la maggior parte delle cosce. Sopra, solo una qualunque maglietta grigia, senza reggiseno sotto, con i capezzoli che appena si disegnavano contro il cotone sottile. Niente di speciale. Vestiti comodi per stare in casa.

Papà entrò con passo un po’ lento. Aveva bevuto un paio di bicchieri, non molti, ma abbastanza perché gli occhi sembrassero più pesanti e la voce più profonda. Chiuse la porta con cura e rimase un momento in piedi a guardarmi. Non disse nulla subito. Il suo sguardo percorse la mia figura con una lentezza non abituale: si fermò sulle mie gambe nude, sul modo in cui i shorts aderivano ai fianchi, su come la maglietta cadeva sul mio petto. Fu solo un istante, ma lo sentii con chiarezza.

—Renata —mormorò infine, con un sorriso stanco ma sincero—. Sei bellissima stasera. Tutta te. Non so come spiegarlo, ma sei davvero bellissima.

Arrossii. Non ero abituata a sentirglielo dire così. Mi alzai dal divano lentamente, sentendo il contatto del tessuto sulla pelle.

—Grazie, papà —risposi a bassa voce—. Stai bene? Vieni, ti aiuto ad arrivare in camera.

Lui annuì e mi porse la mano. Lo presi per il braccio con dolcezza e lo guidai lungo il corridoio. Il suo corpo si appoggiava un poco al mio, più pesante del normale. Entrando nella sua stanza, la lampada del comodino era accesa con una luce tenue.

—Vieni qui —disse lui con voce roca, aprendo le braccia—. Dammi un abbraccio. Oggi ne ho bisogno.

Esitai appena un secondo. Poi mi avvicinai. Le sue braccia mi avvolsero con una forza trattenuta, stringendomi contro il suo petto. L’abbraccio fu caldo, familiare, e qualcos’altro che non seppi nominare subito. Affondò lentamente il viso nel cavo del mio collo e respirò a fondo. Sentii il suo fiato tiepido contro la pelle, il leggero sfiorare del naso proprio sotto il mio orecchio. E contro il basso ventre, attraverso i pantaloncini, notai un rigonfiamento che cresceva, duro, insistente, premendo contro di me.

—È tanto tempo che non sto con una donna —sussurrò contro il mio collo, la voce bassa e carica—. Tanto tempo. Mi manca quel calore, quell’aroma dolce che ha solo una donna.

In quell’istante, qualcosa cambiò dentro di me. Mi resi conto, con una chiarezza improvvisa e perturbante, di quanto dovevo sembrargli bella. Solo per indossare quei semplici shorts, per il modo in cui le mie gambe restavano in vista, per la curva naturale del mio corpo sotto la maglietta. Compresi l’effetto che potevo provocare senza volerlo. Un calore dolce e confuso si diffuse nel mio ventre, lento e profondo, e notai come le mie mutandine iniziassero a bagnarsi dentro i shorts.

Provai ad allontanarmi un poco, ma l’equilibrio mi mancò. Caddero entrambi sul letto con delicatezza, lui mezzo sopra di me, il suo peso distribuito con cautela. Non fu brusco. Accadde soltanto. Il suo corpo coprì in parte il mio, caldo e solido. Sentii il viso affondare di nuovo nel mio collo, respirando con più intensità, e la sua lingua uscì appena per leccarmi la pelle proprio sotto l’orecchio. Un brivido elettrico mi attraversò dall’alto in basso. Il profumo della sua pelle, mescolato a una lieve traccia di alcol, mi avvolse completamente. Il suo cazzo, duro come una pietra dentro i pantaloni, si premeva contro la parte interna della mia coscia e io lo sentivo pulsare attraverso il tessuto.

Le sue mani scesero lentamente lungo i miei fianchi, sfiorando appena il tessuto dei shorts, e poi risalirono lungo l’esterno delle cosce. Il tocco fu breve, quasi accidentale, ma deliberato nella sua dolcezza. Sentii le dita accarezzarmi la pelle sensibile delle gambe, indugiando sul contatto, salendo ogni volta di un centimetro in più, fino ad arrivare al bordo dei pantaloncini e restare lì, tremanti, come se esitassero. Il suo bacino si mosse piano, strofinando il rigonfiamento contro la mia figa sopra i vestiti. La cucitura degli shorts mi si piantò proprio tra le labbra della figa e lo sfregamento mi strappò un gemito basso che non riuscii a trattenere. Mi uscì dalla bocca prima che potessi pensarci. Il mio respiro si fece più pesante. Una valanga di sensazioni contraddittorie mi investì: stupore, calore, una curiosità profonda su ciò che il mio stesso corpo stava risvegliando in lui, e in me.

Lui si mosse appena, uno sfregamento lento e trattenuto contro di me, spingendo il suo cazzo duro tra le mie cosce attraverso il tessuto, una, due, tre volte. Ogni spinta faceva sì che la cucitura degli shorts mi sfregasse il clitoride gonfio e io stringevo i denti per non gemere più forte. Sentii la sua mano chiudersi su una delle mie tette sopra la maglietta, il pollice passarmi sopra il capezzolo teso, e quella pressione goffa, ubriaca, mi bagnò ancora di più. Un ansimo basso gli sfuggì dalla gola, roca, soffocata. Poi si tese del tutto e un tremito gli percorse il corpo intero. Contro la mia coscia sentii un battito caldo e poi un’umidità tiepida che si diffondeva dentro i pantaloni, inzuppandoli. Sapevo, senza bisogno di parole, quello che era appena accaduto. Era venuto solo con quel contatto minimo, solo respirandomi il collo, accarezzandomi una tetta e strofinando il suo cazzo contro di me. Senza togliersi i vestiti. Senza cercare altro. Lo sperma di mio padre a scaldare il tessuto ruvido contro la pelle della mia coscia interna.

Restò immobile per alcuni secondi, respirando a fatica contro la mia pelle, con il cazzo ancora pulsante tra le mie gambe mentre finiva di svuotarsi. Poi si scostò lentamente, rotolando da un lato del letto. Il suo sguardo evitò il mio per un momento. Si passò una mano sul viso, come se cercasse di ricomporsi. La macchia scura all’inguine dei pantaloni era impossibile da nascondere.

—Scusa —mormorò appena, con la voce spezzata—. Non so cosa mi sia preso.

Si tirò su con difficoltà e uscì dalla stanza senza dire altro, lasciando la porta socchiusa.

Io rimasi lì, distesa nel suo letto, con il cuore che mi batteva forte e le mutandine intrise del mio stesso umore dentro i shorts. La pelle delle cosce mi bruciava ancora per il tocco delle sue mani, e sulla parte interna di una di esse potevo sentire ancora il calore umido del suo sperma attraverso il tessuto. Il mio collo conservava il calore del suo fiato e il segno invisibile della sua lingua. Mi invase una confusione profonda: lo sconcerto per ciò che era appena successo —era mio padre, e io ero in una specie di shock—, ma anche una consapevolezza nuova ed eccitante del mio corpo. Di ciò che poteva provocare con così poco. Di come la mia bellezza, così quotidiana per me, fosse bastata a far venire un uomo sopra di me senza spogliarmi, senza baciarmi, senza toccarmi quasi la pelle nuda.

Mi portai una mano al collo, proprio dove lui aveva affondato il viso, e scesi lentamente sul petto, sul ventre, fino a infilarla dentro i pantaloncini. Le dita sprofondarono nella mia figa inzuppata senza alcuno sforzo. Ero così bagnata che le sentii scivolare da sole tra le labbra gonfie. Cominciai a sfregarmi il clitoride con la punta del medio, in cerchi rapidi e disperati, respirando dalla bocca. Con l’altra mano mi alzai la maglietta e mi pizzicai un capezzolo duro, tirandolo con forza. Pensavo al suo respiro pesante contro il mio collo, al rigonfiamento duro contro la mia coscia, a come si era agitato sopra di me. Inserii due dita e le ricurvai, cercando quel punto che mi faceva impazzire. Veni quasi subito, mordendomi il braccio per soffocare il grido, tremando sul letto di mio padre, con il suo odore ancora attaccato al cuscino. Quando il tremito si calmò, tirai fuori la mano e la guardai. Le dita brillavano, appiccicose.

Non capivo fino in fondo quello che provavo. Ma quella notte, per la prima volta, la domanda di anni prima tornò con più forza che mai: ero davvero fatta per risvegliare quel genere di desiderio?

E la cosa più sconvolgente di tutte: perché una parte di me non voleva che quella sensazione sparisse così presto?

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