La zia Beatriz mi ha insegnato a obbedire nel suo seminterrato
Bussai sapendo che questa volta ero andato troppo oltre, e che la donna che avrebbe aperto non accettava scuse: solo obbedienza.
Bussai sapendo che questa volta ero andato troppo oltre, e che la donna che avrebbe aperto non accettava scuse: solo obbedienza.
Avevamo provato ogni gesto, ogni parola, ogni limite. Il gioco era nostro e soltanto nostro. Finché due sconosciute non sbucarono tra gli alberi e cambiarono tutto.
Credevo che arrivare nell’ora morta mi avrebbe protetto dagli sguardi. Non avevo fatto i conti con il fatto che sarebbero entrate a pulire proprio mentre uscivo dalla doccia.
La donna che mi ha incatenato in quella cantina non cercava piacere: voleva insegnarmi, colpo dopo colpo, che il mio corpo non mi apparteneva più e che la sua parola era l’unica legge.
Ogni volta che battevo la fiacca pagavo con ortiche, frustate e i suoi stivali infangati. E la cosa peggiore era che una parte di me ormai aspettava la punizione successiva.
Attraversò mura che nessuno aveva mai vinto per piantargli la spada. Lei schioccò solo le dita, e l’eroe scoprì chi comandava davvero su quel trono.
Quando la porta si riaprì, Rubén capì che la notte prima era stata solo l’inizio di ciò che quelle donne avevano in mente per lui.
Lavoro da anni tra i morti e credevo di aver visto tutto. Finché quell’uomo, disteso sul mio tavolo d’acciaio, non si mosse quando affondai il bisturi nel suo petto.
La prima volta che mi mise il collare capii che non c’era più ritorno: sarei sceso ogni volta che lei avesse chiamato, pronto a obbedire a qualsiasi ordine uscisse dalla sua bocca.
Aveva vent’anni scarsi, una moglie magra che nuotava sotto e occhi affamati che mi supplicavano senza saperlo. Quella sera gli insegnai chi comanda.
Gli dissi che quella sera non sarei uscita. Poi bussò alla mia porta con un vestito rosa in mano e quel sorriso che sapeva già mi avrebbe conquistata.
Mi trascinarono nella sala visite perché non rispettavo le regole. Non sapevano che era proprio quello che volevo: che finalmente qualcuno decidesse per me.
Quando la porta dello studio scricchiolò alle mie spalle capii che non eravamo soli, e che la donna nascosta nell’ombra non aveva alcuna intenzione di andarsene.
Quando l’aereo tremò e lei mi cadde addosso di colpo, sentii i suoi fianchi schiacciarsi contro il mio corpo. Nessuno dei due disse nulla, ma qualcosa era cambiato.
Il mio amico non le toglieva gli occhi di dosso. Io fingevo di infastidirmi, ma la verità è che capivo benissimo cosa provava guardandola.
Bastò sfilare il tacco dal tallone perché smettesse di guardarmi negli occhi. E io scoprii quanto potere potesse stare sulla punta di un piede.
Non riuscivo a smettere di guardarle gli stivali. Quando mi beccò, invece di allontanarsi, mi chiese se fossi uno di quelli che muoiono per baciare le suole.
Mi sono svegliata nuda tra i due, il corpo distrutto dalla notte prima, e dal contatto di quella riga verde sulla schiena ho capito che non avevano ancora finito con me.
Quando le portai le valigie e lei si chinò davanti a me senza il minimo pudore, capii che quei giorni sotto il mio tetto non sarebbero andati come li avevo immaginati.
Le dissi che ormai poteva farsi il bagno da sola. Lei abbassò la testa e sussurrò che aveva ancora paura. Non immaginavo fino a dove sarebbe arrivata quella doccia.