I gemiti dei vicini ci hanno eccitati
I gemiti dall’altra parte della parete mi lasciarono fradicia, e decisi di svegliare il mio uomo nel modo più sporco che conoscevo.
I gemiti dall’altra parte della parete mi lasciarono fradicia, e decisi di svegliare il mio uomo nel modo più sporco che conoscevo.
Entrai per avvertire che ero arrivato a lezione e la trovai a piangere sotto la doccia; quando mi guardò, il suo ordine fu semplice: —Togliti i vestiti.
Credevo che quella notte fosse stata unica, finché mi invitarono a casa loro e capii che volevano ancora usarmi, guardarmi e farmi venire di nuovo.
Da mesi mi salutava gentilmente, ma quella mattina calda scoprii nel riflesso del frigorifero che non mi guardava negli occhi.
Sono arrivata al motel dicendo che non volevo più andare avanti, convinta che avrei fermato tutto. Non sapevo quanto mi sarebbe piaciuto perdere quella discussione con me stessa.
Da anni fingevo con il mio ragazzo. Quella notte, dall’altra parte del bar, c’era l’unico uomo che sapesse davvero ciò che il mio corpo chiedeva.
Mi serviva solo un bagno in quel pomeriggio di caldo. Quello che quel vecchio dell’officina fece col cellulare mi lasciò in balia sua per giorni.
Mi sono seduta davanti, accanto all’autista, solo per curiosità: quella notte ho capito che certe decisioni si prendono senza pensarci troppo.
Le toccò il meccanico che aveva tenuto d’occhio dalla fila. Quando le passò il suo telefono «nel caso l’auto avesse problemi», sapevano entrambi che dell’auto importava poco.
Ci eravamo scambiati centinaia di foto, ma non era mai successo nulla di persona. Fino a quel pomeriggio di marzo in cui andai a prenderla e lei aveva già un piano.
Sono le tre e mezza del pomeriggio, senza mutande e con un piano chiarissimo in testa. Quello che non avevo previsto era chi mi avrebbe parlato dalla porta.
Non avevo mai lasciato che così tanti occhi mi scorressero addosso tutti insieme. E la cosa peggiore — o migliore — è che mio marito si godeva ogni secondo dal bancone.
La vidi scendere dalla macchina per spazzarsi le briciole dalla gonna e, senza saperlo, capii in quell’istante che ci restavano ancora molti chilometri e ben poche scuse.
Quando gli altri andarono al bar e restammo soli accanto alla piscina, mia zia mi fece una domanda che cambiò per sempre il modo in cui l’avrei guardata.
Mi chiese un’indicazione e lo accompagnai senza pensarci. Non immaginavo che minuti dopo sarei stato contro il muro di un edificio in costruzione con i pantaloni alle caviglie.
Pensavo fosse un dildo. Quando mi tolse la benda e vidi lo specchio, capii che da mesi mi stava preparando a qualcosa di molto diverso.
Quando mi chiese di togliermi la calzamaglia e coprirmi con l'asciugamano, pensai fosse una seduta come le altre. Le sue mani sull'adduttore mi dimostrarono il contrario.
Salii al secondo piano dell’autobus pensando di dormire sette ore filate. Dopo trenta minuti, un volto apparve tra i sedili e mi chiese dove stessi andando.
Mia moglie è uscita con le sue «amiche» e io sono andato a casa di Mauricio. Una telecamera, due coppie, e la domanda su chi dei due sarebbe stato più puttana quella notte.
Quando sono uscita dal bagno con tacchi, calze e baby doll rosso, la sua faccia ha detto tutto: non ero più la «figlia» del suo migliore amico, ero qualcos’altro.