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Relatos Ardientes

Quello che abbiamo fatto contro la porta senza svegliare nessuno

Eravamo entrambi sdraiati sul divano da un po’, ognuno con il cellulare in mano, senza dirci una parola. La cena si era trascinata più del previsto e i bambini si erano addormentati nel nostro letto da quaranta minuti. Nessuno dei due aveva avuto il coraggio di caricarli fino alla loro stanza. Non avevo sonno. Avevo quella specie di elettricità sulla pelle che arriva alla fine delle giornate lunghe, quando il corpo non vuole riposare ma qualcos’altro.

Mi alzai prima di lui. Camminai scalza lungo il corridoio e mi fermai davanti alla porta della stanza degli ospiti — quella notte avremmo dormito lì — con la fronte appoggiata al legno e gli occhi chiusi. Respirai piano. Sentii il rumore del telecomando che si spegneva, i scricchiolii del parquet, i suoi passi dietro di me. Non lo chiamai. Non ce n’era bisogno.

Mi abbracciò da dietro e mi baciò il collo. Io alzai le braccia sopra la testa e intrecciai le mani dietro la sua nuca, offrendomici tutta. Lui colse l’occasione. Le sue labbra scesero lungo la curva del collo fino alla spalla, piano all’inizio, poi con quell’intenzione che si riconosce senza parole. Io cominciai ad accarezzargli i capelli corti sulla nuca.

I baci diventarono caldi, umidi, prolungati. Sentivo il suo respiro rimbalzarmi sulla pelle. Già stavo chiedendo di più prima ancora che le sue mani si spostassero dall’addome al petto, e quando lo fecero, lo fecero con autorità. Indossavo la maglietta del pigiama senza reggiseno. Il tessuto sottile non nascondeva nulla. Ho i seni grandi e pesanti, con i capezzoli lunghi, e lui li conosce a memoria. Me li strinse interamente, prima sopra la stoffa, poi infilando le mani sotto. Cercò i capezzoli con i polpastrelli dei pollici e tracciò cerchi lenti finché non li rese duri.

—Così... —mormorò contro il mio orecchio.

Io strinsi i denti per non emettere alcun suono. I bambini dormivano a tre porte di distanza e la casa era silenziosa come un tempio. Appoggiai entrambe le mani sulla porta chiusa, allargai ancora di più le gambe dentro i pantaloni del pigiama e lasciai cadere la testa in avanti. Mi pizzicò un capezzolo con delicatezza, poi l’altro. Il secondo pizzico fu un po’ più forte. Lasciai andare un sospiro contro il legno e sentii le mutande bagnarsi in silenzio.

Feci scorrere la mano destra sul davanti del pigiama e mi toccai sopra la pancia, piano, preparandomi il terreno. Non avevo fretta. O sì, ce l’avevo, ma volevo allungare ogni minuto. Sentii il suo rigonfiamento duro premuto contro il mio culo. Lo cercai con il bacino, spinsi indietro, mi strofinai contro di lui come una gatta.

Lui capì subito. Portò entrambe le mani davanti, mi massaggiò i seni direttamente sulla pelle, senza stoffa in mezzo, con quel misto di delicatezza e fermezza che solo gli anni insegnano. Stringeva forte e mollava al momento giusto, prima di farmi male. Il mio corpo rispondeva a ogni stretta.

Gli afferrai una mano e gliela guidai al bordo dei pantaloni. Lui scese da solo, ma non del tutto: si abbassò i pantaloni all’altezza delle cosce, quanto bastava perché io non potessi chiuderle. Poi prese l’elastico delle mie mutande e tirò un po’ verso l’alto, infilandomele tra le natiche. La stoffa mi si conficcò sulle labbra bagnate e non riuscii a trattenere un gemito sommesso contro la porta. Avevo la vulva completamente depilata, liscia fino all’ultimo centimetro, e ogni sfregamento della stoffa contro il clitoride mi faceva rizzare la schiena.

Cominciai a sfregarmi sopra le mutande bagnate. Piano. Premetti il clitoride con due dita in cerchio e sentii il lieve fruscio quasi impercettibile del tessuto bagnato ogni volta che esercitavo pressione. Lui non smise di impastarmi un seno con una mano, mentre l’altra si occupava della mia natica, aprendola, stringendola, segnandola. Pensai di girarmi e divorargli la bocca, ma non volevo spezzare il ritmo.

Appoggiai la fronte al braccio sinistro, che tenevo premuto contro la porta, e allargai un po’ le dita per infilarle sotto la stoffa. Feci scorrere un dito dall’ingresso al clitoride, andata e ritorno, finché non lo lubrificai bene. Ero fradicia. Non esagero. Il tessuto delle mutande era così bagnato che sembrava appena uscito dall’acqua.

Lui si accorse di quello che stavo facendo e abbassò la mano fino a incontrare la mia. Senza dire una parola, mi spostò le dita, afferrò le mutande e me le abbassò completamente fino alle cosce. L’aria fredda del corridoio mi leccò la vulva bagnata e quasi mi sfuggì un altro sospiro.

Lo sentii abbassarsi. Sentii che si metteva in ginocchio dietro di me e il calore del suo respiro contro l’inizio delle mie natiche. Mi afferrò i fianchi e mi tirò un po’ all’indietro, costringendomi ad arcuare ancora di più la schiena. Io allargai le gambe quanto me lo consentivano i pantaloni, che non era molto.

Con entrambe le mani mi aprì le natiche. Poi, con i pollici, mi separò le labbra della vulva. Rimasi immobile, attenta a ogni movimento. Non vedevo nulla perché avevo la guancia appoggiata al legno, ma potevo sentirlo guardare. Sentivo l’aria entrarmi da tutte le parti.

Il primo dito entrò senza sforzo. Ero così bagnata che sentì appena resistenza. Lo spinse fino in fondo e rimase un secondo lì, a premere, prima di tirarlo fuori e sfiorarmi il clitoride con la punta. Io strinsi la mandibola per non gemere.

Tornò all’ingresso e questa volta furono due dita. La mia reazione fu automatica: aprii le gambe il più possibile e spinsi il culo all’indietro. Li mosse piano all’inizio, dentro e fuori, mentre con l’altra mano mi stringeva una natica con forza. Sentii i denti sull’altra. Mi morse, piano, dopo aver segnato la pelle con le labbra.

Accelerò il ritmo delle dita. Io ero al limite. Abbassai di nuovo la mano e mi toccai il clitoride con movimenti circolari rapidi, senza premere troppo. Non volevo arrivare ancora. Volevo prolungarlo.

Quando mi toccai, le mie dita urtarono le sue. Lui si fermò un secondo, le sentì, e poi fece qualcosa che non mi aspettavo: mi afferrò la mano, mi guidò le dita fino all’ingresso della mia stessa vulva e me le infilò insieme alle sue. Quattro dita dentro di me. Le mie, le sue, tutte insieme.

Rimanemmo così un momento, muovendole piano, sentendo come si sfioravano dentro il mio corpo. Era una sensazione stranissima e allo stesso tempo elettrizzante, quell’intimità impacciata di toccarti e farti toccare nello stesso momento, nello stesso punto, con la stessa intenzione. Appoggiai la fronte alla porta e cominciarono a cedermi le ginocchia.

Quando ritirammo le dita insieme, io rimasi con le mie sul clitoride e lui fece un’altra cosa. Mi aprì le natiche con entrambe le mani e mi passò la lingua sull’ano. Piano, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo. Non gli avrei mai chiesto una cosa del genere apertamente, ma in quel momento, arrapata fino all’ultimo nervo, lo lasciai fare quello che voleva.

Tornò a infilarmi due dita nella vulva mentre mi teneva una natica e continuava a leccare. Mi attraversò un brivido da capo a piedi. Un tremito mi percorse dai talloni fino alla nuca.

Poi si mise interamente tra le mie gambe. Lo sentii passare sotto il culo, sistemarsi, mettersi dove voleva. La sua lingua mi ripulì la vulva dall’alto in basso con un solo lungo passaggio. Poi si concentrò sul clitoride e cominciò a succhiarlo con delicatezza mentre le due dita restavano dentro, muovendosi piano.

Non ce la facevo più. Gli afferrai la testa con la mano libera e lo strinsi contro di me. Lui capì: cominciò a succhiare più forte, a muoversi più in fretta. Tirai il suo pelo, ondeggiai i fianchi contro la sua bocca, mi soffocai con il mio stesso respiro. Lasciai andare la mano dai suoi capelli e mi afferrai a un seno attraverso la maglietta, strinsi il capezzolo tra due dita fin quasi a farmi male.

Non potevo fare rumore. Non potevo. I bambini dormivano a tre porte di distanza.

Mi si allentarono le gambe. Un crampo elettrico mi salì dai polpacci, dalle cosce, fino a conficcarsi nel basso ventre. Alzai la testa, spalancai la bocca e lasciai uscire un gemito soffocato contro il legno della porta. Venni. Venni in silenzio, con gli occhi chiusi, con tutto il corpo che tremava e la fronte incollata al legno freddo.

Mi ci volle un minuto lungo per tornare a respirare normalmente.

Quando lui si alzò da terra, io mi girai e gli baciai la bocca. Lo baciai come non lo baciavo da mesi. Sapeva di me, di desiderio, di fiducia antica. Risi piano contro le sue labbra, ancora stordita, grata, e gli sussurrai all’orecchio quello che gli avrei fatto io un altro giorno, quando i bambini avrebbero dormito lontano e la porta della stanza degli ospiti sarebbe stata chiusa.

Questa volta toccava a lui essere generoso. La prossima tocca a me.

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