Lo sconosciuto che mi ha fatto oltrepassare la mia linea rossa
Gli mandavo colpi da mesi senza risposta. Quella mattina rispose con due parole che mi misero in ginocchio ancora prima di aprirgli la porta.
Gli mandavo colpi da mesi senza risposta. Quella mattina rispose con due parole che mi misero in ginocchio ancora prima di aprirgli la porta.
Quando mi afferrò per il braccio all’uscita, capii che non cercava delle scuse. Cercava uno schiavo, e io ero già in ginocchio prima ancora che lo chiedesse.
È bastato che lei guardasse i miei piedi nudi sulle piastrelle fredde per capire, prima di me, in che tipo di uomo potevo trasformarmi se me lo ordinava.
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Arrivò dall’allenamento con l’uniforme ancora addosso, mi guardò dall’alto e capii che quel pomeriggio qualcosa tra noi sarebbe cambiato per sempre.
Ho imparato a contare le ore fino a quando si addormentava. Solo allora, nel buio del letto a castello, i suoi sandali erano miei e nessuno poteva vedere cosa ci facevo.
Arrivai a casa sua per un lavoro di scuola e la trovai con le infradito. Da quel momento non riuscii più a guardarla negli occhi senza pensare ai suoi piedi.
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Sono entrato nel master senza conoscere nessuno. È bastato che lei accavallasse le gambe e si sfilasse un sandalo perché smettessi di pensare al resto.
Per anni ho inseguito questo momento in aeroporti e treni, ma non avrei mai immaginato che una sconosciuta mi avrebbe lasciato adorare i suoi piedi nudi in volo.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Si addormentò davanti alla TV e sapevo di non dovermi avvicinare. Ma i suoi piedi nudi sul divano erano un invito che aspettavo da mesi.
Quando trovai una delle sue scarpe dimenticata nello spogliatoio, avrei dovuto lasciarla dov’era. Invece attraversai mezza città per restituirgliela, e tutto andò storto.
Per anni ho fantasticato di servire una donna che mi volesse ai suoi piedi. Renata non fingeva di dominare: lo faceva con una calma che mi toglieva il fiato.
Le offrii di controllarle la caviglia come medico. Lei accavallò la gamba, avvicinò il piede al mio viso e capii, in quell’istante, chi comandava davvero.
Erano giorni che non avevo sue notizie, sognando i suoi ordini. Quel pomeriggio varcai una porta che non dovevo e scoprii fin dove ero disposto ad arrivare.
Attraversai quella porta convinta di conoscere i miei limiti. Tre ore dopo capii che li stavo appena scoprendo, tremando tra la paura e voglie che non sapevo nominare.
Aprii la porta aspettando la cena e mi trovai davanti una ragazza minuta, le unghie dipinte di rosso e un sorriso che diceva molto più di «buonasera».
Le legai la benda con cura e le chiesi di sentire soltanto. Non sapeva che dietro la tenda c’era qualcun’altra ad aspettare il suo turno.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.