Tre sconosciuti nella sauna mi hanno fatto toccare il cielo
La trasformazione che mi ha cambiato la vita è iniziata a trentadue anni. Fino ad allora ero stato un tipo trascurato: sovrappeso, rasato a zero fin dai ventitré perché la calvizie mi aveva battuto sul tempo, e con una pelle così pallida che sotto certe luci sembrava traslucida. Il mio riflesso nello specchio non mi piaceva e, peggio ancora, si vedeva. Non rimorchiavo, non avevo contatti fisici con nessuno e la mia autostima strisciava per terra.
Un qualsiasi lunedì decisi che era finita. Mi iscrissi a una palestra vicino a casa, iniziai una dieta rigida e lasciai crescere la barba per la prima volta. In meno di un anno i risultati erano evidenti. Non sono diventato un modello da rivista, resto basso e dalla corporatura minuta, ma l’addome si è definito, le braccia si sono indurite e la barba scura mi dava un’aria che non avevo mai avuto. La gente ha cominciato a guardarmi. Uomini che prima mi ignoravano ora sostenevano il mio sguardo per un secondo di troppo. Quel secondo cambia tutto.
La nuova sicurezza mi portò in posti nuovi, e uno di questi fu la sauna. All’inizio ci andavo con il cuore a mille, mi sedevo in un angolo e a malapena osavo alzare lo sguardo. Ma pian piano ho perso la paura. Diventai un assiduo, un habitué delle notti di venerdì e delle ore piccole dopo essere uscito a fare festa. Con il tempo imparai i codici, i silenzi, le regole non scritte. E fu in quel periodo, ormai con la disinvoltura del veterano, che vissi la notte che ancora oggi mi toglie il sonno.
***
Entrai come qualsiasi altro giorno. Asciugamano, chiave dell’armadietto, preservativo in mano. Mi diressi prima verso la piscina, che in quella sauna era uno spazio lungo e stretto, quasi un corridoio di acqua tiepida, con sedute in muratura ai lati e l’unica illuminazione che veniva dalle luci sommerse. I corpi erano tagliati da ombre bluastre. Gli uomini si disponevano lungo i bordi, seduti uno di fronte all’altro, guardando verso il centro come spettatori di un teatro senza palco.
Il codice è semplice per chi non lo conosce. Ti siedi accanto a qualcuno che ti attrae e avvicini la gamba. Se non la ritira, gli appoggi la mano sulla coscia. Se non la sposta nemmeno allora, sali. Così pulito, così diretto. Senza parole, senza app, senza messaggi prima. Solo pelle e decisione.
Quella sera mi sedetti accanto a un ragazzo moro, con i capelli cortissimi, i peli sul petto e una pancetta morbida che a me risulta tremendamente attraente. Non ho mai avuto un tipo definito; se un uomo mi tratta bene e mi desidera, lo desidero a mia volta. Ma quello aveva qualcosa, una calma nel modo in cui stava seduto, come se il mondo esterno non esistesse.
Gli sfiorai la gamba con la mia. Aspettai. Non la tolse. Posai la mano sulla sua coscia, lentamente. Neanche allora si spostò. Iniziai a salire, accarezzando il pelo umido della sua pelle fino a trovare la base del suo cazzo. Era duro. Ben proporzionato, grosso senza essere intimidatorio. Lo afferrai e cominciai a muoverlo con delicatezza. Lui cercò il mio e lo trovò già pronto. Grazie al cielo, pensai, perché quel momento mi provoca sempre un assurdo picco di ansia.
Ci masturbammo a vicenda per un po’, senza fretta, con il respiro sempre più pesante. Siccome non potevamo parlare senza rompere quell’atmosfera, ci baciammo. Aveva labbra piene e baciava con fame trattenuta, mordicchiando appena il mio labbro inferiore ogni tanto. Stavo quasi per perdermi in quel bacio e dimenticare che eravamo in un luogo pubblico.
Allora ne entrarono altri due.
Uno era alto e magro, con la testa rasata e occhiali dalla montatura sottile; l’altro più robusto, con una barba folta e anch’egli con gli occhiali. Si sedettero di fronte a noi e cominciarono a parlare a bassa voce. Sembravano amici, a loro agio l’uno con l’altro. Il mio compagno moro e io ci scambiammo uno sguardo che non aveva bisogno di traduzione. Distendemmo le gambe sotto l’acqua fino a sfiorare le loro. Loro non esitarono: si alzarono, attraversarono la piscina e in pochi secondi eravamo in quattro a baciarci, due coppie speculari, la luce dell’acqua che tingeva tutto di blu.
L’addetto alle pulizie apparve alla porta con la faccia di uno che ne aveva viste troppe nella vita. Con una gentilezza che sfiorava la rassegnazione ci chiese di ricordare che in piscina non si poteva fare quello. Ci guardammo tutti e quattro. Non servì dire nulla. Ci alzammo e camminammo, gocciolando, verso i cubicoli in fondo.
***
Lungo il tragitto seppi due cose: che l’alto e il barbuto erano effettivamente amici da anni, e che il moro era colombiano, di Barranquilla. Si chiamava Andrés, o almeno così disse.
Entrammo nel cubicolo, poco più di un materasso rivestito di vinile, pareti strette e una porta che non si chiudeva del tutto. Il barbuto prese il comando con naturalezza, come se organizzare queste cose facesse parte del suo carattere.
—Attivo o passivo? —chiese indicando Andrés.
—Attivo —rispose lui con un sorriso.
—E tu? —chiese all’alto.
—Attivo anch’io.
Il barbuto rise.
—Anch’io, attivo.
I tre si voltarono verso di me. Ricambiai lo sguardo dal basso perché già mi stavo lasciando cadere all’indietro sul materasso, con le gambe divaricate e un sorriso che doveva essere osceno.
—Io no —dissi semplicemente.
Non posso credere alla fortuna che ho, pensai mentre sentivo il vinile fresco contro la schiena. Tre uomini attivi e io pronto a riceverli tutti. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo in gola.
—Tutti hanno il preservativo? —chiese l’alto, sempre corretto. Ne mancava uno, quindi uscì a prenderlo alla reception. Io avevo già le gambe alzate, impaziente. Il barbuto, con un gesto cavalleresco che mi fece sorridere, cedette il turno ad Andrés.
Andrés si inginocchiò tra le mie gambe. Mi aprì ancora di più le cosce con le mani, guardò il mio culo già pronto e fece scivolare la punta del cazzo sulla mia apertura, umida e sensibile, facendomi tremare prima ancora di spingere. Ce l’aveva grande, più di quanto avessi calcolato in piscina, ma ero così eccitato e così rilassato che quando premette entrò di colpo, fino in fondo, strappandomi un gemito acuto che mi si spezzò in gola. Sentii la fitta iniziale, quella miscela di dolore e sollievo che dura appena un secondo e poi si trasforma in una pienezza brutale. Mi afferrò per le spalle e cominciò a muoversi, prima piano, poi più a fondo, mentre mi baciava con la bocca aperta, inghiottendo i miei gemiti. Il suo peso su di me, l’odore della sua pelle, il suono umido di ogni affondo. Io gli conficcavo le dita nella schiena e gli chiedevo di più con i fianchi, inarcandomi per riceverlo tutto, inghiottendo ogni colpo del suo cazzo come se mi stesse accendendo da dentro.
L’alto tornò nel cubicolo con il preservativo e restò lì a guardare insieme al barbuto. Potevo sentire i loro occhi su di noi mentre Andrés mi scopava con un ritmo che cresceva, sempre più intenso, sempre più profondo. Mi sfiorava il culo con le palle a ogni oscillazione, e io persi la nozione del tempo tra l’attrito, l’umidità e la pressione del suo corpo che si conficcava nel mio. Esisteva solo il suo cazzo dentro di me e le mie mani che gli stringevano la schiena e la nuca, chiedendogli di non fermarsi.
Venì con un lungo ringhio, schiacciandomi contro il materasso, con il corpo teso e il respiro spezzato. Quando uscì da me sentii subito il vuoto, un buco caldo che mi fece avere un piccolo spasmo di frustrazione. Si tolse il preservativo, si sedette accanto a me e si lasciò andare contro la parete, col respiro pesante e un sorriso soddisfatto.
Il barbuto prese il suo posto senza darmi il tempo di riprendermi. Era più massiccio, con mani larghe e ruvide. Il suo cazzo era un po’ più corto ma grosso, e dopo Andrés entrò con una facilità che mi strappò un gemito di sollievo. Ma il suo stile era diverso. Mi afferrò per i fianchi, mi sollevò un po’ dal materasso e mi scopò con forza, senza delicatezza, come se stesse scaricando qualcosa che tratteneva da molto tempo. Ogni spinta mi strappava un colpo secco nel ventre e uno scossone caldo lungo la colonna vertebrale. Ero in estasi. La sua punta sbatteva dentro di me con una brutalità deliziosa, e le mie unghie gli si conficcavano nei bracci mentre gli chiedevo ancora, più forte, più a fondo, fino a sentire tutto il mio corpo vibrare al ritmo delle sue spinte.
Girai la testa e vidi il cazzo di Andrés all’altezza della mia bocca, appoggiato mezzo duro sulla sua coscia. Lo volevo. Stesi la mano e lo afferrai, tirandolo verso di me. Andrés guardò il barbuto come chiedendo il permesso.
—Vai —disse il barbuto senza smettere di spingere—. Ha bisogno di succhiare.
Andrés si avvicinò e me lo mise in bocca. Aveva quel sapore di lattice del preservativo, mescolato al calore della sua pelle e al sudore salato che gli colava sul pube, ma non me ne importava: lo succhiai con fame, passando la lingua sulla cappella, inghiottendolo il più possibile, mentre il barbuto continuava a farmi a pezzi da sotto. Mi riempii la bocca con il cazzo di uno e il culo con quello dell’altro, e la combinazione era così brutale da farmi vedere nero per un istante. La sensazione di essere pieno da entrambi i lati contemporaneamente era qualcosa che non avevo mai provato. Ogni terminazione nervosa del mio corpo era in fiamme, ogni colpo mi strappava un gemito diverso, più sporco, più spezzato.
Il barbuto finì con uno spasmo che sentii propagarsi fino alle costole. Rimase piantato per un secondo, premendomi con il petto contro il mio, mi baciò il collo con il respiro ridotto a uno schifo e lasciò il posto al suo amico.
L’alto fu diverso dagli altri due. Delicato, quasi tenero. Il suo cazzo era lungo e sottile, e lo maneggiava con precisione chirurgica, entrando e uscendo piano, baciandomi come se fossimo soli in un letto e non in un cubicolo di sauna con due tipi a guardarci. Mi aprì ancora di più le gambe, mi tenne per la vita e mi scopò con una pazienza che mi faceva impazzire in un altro modo, più profondo, più insopportabile, perché ogni affondo lento mi sfiorava dentro con una precisione crudele. Gli sussurravo all’orecchio di non fermarsi, di scoparmi, di restare dentro di me per sempre. Lui appoggiò la fronte contro la mia e continuò con quel ritmo lento e profondo che mi stava facendo impazzire in un modo più intimo, più insopportabile.
Venì dentro il preservativo con gli occhi chiusi e un sospiro che suonò quasi come gratitudine.
***
Io galleggiavo. Avrei potuto andare avanti tutta la notte. E il barbuto lo vide sulla mia faccia.
—Questo ne vuole ancora —disse, e prima che potessi rispondere era già di nuovo duro, già si stava mettendo un altro preservativo, già stava entrando di nuovo dentro di me. Questa volta mi sollevò quasi del tutto, tenendomi per la schiena, con le mie gambe agganciate alla sua vita. Sentivo il suo sudore cadere sul mio petto, i suoi baci scomposti sul collo e sulla mandibola, il suo cazzo entrare ancora e ancora con un’angolazione che mi faceva vedere le stelle. Mi apriva a ogni stoccata, mi riempiva fino in fondo, e io mi aggrappavo a lui come se fosse l’unica cosa solida al mondo.
Non volevo che finisse mai.
Ma finì. Venì per la seconda volta e mi lasciò ricadere sul materasso con delicatezza. Mi portai la mano al cazzo, mi bastarono tre o quattro movimenti e venni con tanta forza che il primo getto mi arrivò sul petto. Rimasi disteso, ansimando, con gli occhi chiusi e la certezza di aver appena vissuto qualcosa che non si ripete.
Uscimmo dal cubicolo uno dopo l’altro. Credo ci siamo stretti la mano, o forse ci siamo dati un abbraccio impacciato con gli asciugamani addosso. Non lo ricordo. Quello che ricordo con assoluta chiarezza è ogni secondo di quello che è successo lì dentro.
Ancora oggi mi masturbo pensando a quella notte. È stata perfetta.
