La notte in cui accettammo lo scambio
Conobbi Marina durante una passeggiata accanto a un torrente asciutto, di quelli in cui si salta da una pietra all’altra per non slogarsi una caviglia. Lei scivolò, lasciò sfuggire un grido e riuscii ad afferrarla per la vita prima che finisse a terra. Il suo corpo urtò contro il mio, i nostri visi rimasero troppo vicini e il bacio venne da sé, impacciato all’inizio, lungo subito dopo. A volte penso che siamo ancora dentro quell’abbraccio.
Dopo un po’ andammo a vivere insieme e cominciammo a inventarci piccole abitudini di coppia. La più strana era quella del bicchiere: quando cenavamo da soli, ne mettevamo uno solo sul tavolo e bevevamo entrambi da lì. Non ne parlammo mai, era semplicemente successo il primo giorno ed era rimasto. Per anni mi sembrò il segno che tra noi ci fosse qualcosa di speciale.
Poi arrivò la routine, come arriva per quasi tutte le coppie. Non fu una tragedia, soltanto un lento logoramento. Alcune sere ero stanco, altre lei non ne aveva voglia e, senza rendercene conto, le scopate cominciarono a diradarsi più di quanto ci piacesse ammettere.
Per tornare ad accenderci, iniziammo a parlare di fantasie. All’inizio erano sciocchezze, giochi a letto, storie improvvisate per eccitarci e finire a scopare. Marina capì subito che, se mi dipingeva una scena con altra gente, mi si rizzava in pochi minuti.
Una sera mi raccontò che, anni prima, aveva fatto la doccia con una sua amica, Nora. Secondo lei si erano insaponate a vicenda, si erano toccate le tette ridendo e poco altro. Io le chiesi dettagli come un disperato. Quale mano era scesa per prima, chi aveva guardato chi, se si erano sfiorate la fica, se una delle due aveva gemito. Finimmo per scopare con lei sopra di me, mentre mi descriveva all’orecchio quella doccia per metà reale e per metà inventata.
Quando vide l’effetto che mi faceva, si spinse oltre. Un’altra sera ampliò la storia e mise nella vasca quattro persone: lei, Nora e due amici di quell’amica. Mi raccontò che erano seduti in fila, uno tra le gambe dell’altro, con la scusa di insaponarsi a turno. Sapevo che stava inventando tutto lì per lì, ma non m’importava. Mi eccitava sentirla dire che con una mano lavava il cazzo di quello davanti mentre quello dietro le apriva le gambe e le infilava le dita piene di schiuma.
—E ti piaceva? —le chiesi quella volta, con il cazzo già duro sotto il lenzuolo.
—Se me lo immagino, sì —rispose—. Se quello dietro sapesse toccare bene, certo che mi piacerebbe.
—E gli faresti una sega?
—Se gli si fosse rizzato per colpa mia, non lo lascerei così.
Fu sufficiente. Le spostai la biancheria, le aprii le cosce e cominciai a toccarle il clitoride mentre lei continuava a costruire la scena. Mi diceva che uno le palpava le tette, l’altro le infilava due dita e Nora guardava, comandando, ridendo, incoraggiandoli a continuare. Io la facevo parlare e in cambio la scopavo più forte. Le nostre scopate migliori di quel periodo nascevano così, da bugie utili.
C’era anche una donna reale dentro le mie fantasie: Lidia, un’amica del gruppo. Non era la più bella, ma aveva un corpo che si notava anche vestito e un modo di guardarti che sembrava un invito permanente. Una volta, mezzo ubriaco, rimasi a parlare con lei su una terrazza.
—Ho un dubbio —le dissi—. Quando conosci qualcuno, ti immagini mai come sarebbe andarci a letto?
Lei rise prima di rispondere.
—Sì. Non con tutti, ma mi capita.
—È capitato anche con me?
Si portò il bicchiere alle labbra, ancora sorridendo.
—Qualche volta, sì.
Quella sera non successe nulla, ma quella risposta mi rimase dentro come una brace. Non stavo davvero cercando di rimorchiarla; volevo solo confermare che il desiderio andava e veniva in tutte le direzioni. Eppure, da allora, più di una volta me la immaginai nuda.
Il gioco salì di livello quando cominciammo a fare nomi precisi. Non erano più sconosciuti sfocati nelle nostre fantasie, ma persone reali. Amici. Amici intimi.
—Ti sei mai immaginata con qualcuno che conosco? —chiesi a Marina una sera.
Esitò così a lungo che pensai non avrebbe detto nulla. Ma alla fine lo disse.
—Con Darío.
Darío era stato mio amico prima di diventare amico di entrambi. Alto, sicuro di sé, di quei tipi che sembrano sempre a proprio agio mentre occupano spazio. Sentii una strana fitta quando udii il suo nome, ma l’eccitazione fu più forte.
—E cosa ti sei immaginata?
—Che mi toccava —disse quasi in un sussurro—. Che mi apriva le gambe e mi faceva venire con la mano prima di mettermelo dentro.
Le portai la mano tra le cosce.
—Qui?
—Sì.
—E così?
—Sì... così.
Quella notte venne due volte immaginando Darío, mentre io la masturbavo e poi la penetravo chiedendole se lui lo avrebbe fatto più lentamente, più forte, più a fondo. Quando finimmo, ansimanti e appiccicati l’uno all’altra, tirai fuori l’idea che mi girava in testa da tempo.
—Se immaginarlo ci fa questo effetto, prima o poi dovremo farlo davvero.
Lei scosse la testa.
—Fantastico volentieri. Portarlo nella realtà, invece, non so.
Ma il seme era stato piantato.
***
Avevamo un gruppo di amici che si riuniva spesso nella grande casa di Darío. Era il tipico padrone di casa perfetto: cibo, bevande, musica e un’irritante facilità nel far sembrare tutto spontaneo. Lì conoscevamo meglio tutti, soprattutto Bruno e sua moglie Elisa.
Bruno parlava di sesso con una disinvoltura che a volte sembrava spacconeria e a volte confessione. Una sera rimanemmo noi tre a bere in cucina mentre gli altri erano in terrazza. Non so chi avesse aperto l’argomento, ma finimmo a parlare di fantasie con altre persone.
—Marina e io ogni tanto fantastichiamo sugli scambi —dissi, fingendo che fosse un’idea buttata lì.
—Anche Elisa e io ci abbiamo giocato —rispose Bruno senza vergogna—. Mai fino in fondo, ma il prurito c’è. E se un giorno si combinasse qualcosa, io non mi tirerei indietro.
Darío scoppiò a ridere.
—Se lo fate davvero, io mi prenoto per primo.
—E Elisa?
—Elisa la conosco —disse Bruno—. All’inizio avrebbe paura, ma sarebbe anche curiosa. Molto.
L’alcol faceva il suo lavoro. Io mi esaltai.
—Potremmo convincerle. Un fine settimana. Ognuno con la donna dell’altro.
Darío mi guardò dritto, senza fingere prudenza.
—Io non avrei problemi con Marina.
Sentii il colpo preciso di quelle parole. Il prurito e la gelosia che entravano insieme, mescolati. Eppure sorrisi come se niente fosse.
—E io non avrei problemi con Elisa.
Ci stringemmo le mani in una specie di stupida scenetta, come se avessimo firmato un patto. In quel momento eravamo tutti eccitati dall’idea. Io più di tutti.
Quella stessa notte, a letto, raccontai tutto a Marina come se fosse stata una conversazione per metà scherzosa. Lei ascoltò in silenzio, appoggiata al mio petto.
—E con chi toccherebbe a me? —chiese infine.
—Tu con Darío, immagino.
Sorrise in un modo che ancora oggi ricordo fin troppo bene.
—Non mi sorprende che mi abbia messa con lui.
Le strinsi una tetta sopra la maglietta.
—Perché vuoi che ti tocchi, vero?
Lei rise, mi scostò la mano e poi la guidò da sola fino in mezzo alle gambe.
—Non continuare, o finiremo per scopare.
Finimmo per scopare, ovviamente. Le infilai le dita mentre le chiedevo se preferisse la mano di Darío o la mia. Lei mi rispondeva tra gli ansiti, aprendo di più le gambe, schiacciando la fica contro il mio palmo.
—La tua, adesso —disse—. La sua, nella fantasia.
Le abbassai le mutandine, la misi supina e mi inginocchiai tra le sue cosce. Aveva la fica umida, aperta, palpitante. Le passai lentamente la lingua sul clitoride, assaporando il modo in cui si rilassava e poi si tendeva sotto la mia bocca. Marina mi afferrò i capelli e cominciò a spingere il bacino verso l’alto, chiedendo di più senza dirlo.
—Non giocare —mi ringhiò tra i denti—. Leccamela bene.
Affondai la lingua con più decisione, alternando il clitoride all’ingresso della sua fica. Poi le infilai due dita, piegandole dentro di lei mentre continuavo a leccarla. Ansimava sempre più forte e, quando venne, mi strinse le cosce contro il viso con forza disperata. Mi allontanai solo per sbottonarmi i pantaloni.
—Voglio che me lo metti dentro, subito.
Le sollevai una gamba sulla spalla e la penetrai con una spinta profonda, dura e netta. Lasciò sfuggire un gemito rauco e inarcò tutto il corpo. Cominciai lentamente, per farle sentire ogni entrata, ogni uscita, l’attrito completo del mio cazzo dentro di lei, poi accelerai finché il materasso non cominciò a colpire la parete.
—È così che ti immagineresti con lui, eh? —le dissi, respirandole sulla bocca.
—Non parlare e scopami.
Le obbedii. La scopaiai forte, afferrandola per i fianchi e guardando le sue tette tremare a ogni colpo. Portai una mano sul suo clitoride e la masturbai al ritmo delle mie spinte. Venne di nuovo, stringendomi dentro, e poco dopo venni anch’io, tirandolo fuori appena in tempo per schizzarle sul ventre. Marina guardò lo sperma sparso sulla sua pelle e sorrise con un misto di vergogna ed eccitazione che mi fece rizzare di nuovo.
Dopo, quando eravamo già abbracciati, le confessai la verità: la conversazione con loro c’era stata davvero, non era stata una semplice fantasia improvvisata.
—Sei uno stronzo —disse, voltandomi le spalle.
La abbracciai da dietro, premendomi contro il suo culo.
—Ti amo.
Non disse altro, ma non si allontanò nemmeno.
***
Continuammo a parlare dell’argomento per settimane. A volte per scherzo, a volte seriamente, a volte mentre ci masturbavamo a vicenda nel letto. Finché un pomeriggio Marina mi disse di averne parlato con Elisa e che, se lo avessimo fatto, avrebbero organizzato tutto per bene.
Il piano fu fissato per un sabato. Darío sarebbe venuto a casa mia con Marina. Io sarei andato da Bruno ed Elisa. Bruno sarebbe andato a trascorrere la notte con un’altra donna del gruppo, con la quale avevano concordato di vedersi. Tutto era distribuito, pulito sulla carta, come se il desiderio obbedisse alle regole domestiche.
Quando me lo disse, la prima cosa che provai non fu eccitazione. Fu paura. Paura vera. Fino ad allora era stata tutta una fantasia utile per scopare meglio. Ora un altro uomo sarebbe rimasto solo con mia moglie in casa nostra. Nel nostro letto. A toccarla davvero, a metterglielo davvero, ad ascoltarla gemere senza che io fossi lì.
—Sei sicuro di voler andare avanti? —mi chiese vedendomi in faccia.
—Non lo so —ammisi—. Lo volevo finché non ha smesso di essere immaginario.
Marina mi accarezzò il pacco sopra i pantaloni, come se conoscesse la scorciatoia per qualsiasi discussione.
—Sarà solo sesso. Anche tu scoperai Elisa. E poi torneremo a casa insieme.
Annuii, ma nella mia testa non compariva Elisa. Vedevo soltanto Darío che spogliava Marina.
Il giorno arrivò troppo in fretta. Al mattino vidi Marina cambiare le lenzuola e sentii un nodo ridicolo allo stomaco.
—Perché metti le lenzuola pulite? —chiesi.
—Perché non farò entrare nessuno in un letto sfatto.
—Nessuno? Farai entrare lui.
Mi guardò con pazienza, anche se era già stufa del mio panico tardivo.
—Sei tu quello che lo voleva più di chiunque altro.
Aveva ragione, e questo mi faceva incazzare ancora di più.
Quando arrivò il momento di uscire, provai a tirarmi indietro.
—Non posso farlo.
Lei mi afferrò il viso e mi baciò brevemente, con decisione.
—Sì che puoi. E se non scopi con Elisa, almeno non rovinare la serata a me.
Aprì la porta e praticamente mi spinse fuori.
—Vai. Darío arriverà da un momento all’altro.
Uscii di casa con un’assurda miscela di gelosia, rabbia e vergogna.
***
Elisa mi aprì la porta con un’espressione poco amichevole. Indossava una camicetta larga e dei pantaloncini, niente di provocante, eppure mi accorsi subito delle sue gambe.
—Mi ha chiamato Marina —disse appena entrai—. Mi ha detto che ti era venuto il panico.
—Mi dispiace.
—Be’, adesso siamo in due a dover gestire le conseguenze dei problemi altrui. Bruno è andato via mezz’ora fa e io non ho intenzione di passare la notte a sentirmi piantata in asso per colpa dei tuoi nervi. Entra.
Le obbedii. Mi diede una birra e ci mettemmo a preparare qualcosa per cena. La situazione era strana, ma il semplice fatto di essere soli a casa sua aveva già caricato l’aria. L’avevo desiderata in silenzio; ora era lì, a tagliare il pane accanto a me, con il collo scoperto e una tensione evidente sotto la calma apparente.
Cenammo, bevemmo un bicchiere e guardammo per un po’ la televisione senza prestarvi molta attenzione. Poi mi indicò la camera degli ospiti. Mi sedetti sul letto e rimasi a fissare il cellulare come un idiota, immaginando Marina con Darío proprio in quel momento. Pensai a lui mentre le abbassava la biancheria, a lei che si lasciava fare, al mio letto che scricchiolava. La gelosia mi eccitò più della tenerezza, e questo mi costrinse a riconoscere una verità scomoda: una parte di me aveva sempre voluto proprio questo.
Scrissi a Marina un messaggio breve, dicendole che avrei smesso di comportarmi da imbecille. Poi mi alzai e raggiunsi la camera di Elisa. Bussai.
—Sì?
—Sono io. Posso entrare?
—Entra.
Era a letto, con la luce soffusa e il lenzuolo che le copriva il corpo fino alla vita. Dalle spalle nude si capiva che non portava il reggiseno. Mi guardò senza sorridere.
—Che cosa vuoi esattamente?
Deglutii.
—Venire a letto con te. Se lo vuoi ancora.
—Lo voglio —disse—, ma non farmi perdere altro tempo con i tuoi dubbi.
Mi spogliai fino a rimanere in boxer e mi infilai accanto a lei. Tra noi c’era una piccola distanza, tiepida e carica. Le chiesi un abbraccio quasi come un adolescente nervoso. Lei lasciò uscire una risata bassa.
—Vieni.
Quando il mio petto toccò la sua pelle, il corpo reagì da solo. Mi si rizzò durissimo all’istante. Elisa abbassò la mano, mi strinse sopra i boxer e sussurrò vicino alla mia bocca:
—Ah, alla fine ne avevi voglia davvero.
La baciai. Prima lentamente, poi con fame. Lei ricambiò aprendomi le labbra con la lingua, afferrandomi la nuca e aderendo completamente a me. Le feci scivolare la mano sul fianco e trovai una tetta piena e morbida, con il capezzolo già duro sotto le dita. Lo sfregai, lo strinsi, lo pizzicai un po’.
—Così va bene —mormorò—. Non essere delicato.
Le abbassai le mutandine. Erano un perizoma sottile, umido all’inguine. Lei mi sfilò i boxer con brevi risate, impacciate dalla fretta. Rimanemmo nudi e per un attimo la guardai tutta. Fianchi larghi, ventre morbido, tette rotonde e bianche, un triangolo scuro di peli ben rifiniti. Era un corpo reale, adulto, desiderabile in un modo che mi colpì secco.
—Hai un corpo bellissimo —le dissi.
—Lo so —rispose, senza falsa modestia—. Vieni a verificarlo.
Tornai a baciarla mentre le afferravo il culo. Sentii la sua fica calda sfregare contro il mio cazzo. Lei lo prese con la mano e cominciò a passarselo tra le labbra, su e giù, strofinando il glande contro il clitoride. Gemette quando lo sentì.
—Sono ore che penso a questo —disse—. Mettimelo dentro.
All’inizio entrai lentamente, guardando come si apriva per accogliermi. Era fradicia, così umida che la penetrazione fu uno scivolamento caldo e perfetto. Quando fui completamente dentro, rimanemmo immobili per un secondo, guardandoci da vicino e sentendo il peso esatto di quel momento.
—Cazzo —lasciò uscire—. Sì. Così.
Cominciai a muovermi lentamente, sfiorando ogni parete della sua fica, uscendo quasi fino alla punta e tornando a entrare in profondità. Elisa si aggrappò alla mia schiena e cominciò a sollevare il bacino per venirmi incontro. I baci si mescolavano agli ansiti, a piccoli «di più» sussurrati.
Le infilai la mano tra i nostri corpi e cercai il clitoride continuando a penetrarla. Appena lo toccai al ritmo giusto, lei tremò.
—Non fermarti. Non provare nemmeno a fermarti.
Continuai. Il mio cazzo entrava e usciva scivolando nella sua umidità e le mie dita strofinavano con decisione quel punto sensibile che la faceva contorcere. Venne con un gemito soffocato contro il mio collo, stringendomi dentro in modo tale che sentii lo spasmo per tutta la lunghezza del cazzo. Rallentai appena per qualche secondo, ma fu lei a spingermi di nuovo.
—Ancora —chiese—. Voglio venire di nuovo con te dentro.
La misi completamente supina, le separai bene le gambe e mi inginocchiai tra loro per contemplare la sua fica aperta, lucida e gonfia per l’eccitazione. Le passai due dita sulle labbra e poi gliele infilai in bocca. Le succhiò senza staccarmi gli occhi di dosso. Allora abbassai la testa e me la mangiai per davvero.
Le aprii le labbra con i pollici e affondai la lingua, prima leccando lentamente dall’ingresso al clitoride, poi succhiandolo con voglia. Elisa era una di quelle che non fingono. Gemeva, insultava, mi spingeva la testa verso il basso.
—Cazzo, sì... così... mangiami bene la fica.
Le infilai due dita e cominciai a scoparla con la mano mentre la leccavo. Il letto scricchiolava sotto i suoi movimenti. Quando venne questa volta, mi bagnò le dita e mi strinse il viso tra le cosce. Mi sollevai con la bocca lucida e lei mi guardò come se ormai tra noi non ci fosse più alcun dubbio.
—Adesso scopami davvero.
La penetrai con più forza di prima. Non c’erano più tentennamenti né prudenza. Le afferrai le cosce e cominciai a spingerle dentro con un ritmo più duro, ascoltando lo schiocco umido dei nostri corpi. Le tette rimbalzavano a ogni colpo e io non riuscivo a smettere di guardarle. Le passai una mano su una, stringendola mentre la scopavo.
—Così ti piace?
—Più forte.
Glielo diedi. Più forte, più veloce, più a fondo. Lei aprì di più le gambe e mi accolse completamente, conficcandomi le unghie nelle braccia. Il sudore cominciava ad appiccicarci. La perversione di immaginare Marina con Darío proprio in quel momento mi attraversò di colpo e, invece di frenarmi, mi fece scopare con più rabbia.
—Sto per venire —l’avvisai.
—Non uscire.
Mi afferrò il culo per impedirmi qualsiasi ritirata. Continuai a pompare ancora un po’ e venni dentro di lei, sentendo come mi mungeva con la fica in piccoli spasmi mentre le svuotavo tutto lo sperma. Gemetti senza eleganza, con il viso affondato nel suo collo.
Rimanemmo abbracciati per un po’, respirando forte. Poi mi ricordai del cellulare. Le chiesi il permesso di farci una foto sotto il lenzuolo, niente di esplicito, solo quanto bastava a intuire la nudità. Elisa rise.
—Mandala a Marina, se ti fa stare più tranquillo. Io la manderò a Bruno.
La risposta arrivò poco dopo: una foto simile di Marina con Darío. Entrambi con le spalle nude, abbracciati, fin troppo a proprio agio l’uno con l’altra. Sentii una fitta, sì, ma anche un calore oscuro tra le gambe che non mi aspettavo dopo essere venuto così forte.
Ci addormentammo stretti.
***
Mi svegliai nel cuore della notte perché Elisa mi stava masturbando. Aveva la testa appoggiata alla mia spalla e la mano si muoveva lentamente sul mio cazzo, che era già di nuovo duro.
—Ciao, bella —mormorai.
—Non riuscivo a dormire senza toccarti ancora.
Le baciai una tetta e poi il capezzolo. Lo leccai, lo succhiai e gli diedi un breve morso.
—Di più —disse con il respiro spezzato—. Un po’ più forte.
Le obbedii. Alternai morsi delicati a leccate umide finché il suo corpo cominciò a contorcersi. Scesi baciandole il ventre, l’ombelico e l’interno delle cosce. Quando affondai il viso tra le sue gambe, era già aperta per me.
Le leccai la fica affamato, senza fretta in realtà ma senza riguardi. Prima la lingua piatta, poi la punta insistente sul clitoride, poi succhiate profonde. All’inizio veniva in modo dolce, poi sporco, tremando e dicendomi oscenità che mi fecero ridere contro la sua pelle.
—Voglio che mi venga in bocca —mi disse quando risalii—. O sulle tette, se preferisci guardarlo.
—In bocca.
Si infilò sotto il lenzuolo e se lo inghiottì tutto con una decisione che mi lasciò senza fiato. Non succhiava delicatamente, ma con voglia, usando la lingua e la mano alla base, succhiando forte. Le afferrai i capelli e glieli scostai dal viso per guardarla lavorare. Mi stava portando al limite troppo in fretta.
—Cazzo, Elisa... così non resisto per niente.
Rispose sfilandosi il cazzo appena per un secondo.
—È proprio questa l’idea.
Se lo rimise in bocca e questa volta andò più a fondo. Sentii il riflesso del vomito quando strinse troppo, ma non si allontanò. Al contrario, lasciò che la punta le colpisse il fondo della gola e continuò a succhiare. Questo mi fece esplodere. Venni con violenza nella sua bocca, spingendo i fianchi in avanti in un impulso brutale, poi mi costrinsi a controllarmi per non soffocarla. Ingoiò quello che riuscì e tirò fuori il resto con un sorriso stanco e soddisfatto.
—Scusa, mi sono lasciato prendere.
—Non scusarti —disse pulendosi l’angolo delle labbra—. Mi è piaciuto.
Tornammo a dormire abbracciati e all’alba fu ancora lei a svegliarmi, strofinando la mia erezione contro la sua vulva. Si girò e mi offrì il culo senza parlare.
—Mettimelo di nuovo —disse infine—. Approfittane finché sono qui.
Si mise a pancia in giù con un cuscino sotto i fianchi. Mi sistemai dietro di lei e guidai il cazzo fino al suo ingresso. Entrò in una sola volta, lentamente e in profondità. Da quella posizione la sua fica sembrava più stretta e aderente, e il rumore dei miei fianchi contro il suo culo riempì la stanza fin dalle prime spinte.
—Che bel cazzo che hai —mormorò contro il cuscino—. Non rallentare.
Le afferrai la vita e cominciai a scoparla con un ritmo crescente. La sua schiena si inarcava e i suoi gemiti diventavano più profondi. Abbassai una mano per accarezzarle il clitoride da sotto mentre continuavo a entrare e uscire. Fu quello a farla crollare. Venne con un tremito forte, quasi violento, stringendo le gambe e gemendo senza trattenersi. Il suo orgasmo mi trascinò subito dopo e venni anch’io, uscendo in tempo per schizzarle tra le natiche e sulla parte bassa della schiena.
Rimasi per qualche secondo a guardarlo, ansimando, prima di pulirla con cura e tornare a sdraiarmi accanto a lei.
—Chi avrebbe detto che saresti stato tu quello che quasi si tirava indietro —disse, ancora senza aver recuperato del tutto il fiato.
—Chi avrebbe detto che mi avresti lasciato senza forze.
Rise e mi diede un bacio lento, più intimo che sessuale.
—Mi è piaciuto molto stare con te. Senza ingannare nessuno, lo rifarei.
—Anch’io.
Rimanemmo per un po’ ad accarezzarci come se fossimo stati una coppia da tempo. Poi facemmo la doccia, ci vestimmo e, appena prima che me ne andassi, mi abbracciò sulla porta con una calma che mi disarmò più di tutto il resto.
***
Quando tornai a casa, Marina mi aspettava con caffè, pane tostato e un solo bicchiere d’acqua sul tavolo. Vidi quel dettaglio e sentii qualcosa di simile al ritorno completo. La abbracciai forte. Lei ricambiò l’abbraccio con la stessa intensità.
In camera vidi di nuovo le lenzuola pulite. Non chiesi nulla. Non ce n’era bisogno. Più tardi ci saremmo raccontati le cose, a modo nostro, dosando ciò che faceva male e sfruttando ciò che eccitava. Volevo sapere tutto e allo stesso tempo avevo paura di ascoltarlo: come l’aveva baciata Darío, quanto tempo era rimasto dentro di lei, se l’aveva fatta venire, se lei gliel’aveva preso in bocca, se aveva fatto confronti in silenzio.
Ma sapevo anche un’altra cosa. La fantasia non era più una fantasia. Aveva smesso di essere una storia utile per sfuggire alla routine ed era diventata un ricordo, nuovo materiale per eccitarci, ingelosirci e forse oltrepassare di nuovo dei limiti.
Mi sedetti di fronte a Marina, bevemmo entrambi dallo stesso bicchiere e ci guardammo come se avessimo appena aperto una porta che ormai non si poteva più chiudere del tutto.