Sottomisi la moglie mentre suo marito obbediva
Si ripeteva di essere una donna perbene, ma quella notte, nella stanza d’albergo, scoprì quanto desiderasse obbedire a ogni mio ordine.
Si ripeteva di essere una donna perbene, ma quella notte, nella stanza d’albergo, scoprì quanto desiderasse obbedire a ogni mio ordine.
Accanto alla bara aperta, mentre tutti fingevano di piangere, Mariana riusciva solo a pensare alle mani di quei due uomini e a ciò che le avrebbero fatto quella notte.
Mi trascinarono nella sala visite perché non rispettavo le regole. Non sapevano che era proprio quello che volevo: che finalmente qualcuno decidesse per me.
Erano giorni che non avevo sue notizie, sognando i suoi ordini. Quel pomeriggio varcai una porta che non dovevo e scoprii fin dove ero disposto ad arrivare.
Mi venni tre volte sulla panca dello spogliatoio prima di capire che la mia promozione non dipendeva più dai miei gol, ma da quanto avrei resistito in ginocchio.
Doveva solo consigliarlo su un grembiule. Non immaginava che, davanti al commesso, lui avrebbe indicato proprio lei come la domestica da vestire.
Mi scrisse che voleva venire sulle mie labbra ancora prima di vedermi. Quella frase mi catturò, ma ciò che venne dopo, in riva al mare, superò ogni messaggio.
La prima volta che entrai nel suo ufficio credevo di dover negoziare un prestito. Ne uscii con le sue istruzioni impresse nella pelle e la certezza che il mio desiderio non mi apparteneva più.
Non ho mai avuto il coraggio di espormi. Fino a oggi. Domani andrò a lezione senza nulla sotto i vestiti, e averlo scritto qui sembra già il vostro primo ordine.
Pensavo di andare solo a divertirmi e guadagnare un po' di soldi. Non immaginavo che quella notte, tra colpi e carezze, avrei trovato proprio ciò che il mio corpo chiedeva.
Ero al terzo whisky quando il telefono vibrò: «Cerco un maschio che mi tratti come la sua schiava». Aprii la foto a una cena di famiglia e capii di essere perduto.
Attraversai quella porta convinta di conoscere i miei limiti. Tre ore dopo capii che li stavo appena scoprendo, tremando tra la paura e voglie che non sapevo nominare.
Il letto di fronte scricchiolava ogni alba al ritmo di uno sconosciuto, e lei fingeva di dormire mentre calcolava quanto fosse disposta a perdere.
Bastò un commento in ufficio perché lui decidesse che sua moglie sarebbe finita in sala operatoria. Non per il bambino: per restare l’unico padrone del suo corpo.
Io ero il tipo serio, in giacca e fuoristrada. Bastava che una donna mi sfidasse con lo sguardo perché la bestia si svegliasse, e quella fiera di paese la liberò del tutto.
Mi ordinò di masturbarmi davanti a lui mentre fumava sulla poltrona. Nessuno dei due immaginava come sarebbe finito quel pomeriggio di giochi.
Scesi dall’auto in una strada deserta, con il cuore a mille. Non sapevo che volto avesse la donna con cui scrivevo da mesi, solo che quella notte, finalmente, sarebbe stata mia.
Avevo otto mesi di pancia, gli ormoni a mille e un uomo sudato al lavoro nella stanza del bambino. Quel pomeriggio smisi di essere la moglie composta che tutti credevano.
Da settimane si allenava con i plug, decisa a sentire due cazzi insieme. Quella sera invitammo l’unica persona di cui potevamo fidarci per riuscirci.
«Non mi coinvolgo mai con i clienti», gli dissi. Ma il suo corpo era già incollato al mio e la mia stessa voce mi suonò falsa mentre chiudevo il portone del garage.