Il vicino maturo che mi aspettava con la porta aperta
Nessuno rispose al citofono, ma la porta si aprì lo stesso. Lì capii che non c’era più ritorno e che quell’uomo avrebbe fatto di me ciò che voleva.
Nessuno rispose al citofono, ma la porta si aprì lo stesso. Lì capii che non c’era più ritorno e che quell’uomo avrebbe fatto di me ciò che voleva.
Aspettavo nudo accanto all’ulivo, con lo zaino ai piedi e il telefono in mano, senza immaginare che quella notte fredda mi avrebbe lasciato in bocca due sapori diversi.
Sono arrivato a quella festa in costume convinto che sarebbe stata una giornata qualunque con il mio ragazzo. Non immaginavo che sarei finito in ginocchio, a mostrargli ciò che si stava perdendo.
Pensavano che dormissi. Dal corridoio ho sentito ogni parola, ogni risata bassa, ogni cosa che dicevano su di me. E invece di indignarmi, sono rimasta immobile, ad ascoltare.
Quaranta minuti prima mi tremavano le mani. Ora reggo l’imbracatura e, per la prima volta in diciotto anni, sono io a decidere cosa succede in questa stanza.
La mia famiglia era un piano sotto e io, sola in camera, con il telefono all’orecchio e la sua voce che mi ordinava cose che non avevo mai osato fare.
Premetti il citofono con le mani che tremavano. Vent’anni più grande, sadico dichiarato, senza pietà. E io, vergine, a supplicarlo di cominciare non appena chiusa la porta.
Da mesi lo incrociavo in ascensore, sapendo che era impossibile. Quella notte trovai un cartello giallo con un numero e la promessa di un legame d’amore.
Chiudemmo la porta, accendemmo la console e mio fratello si sdraiò sulle mie gambe con quel sorriso nervoso che gli viene solo quando nasconde qualcosa che muore dalla voglia di raccontare.
Sette del mattino e il desiderio era già lì. Durante il giorno si è infilato nella doccia, al supermercato, sul divano con lui. Un fuoco che cercavo di spegnere e che tornava da solo.