Ho venduto la mia anima per innamorare il mio vicino
Le luci del viale sfarfallavano come un branco di pesci nel buio. Dalla finestra del mio undicesimo piano le guardavo ogni notte, una presenza muta e costante che accompagnava la mia insonnia. Vivevo da solo, in un appartamento stretto che sapeva di caffè freddo e libri non letti, in uno di quegli edifici di vetro che si innalzano in centro come denti storti.
Avevo ventinove anni, un lavoro d’ufficio che mi bastava per pagare l’affitto e nient’altro, e una routine così precisa che avrei potuto recitarla a occhi chiusi. Mi segavo guardando il soffitto, senza voglia, con la mano fiacca, e mi addormentavo con la macchia di sperma che si asciugava sul ventre.
Tutto questo, finché Mateo non si trasferì nell’appartamento di fronte.
Lo vidi per la prima volta in ascensore. Portava una scatola con sopra un cactus e rideva da solo per lo sforzo. Aveva la mia età, forse un anno in più. Capelli castani, mascella affilata, mani grandi. Quando mi chiese se abitavo sullo stesso piano, la sua voce mi attraversò come una corrente. Gli dissi di sì, che la mia porta era di fronte. Sorrise e disse:
—Allora siamo vicini di casa.
Quella parola mi si piantò da qualche parte che non esisteva. Quella stessa notte me la menai pensando a lui, al rigonfiamento che gli segnava i jeans, a come sarebbe stato avergli il cazzo in bocca. Finì che mi ritrovai con la mano sporca e il cuscino morsicato, e mi odiai un po’ per quanto fossi venuto in fretta.
Da quel giorno, la mia routine cambiò. Imparai i suoi orari senza volerlo. Usciva alle sette e venti del mattino. Tornava alle sei e un quarto. Il mercoledì arrivava più tardi, con addosso l’odore di fumo da bar. Il venerdì portava con sé Camila, una donna alta dai capelli rossi che rideva troppo forte e mi guardava con l’indifferenza tiepida che si riserva a un mobile nel corridoio.
I venerdì erano i peggiori. Li sentivo attraverso il muro. Lei gemeva con voce acuta, teatrale, e lui ringhiava basso, secco, con quella voce da uomo che fotte sul serio. Mi buttavo sul letto con l’orecchio appiccicato alla parete e la mano dentro i pantaloni, ascoltando il ritmo della rete dall’altra parte. Mi immaginavo Mateo nudo, con la schiena tesa, che le affondava dentro, e sostituivo Camila con me. Mi immaginavo a quattro zampe su quel letto, con la faccia schiacciata contro il materasso, preso tutto. Venivo nella mano in tre o quattro spinte e poi restavo sul pavimento con i pantaloni abbassati, respirando l’odore di latte del mio stesso seme, mentre dall’altra parte continuavano.
Calcolavo le mie uscite per incrociarlo. Mi inventavo scuse per buttare la spazzatura quando lo sentivo chiudere la porta. Lo incontravo nell’atrio, in ascensore, al negozio all’angolo. Salutavo sempre con la stessa frase e lo stesso sorriso, e lui ricambiava con qualcosa di cordiale, qualcosa di cortese, qualcosa che non era niente.
Ognuno di quegli incontri mi spezzava un po’ dentro.
***
Un pomeriggio d’autunno, tornando dal lavoro, vidi un cartello incollato a un palo. Un foglio giallo, plastificato, con scritte a mano: «Mago Eustaquio. Legamenti d’amore. Risultati garantiti.» Un numero di telefono. Una freccia verso una porta verde, due isolati più avanti.
Passai oltre. Tornai la sera seguente. La terza volta bussai alla porta.
L’uomo che aprì non assomigliava a quello che avevo immaginato. Non aveva cappello né collane né l’aria da fiera. Era un signore magro, sui settant’anni, con occhiali macchiati e un maglione grigio. Viveva in un appartamento che sapeva di incenso economico e minestra. Mi invitò a entrare. Mi servì un tè che non toccai.
—Di chi si tratta? —chiese, senza giri di parole.
Gli parlai di Mateo. Della fidanzata. Di come ogni saluto in ascensore mi lasciasse senza fiato per ore. Gli raccontai anche, con la faccia in fiamme, che me la menavo ascoltandolo scopare attraverso il muro, che avevo pensato di sfondare la porta e offrirgli la mia bocca, il mio culo, qualsiasi cosa. Parlai più di quanto avessi parlato in anni. Il mago ascoltava con gli occhi chiusi, annuendo di tanto in tanto, senza stupirsi di nulla.
—Quello che vuoi è un legame forte —disse infine—. Di quelli che non si spezzano da soli. Di quelli che costano.
—Quanto?
—Non intendo soldi —rispose. Mi guardò con una calma che mi fece rizzare la nuca—. Parlo di un patto. Il signore che vive dall’altra parte non concede favori gratis. Quello che dà dopo lo riscuote. Sempre.
Gli chiesi cosa significasse. Mi disse che non lo avrei saputo finché non fosse arrivato il momento. Gli chiesi se potevo tirarmi indietro. Mi disse di sì, che la porta era ancora lì.
Non me ne andai.
***
Il rituale durò meno di quanto mi aspettassi. Il vecchio accese candele nere sopra un tavolo coperto di sale grosso. Mormorò parole in una lingua che non capii e che non osai annotare. Mi fece tagliare con un coltellino smussato l’indice e lasciare cadere tre gocce su una foto di Mateo che avevo scattato di nascosto, settimane prima, mentre aspettava l’ascensore.
Quando tutto finì, il vecchio mi porse la foto.
—Ci dovrai fumare sopra ogni due giorni. Senza fallo. Una boccata lunga, tenuta, diretta sulla sua faccia. Se sbagli una volta, il filo si spezza. Se si spezza, quello che lui proverà per te non torna più.
—Io non fumo.
—Imparerai.
Mi mise in mano un pacchetto di sigarette nere. Mi chiese meno di quanto costi una cena in qualunque ristorante decente. Non mi guardò quando me ne andai.
***
Quella stessa notte, Mateo bussò alla porta del mio appartamento.
Aveva due bicchieri di vino in mano e un sorriso che non gli avevo mai visto. Disse che era avanzato del vino da una cena, che non voleva bere da solo, che aveva pensato a me. Mi guardava come nessuno mi aveva mai guardato in vita mia. Lo feci entrare. Gli raccontai due battute scadenti. Rise come se gli importassero. Dopo quaranta minuti aveva già la mano sul mio ginocchio. Dopo un’ora mi stava baciando sul divano, con la lingua infilata fino in gola e una mano che mi apriva la zip.
—Sono settimane che voglio scoparti —disse contro la mia bocca, con la voce roca—. Da quando siamo in ascensore.
Mi inginocchiai sul pavimento tra le sue gambe prima che finisse la frase. Gli slacciai i pantaloni con dita impacciate. Il cazzo gli saltò fuori duro, grosso, con la punta lucida e una vena marcata che gli correva sotto. Lo presi con entrambe le mani e me lo infilai in bocca di slancio, fino a sentire la punta toccarmi il fondo e farmi lacrimare. Mateo gemette e mi affondò le dita nei capelli.
—Così, succhiamelo così, non smettere —ansimava.
Glielo succhiai come se ci andasse la vita. Gli passai la lingua su tutto il palo, gli leccai i coglioni, me lo ripresi tutto in bocca. Mi colava la saliva dal mento e non me ne fregava niente. Lui mi guardava dall’alto, con la bocca aperta, e ogni tanto mi spingeva la testa per farmelo ingoiare più a fondo. Quando sentii che gli tremavano le cosce, mi allontanò tirandomi per i capelli.
—No, non ancora, voglio scoparti.
Mi portò a letto in due falcate. Mi strappò i vestiti di dosso. Mi mise pancia in giù, mi aprì le gambe con il ginocchio e mi sputò sul culo. Con due dita mi aprì, dentro e fuori, cercando il punto giusto. Poi si sistemò, mi appoggiò la punta contro il buco e spinse piano, con pazienza, finché sentii la prima testa passare l’anello e tutto l’aria mi uscì dal corpo.
—Porca puttana —gemetti contro il cuscino—. Mettimela tutta.
Me la fece entrare a poco a poco, centimetro dopo centimetro, finché mi riempì del tutto. I coglioni mi sbattevano contro il perineo. Rimase così per un secondo, piantato fino in fondo, respirandomi sulla nuca, e poi cominciò a scoparmi. All’inizio piano, tenendomi dai fianchi, e poi sempre più forte, più secco, più animale. Il letto sbatteva contro il muro. Io stringevo le lenzuola con i denti per non gridare. Ogni tanto mi dava uno schiaffo sul culo e mi diceva cose all’orecchio, cose che avevo voglia di sentire da anni.
—Che culo stretto che hai, figlio di puttana. Mi stavi aspettando, vero? Dillo.
—Sì —piagnucolai—. Da mesi. Scopami, Mateo, scopami più forte.
Mi girò. Mi mise le gambe sulle spalle. Me la infilò di nuovo con una spinta e continuò, guardandomi negli occhi, con la fronte sudata e la bocca socchiusa. Mi presi il cazzo e cominciai a segarmi al ritmo delle sue stoccate. Venni per primo, con un grido soffocato, tutto sul ventre, e il culo mi si strinse attorno al suo in spasmi. Lui resistette due, tre colpi ancora e uscì appena in tempo per venirmi a fiotti sul petto, sul collo, sulla bocca aperta. Leccai la punta finché non rimase una goccia.
Si lasciò cadere accanto a me, ansimando. Due ore dopo, quando se ne andò, mi baciò all’angolo della bocca. Un bacio lento, esitante, che non era un addio.
Chiusi la porta, andai in bagno e vomitai per l’emozione. Poi mi infilai sotto la doccia con il suo sperma ancora secco addosso e mi feci un’altra sega pensando a quello che era appena successo.
I giorni seguenti furono una febbre. Camila smise di venire. Mateo mi cercava all’uscita del lavoro, mi aspettava nell’atrio con due caffè, mi chiedeva il permesso di salire prima ancora che io ci pensassi. Scopavamo ovunque: contro la porta dell’appartamento appena entrava, in cucina con le mani appoggiate al piano, sotto la doccia con l’acqua calda che ci cadeva addosso. Me lo metteva in bocca la mattina prima del caffè, me lo piantava piegato sul divano, mi faceva cavalcare lui guardandomi fisso. Imparò a leccarmi il culo fino a farmi tremare, la lingua dentro, i pollici che mi aprivano. Parlavammo fino alle tre di notte, sudati, con lo sperma ancora che mi colava tra le gambe. Mi raccontò cose che non aveva detto a nessuno. Gli credetti tutto.
E ogni due giorni, quando lui si addormentava o entrava in doccia, io mi chiudevo con la foto e soffiavo fumo sulla sua faccia.
***
Il primo anno fu la cosa più vicina alla felicità che abbia mai conosciuto. Mateo si trasferì nel mio appartamento in primavera. Portò il cactus, due scatole di libri e un modo di abitare lo spazio che cambiò tutto. Cucinava per me. Mi lasciava biglietti sullo specchio. Mi chiamava per nome con un’intonazione tutta sua. La gente del palazzo ci salutava come una coppia. Alle cene con i suoi amici mi presentava senza esitazione.
Scopavamo tutti i giorni. A volte due, tre volte. Aveva un cazzo che non si stancava mai e una bocca sporca che mi faceva venire solo a sentirlo. Mi sussurrava all’orecchio mentre mi montava: «sei mio, questo culo è mio, non lo dai a nessun altro». Glielo promettevo piangendo, premendomi contro di lui, con la faccia immersa nel suo collo mentre mi riempiva dentro. Poi restavo per ore con la botta dentro, sentendola tiepida, senza volere che uscisse mai.
La notte, quando si addormentava con la testa sul mio petto, lo guardavo e mi chiedevo se quello che provava fosse vero o se fosse il fumo. Poi smettevo di chiedermelo.
Non volevo saperlo.
Il secondo anno cominciai a tossire.
Una tosse secca, persistente, che arrivava all’alba. La attribuii alle sigarette. Comprai pastiglie, smisi di fumare davanti a lui, nascosi i pacchetti in una scatola di scarpe sopra l’armadio. Cercavo qualsiasi momento in cui rimanere solo per rispettare il rituale. Se Mateo andava al supermercato, ne approfittavo. Se si addormentava sul divano, mi chiudevo in bagno con la foto e aprivo la finestra per far uscire il fumo.
La paranoia mi si installò nel petto come un secondo cuore.
Il terzo anno arrivò il dolore.
***
Un dolore sordo, profondo, sotto lo sterno. Le scale mi lasciavano senza fiato. Le mattine mi costavano sempre di più. Nel letto non sopportavo più a lungo la posizione a pancia in giù; mi mancava il respiro quando lui mi scopava forte. Cominciai a inventare scuse, a chiedergli di andare più piano, a succhiarglielo di più per non doverlo far entrare. Lui mi guardava strano e mi chiedeva se stessi bene. Io gli dicevo di sì, che era il lavoro, che era lo stress, e gli aprivo la bocca per farmi venire in gola, per non fargli fare altre domande.
Mateo mi chiese di andare dal medico. Gli dissi di sì. Inventai visite. Inventai risultati. Gli mostrai ricette false.
Quando finalmente andai, era già troppo tardi.
L’oncologo non usò giri di parole. Disse «polmone», disse «avanzato», disse «mesi». Uscii dallo studio con la sensazione di camminare sopra uno strato sottile di ghiaccio. Nella sala d’attesa c’era una madre con un bambino in braccio. Il bambino mi fissò come se sapesse qualcosa.
Non lo dissi a Mateo. Gli dissi che era una bronchite. Cominciai a saltare le fumate. Una volta. Due volte. Tre di fila, perché il colpo di tosse non mi lasciava nemmeno accendere l’accendino.
L’amore si evaporò come acqua bollente.
***
Mateo cominciò a diventare un altro, poco a poco. Prima, i biglietti sullo specchio smisero di comparire. Poi smise di cucinare. Smette di cercarmi nel letto. Una notte lo afferrai da sotto le lenzuola e lui mi allontanò la mano con dolcezza, quasi con colpa, e si girò dall’altra parte. Fu la prima volta in tre anni che dormimmo senza toccarci. Io restai a guardargli la schiena fino all’alba.
Una mattina mi guardò dal tavolo della colazione con un’espressione che non gli avevo mai visto: confusione, quasi paura, come se non sapesse cosa ci facesse a casa mia.
—Damián —disse, e il mio nome gli suonò strano in bocca—. Da quanto tempo stiamo insieme?
—Tre anni.
—Non mi ricordo come è cominciata.
Cominciò a cercare Camila. Lei stava già con un altro. Chiamò i suoi vecchi amici. Alcuni non risposero. Altri gli parlarono con quella strana cortesia che si usa con i malati. Un pomeriggio, mentre io ero sdraiato a letto con l’ossigeno, lo sentii parlare al telefono sul balcone.
—Non so cosa ho fatto in questi tre anni —diceva—. Non so chi sono.
Quella sera preparò due valigie. Mi baciò sulla fronte come se fossi uno zio lontano. Mi chiese perdono senza sapere perché lo stesse chiedendo. Chiuse la porta lentamente. Non si voltò più.
***
Rimasi solo, nell’appartamento che tornava a puzzare di caffè freddo. La foto di Mateo era ancora nella scatola di scarpe, intatta, e io non avevo più fiato per soffiarci sopra il fumo. La buttai. La tirai fuori dalla spazzatura. La ributtai. La ripresi.
L’ultima notte non riuscivo a respirare sdraiato. Mi sedetti contro lo schienale, con la foto in mano. Pensai a quel tè che non avevo toccato nell’appartamento del vecchio mago. Alla parola «vicini», detta in ascensore da un uomo che mi era sembrato la mia salvezza. Alle candele nere. Al dito tagliato. Alla bocca di Mateo intorno al mio cazzo, al suo sperma tiepido che mi colava in gola, alle notti in cui gli chiedevo di scoparmi più forte e lui mi ubbidiva.
Quello che dà dopo lo riscuote. Sempre.
Lo capii allora. Non era il cancro che stavo pagando. Non era il corpo. Era tutto il resto. Erano i tre anni fabbricati, l’amore che non era mai stato mio, ogni schizzo che avevo ingoiato credendo fosse mio, il miraggio che mi avevano tirato fuori dall’armadio e lasciato dall’altra parte del vetro a guardare dentro.
La stanza si riempì di un odore di zolfo che già conoscevo. La luce della abat-jour tremolò. E per una volta nella mia vita, non ebbi paura. Solo stanchezza. Una stanchezza antica, densa, che veniva da molto prima di Mateo, da molto prima del mago, da molto prima di quel cartello giallo su un palo.
Chiusi gli occhi.
Qualcuno, dall’altra parte, sorrise.