La prepotente del liceo è finita sul mio tavolo di autopsia
Chi lavora circondato dai morti si trascina dietro una reputazione sinistra, o se la trascinerebbe se la nostra società, occupata nelle sue luminose distrazioni quotidiane, si degnasse di pensare a noi. È il vecchio stigma del boia, del becchino, di chi porta sulle spalle il peso della morte perché gli altri possano continuare a vivere nella loro comoda ignoranza.
Devo ammettere che è una fama ingiusta. I medici legali, gli addetti delle camere ardenti e gli imbalsamatori che ho conosciuto nel corso della mia carriera sono persone amabili e discrete quanto chiunque altro, anzi forse un po’ di più. Gente dallo stoicismo mite, dai modi curati, da una sensibilità che non è facciata ma riflesso di qualcosa di pulito che portano dentro.
Io, ovviamente, sono l’eccezione che conferma la regola.
Forse è colpa mia, forse no. Non so se le mie inclinazioni siano nate da qualche esperienza storta o da un semplice errore della natura, e la verità è che mi piacerebbe saperlo. Magari un giorno impareremo a estirpare il male tagliando via una zona del cervello, e già che ci siamo cancelleremo anche le idee perniciose degli artisti che danno tanto fastidio a chi preferisce un mondo ordinato.
L’unica cosa che mi è chiara è che da bambino ero un ragazzino difficile. Mi costava capire le regole invisibili che il resto dei miei compagni sembrava padroneggiare senza sforzo. Risolvevo tutto a botte, cosa che all’inizio mi valse un certo rispetto e che poi si ritorse contro di me, quando i bisbigli sostituirono le botte e capii che da solo non potevo farcela contro tutto il mondo.
Al liceo cambiai tattica, con risultati altrettanto disastrosi. Terrorizzato all’idea di restare solo per sempre, diventai uno che si sottometteva a tutti, disposto a farsi calpestare da chiunque. Ma la mia goffaggine sociale mi trasformò nel bersaglio perfetto per chi si diverte a umiliare gli altri. E tra tutti quei miserabili, nessuno fu peggiore di lei.
Lorena era una figa da paura e lo sapeva. Aveva mezza classe che mangiava dalla sua mano e un bel po’ di ragazzi dei corsi superiori che mangiavano da altre parti. Era una mora che si stringeva in leggings impossibili per segnare i fianchi e sceglieva scollature che poi i professori criticavano dopo averle guardate con attenzione. Aveva sempre una replica tagliente, parole che piantava addosso con quella voce stridula che si dava. Non ferì nessuno quanto me.
Cominciò a prendermi di mira il giorno in cui risposi bene a una domanda che lei aveva sbagliato. Non ricordo la materia, e che importa. Quello che ricordo bene sono le voci: che i miei genitori mi picchiassero ogni giorno, che mi avessero cacciato da un’altra scuola per aver messo le mani addosso a una compagna, che alzassi le gonne e palpeggiassi i culi nei corridoi. Ogni volta che aprivo bocca, lei si incaricava di aggiungere una coda umiliante. Forse per questo finii per parlare sempre meno.
Dalla prima fino alla maturità, nessun gruppo mi volle tra i suoi, nessuna ragazza mi guardò due volte, e ogni volta che qualcuno pronunciava il mio nome lo faceva ridendo, con disprezzo o con pietà. Mi rifugiai nei libri e nei film di serie B, nei forum di internet dove discutevo di romanzi gotici e scene truculente. Diventai un esperto di Poe, di Cortázar, del cinema più malato di Cronenberg, di tutto ciò che mi permettesse di fuggire dalla tortura mediocre in cui vivevo.
La solitudine ebbe almeno una conseguenza utile. Sviluppai un senso critico feroce — è facile criticare il mondo quando non ne fai parte — e, soprattutto, diventai uno studente brillante. Ottenni una borsa di studio per studiare Medicina lontano dal mio paese, sollievo per una famiglia che preferiva avere la propria pecora nera a distanza. Lorena, ormai in un’età in cui quasi tutti i bulli erano maturati, mi regalò un ultimo pettegolezzo: che avevo scelto quella carriera solo per la mia ossessione per i cadaveri.
Chi avrebbe detto quanto sarebbe andata vicino alla verità senza volerlo.
***
Io, lo giuro, decisi di fare il medico per la possibilità di aiutare la gente, di guadagnarmi l’applauso che le circostanze mi avevano negato. Ma sentivo anche curiosità di sapere se, dopo tanta macelleria di fantasia, sarei stato capace di affrontare la morte vera. La notte prima della nostra prima pratica con i corpi reali non chiusi occhio.
Davanti a un cadavere si possono avere diverse reazioni. La maggior parte, soprattutto le ragazze, mostrava rispetto, reverenza e un disgusto mal dissimulato. Altri scherzavano nel patetico tentativo di non pensare alla propria mortalità, ma lo facevano tremando. In tutti i miei anni di università conobbi solo tre persone capaci di una vera indifferenza davanti ai morti. Erano psicopatici? Non lo so.
E poi c’ero io.
Non provai nervosismo nell’avvicinarmi a quegli simili inerti — simili, sì, perché finiremo tutti per somigliare a loro quando la carne ci abbandonerà —, ma esattamente il contrario. A differenza dei vivi, non mi tormentavano, non mi facevano invidia con i loro viaggi o le loro coppie, i miei genitori non mi paragonavano a loro per farmi sentire inferiore. Lì c’erano loro, lì c’ero io. E, immobili com’erano, potevo immaginare quello che volevo.
Ricordo il primo corpo che fece nascere qualcosa in me. Quasi tutti erano anziani o in pessime condizioni, ma lei no. Dovrebbe aver avuto una trentina d’anni ed era una donna splendida, con i fianchi larghi, tette grandi e capezzoli scuri e una fica pelosa che restava ben visibile sotto le luci fredde dell’anfiteatro. Mi si rizzò senza volerlo, lì davanti a tutti, e dovetti stringere le cosce contro il tavolo per non far notare il rigonfiamento nei pantaloni. Mi immaginai a leccare quelle labbra carnose da sotto, a separarle con la lingua, a infilarle le dita in una donna che non mi avrebbe dato uno schiaffo né si sarebbe messa a ridere di me dopo. Rimasi lì imbambolato a guardarla, e le prese in giro non tardarono. Non voglio essere quello strano, mi ripetevo. Non voglio essere quel tipo solitario da cui tutti scappano. Volevo rivestirmi di una patina di normalità rispettabile.
Nemmeno quello mi riuscì. All’università cercai di avvicinarmi a un gruppo dopo l’altro, provai a sedurre qualche ragazza, assaggiai l’alcol, confessai segreti impossibili quando ero ubriaco. Fallii in tutto. Solo i morti mi accettavano senza chiedere nulla in cambio. E così, mentre osservavo sui social la vita altrui dei miei vecchi compagni, mi specializzai in medicina legale.
Finì al Servizio di Anatomia Patologica e Forense di una città che non ho intenzione di nominare, dove diventai un lavoratore instancabile e, a sorpresa di tutti, un buon collega. Il mio rendimento durante la pandemia, quando allestimmo il deposito per custodire i deceduti, mi valse una menzione del governo regionale. Il bello di questo mestiere è che è solitario e tranquillo, e che la mia permanenza dipende dal mio rendimento e non dalla simpatia che suscito in qualche capo.
Passarono diversi anni di relativa calma. Continuavo a non piacere alle donne, continuavo a trascinarmi dietro gli stessi traumi. Provai con la prostituzione e non mi soddisfò: le puttane si muovevano troppo, fingevano gemiti con una voce da disco rotto, mi guardavano l’orologio mentre io cercavo di farmelo venire duro. Una me lo succhiò con così poco entusiasmo che mi si afflosciò in bocca, e uscii di lì volendo che mi inghiottisse la terra. Un’altra mi disse, mentre si rialzava le mutande, che non aveva sentito niente, che se volevo un’altra volta dovevo portare delle pillole. Alla fine mi limitai all’astinenza e a guardare i corpi da lontano, estasiato e codardo. Per ammazzare il tempo mi dedicai a passatempi insipidi come la fotografia e la pesca.
Finché arrivò lei.
***
Era un sabato sera. Una routine qualunque: arrivò un cadavere. In quel turno eravamo ridotti al minimo, ma i miei superiori sapevano che da solo bastavo per il carico abituale. La presi come una pratica in più, un giorno come un altro: una donna, abbastanza bella, morta per overdose di pastiglie. Una disgrazia. Poi lessi l’etichetta con il suo nome.
Lorena Mansilla Vega. Era lei.
Trattenni l’emozione, un’emozione colpevole ma vera. Mi compiacqui del fatto che quella donna che mi aveva reso la vita impossibile, che aveva saputo troncare il mio sviluppo come persona, fosse distesa davanti a me. Senza aver ottenuto nulla, stroncata come una povera tossica, eccola lì la bulla insopportabile, con le stesse tette formose di sempre, i capelli setosi e il volto perfetto, ora con la pelle scura spenta dalla pallidezza della morte. Lorena era sempre stata una figa da paura e lo sapeva, ma non era mai stata così bella.
La misi in camera dopo le pratiche di rito e attraversai l’intero edificio con uno sguardo di pietra, mentendomi, dicendomi che stavo solo affrontando un colpo del passato. Falso. Quello che facevo era grattare nella ferita: pensavo alla vita piena che sicuramente quella donna aveva avuto, agli amici, alle feste, alle scopate che si era fatta, ai tizi a cui l’aveva succhiata alle feste dove a me non avrebbero mai permesso di entrare. Capii che non c’era più nessuno sveglio, con un’idea macabra già piantata in testa e con il cazzo che iniziava a gonfiarsi dentro i pantaloni.
Tornato in deposito, chiusi a chiave con la mia. Sapevo che ciò poteva sollevare sospetti, che mi giocavo il posto se qualcuno fosse venuto a reclamare il corpo. Ma eravamo lontani dal suo paese, e se gli amici avessero condiviso la droga che l’aveva uccisa, avrebbero lasciato che la ritirassero i genitori. Inoltre, non ragionavo più con la testa. Ragionavo con il cazzo.
La tirai fuori dalla camera come si tira fuori della biancheria da un cassetto. Non era passato molto tempo e il corpo era ancora sodo, invitante, con quel tocco inquietante che mi fece sorridere come un idiota. La spogliai completamente, tagliando con le forbici il lenzuolo che la copriva, e rimasi a guardarla da capo a piedi, con la bocca secca. Le tette grandi le cadevano appena di lato, con i capezzoli scuri e larghi puntati verso il soffitto. Il ventre piatto, i fianchi larghi, la fica depilata con una strisciolina scura sopra, le cosce piene che si aprivano un poco per la posizione. Era la stessa fottuta immagine che avevo inseguito nella mia testa per anni.
Non so per quanto tempo rimasi a guardarla. Che direbbero i tuoi genitori se ti vedessero. Stai rischiando il lavoro. Sei spregevole. Ma dentro di me batteva una pulsione che non avevo mai imparato a riconoscere fino a quella notte. Guardai quegli occhi vuoti e allungai la mano verso il suo petto. Avvicinai le dita con una lentezza che stava quasi per farmi svenire.
Afferrai quella tetta fredda e mi sorprese che dal cielo non cadesse nessun fulmine. Poi, con la bocca aperta, passai minuti interi a impastare un seno e poi l’altro, pesandoli nei palmi, stringendoli finché i capezzoli non si tendevano duri tra le mie dita. Per la prima volta non c’era nessuno a dirmi che il tempo era scaduto, che non stringessi così forte, che non le pizzicassi il capezzolo. Ne torcetti uno con cattiveria e lasciai uscire un ansito da adolescente, fuori di me per il tocco morbido e gelido di quei due monumenti alla lussuria.
—Non mi stupisce che fossi così popolare — le sussurrai —. Con queste tette chiunque. Ma è finita. La morte ci rende tutti uguali, Lorena. E alcuni più di altri.
Mi chinai e mi misi in bocca un capezzolo intero. Lo succhiai con fame, con anni di fame accumulata, mordendolo finché la carne cedeva tra i denti. Passai all’altro, leccai tutta l’areola, ci sputai sopra e tornai a succhiarlo. Feci scendere la lingua lungo lo sterno, le costole marcate, l’ombelico. Appoggiai il viso sul suo ventre e baciai ogni centimetro di pelle fredda. Conoscevo i rischi di toccare un corpo così e volevo stare attento, ma di tanto in tanto mi scappava un morso sul fianco, sulla coscia, sul pube. Tornai sui capezzoli e li presi in bocca. Poi le sputai negli occhi, che accolsero il mio disprezzo senza scomporsi, come io avevo ricevuto le sue umiliazioni anni prima.
—Sei la cosa più patetica che abbia mai conosciuto — le dissi all’orecchio, con un tono quasi tenero che mi fece accapponare la pelle —. E adesso non sei niente. Mi hai sempre preso di mira. Guarda chi respira ancora. Guarda chi ha il cazzo duro e chi ha la fica spalancata su una barella.
Mi misi i guanti con cura. Avevo commesso la temerarietà di toccarla a pelle nuda, ma quello che veniva dopo comportava più pericolo. E, ubriaco di quella sensazione di potere, sapevo già che avrei rifatto la stessa cosa se non mi avessero scoperto.
***
Le aprii le gambe del tutto. Le feci passare le cosce sopra le braccia della barella e la fica rimase offerta come un frutto spaccato. Con due dita le separai le labbra, guardando l’interno rosa, pallido, senza lucido. Lì dentro si erano sborrati chissà quanti tizi, pensai. Lì dentro avevano goduto i popolari del liceo mentre io me la menavo in camera mia immaginando la stessa scena. Adesso ero io in prima fila.
Le infilai le dita senza la delicatezza che uno ha di solito con un corpo vivo. Ne spinsi due, poi tre, fino alle nocche, sentendo quelle pareti tese che non si contraevano né si rilassavano, che stavano lì immobili, in attesa. Cercai il punto dove avevo letto mille volte che si trovava il clitoride e glielo strofinai con il pollice, con quella violenza rancorosa di chi non saprà mai se lo sta facendo bene. Il suo volto inerte sembrava darmi un benvenuto silenzioso, e lo sfruttai. Con l’altra mano le accarezzai le gambe, un bel paio di gambe che mi fecero ricordare tutte le volte in cui quella donna mi aveva fatto sentire in colpa per averla desiderata. Le schiaffeggiai la figa con il palmo, uno schiocco secco che risuonò sulle pareti di piastrelle. Adesso avevo il controllo io. Adesso ero io il dominante, e il piacere che stava nascendo dentro di me non sarebbe stato umiliante, ma glorioso.
Persi subito la pazienza. Mi tolsi i guanti, mi lavai le mani e mi accarezzai sopra i pantaloni. Il cazzo mi pulsava già, tirato, intrappolato contro il tessuto. Mi abbassai pantaloni e mutande di scatto e lo liberai, godendo di quella rigidità d’oltretomba che l’aveva invaso. Dalla punta pendeva già un filo trasparente. Tirai fuori dal portafoglio un preservativo che non avevo avuto occasione di usare con nessuna donna e lo infilai con goffaggine, senza smettere di contemplare quelle due tette.
Prima di infilarla, salii sulla barella e le misi il cazzo incartato davanti alla faccia. Le aprii la bocca con le dita, spingendo la mandibola verso il basso, e le incastrai il membro tra le labbra violacee. Le afferrai la testa con entrambe le mani e spinsi, scopandole la bocca morta con una goffaggine brutale, sentendo il rumorino umido del lattice che sbatteva contro i denti. La sua lingua fredda mi leccava il glande senza lecchermelo, la gola si apriva da sola sotto il peso. Le guardai il viso mentre glielo spingevo fino in fondo e mi immaginai tutti gli anni del liceo condensati in quella scena: la reginetta della classe con il mio cazzo in gola, incapace di pronunciare una sola delle sue risposte taglienti.
—Succhiami, puttana — ringhiai —. Succhialo come lo succhiavi agli altri. Come non ti sei degnata di guardarmi allora.
La tirai fuori piena di saliva e scesi, facendo scorrere la barella, accarezzandole i capelli, tirandoli, e mi misi sopra di lei come un conquistatore. Le passai la punta sulla fica, su e giù, inzuppando il lattice dell’umidità morta che le era rimasta. E la infilai.
Mi fece male entrando.
Già, pensai, vergognandomi della mia stessa stupidità. Non c’era lubrificazione. Sputai senza uscire, due, tre volte, impastando l’apertura stretta con la mia saliva. Preso da un entusiasmo che mi fece ignorare il dolore, spinsi fino in fondo. Mi si marcò la vena del collo, diventai una bestia. La penetrai sollevandole le gambe, sorpreso dallo sforzo che costa sostenere un corpo così, appoggiandomi le sue caviglie sulle spalle. Ma ne valse la pena. Quando sentii quelle pareti strette chiudersi intorno a me, dimenticai tutto: la morale, la legge, la lucidità. In quell’istante esistevamo solo io e lei, e tutte le umiliazioni che mi stavo riprendendo con gli interessi.
Cominciai a scoparmela con affondi lunghi, tirando fuori il cazzo quasi del tutto e sprofondandolo di nuovo con un solo colpo, vedendo le tette grandi scuotersi a ogni impatto. Il corpo scivolava di qualche centimetro sulla barella a ogni spinta, e io dovevo afferrarla per i fianchi per trattenerla. La pelle fredda delle sue cosce contro la mia calda faceva un contrasto che mi eccitava ancora di più. Mi sporsi in avanti, senza smettere di pompare, e le morsi un capezzolo, tirandolo con i denti fino a tenderlo. Le leccai il collo, le labbra socchiuse, il mento.
—Pensa ai tuoi genitori — sussurrai guardandola in faccia, e giurerei che qualcosa nel suo gesto cambiò —. Pensa a quanto piangeranno per una figlia tossica. Immagina quanto soffrirebbero se vedessero quello che ti sto facendo. Se vedessero la loro principessina con le gambe aperte e il mio cazzo in gola.
La tirai fuori di colpo, la girai con fatica fino a metterla a pancia in giù, con le tette schiacciate contro il metallo freddo, e le alzai i fianchi per lasciare il culo all’aria. Le separai le chiappe con i pollici e rimasi a guardare quell’apertura stretta, quel punto che da viva sicuramente nessuno o quasi nessuno aveva toccato. Ci sputai sopra. Le infilai un dito, poi due, sentendo come cedeva senza resistenza. E le piantai il cazzo lì, nel culo, stringendo i denti per la brutalità della strettezza che si chiuse intorno al glande.
—Anche qui, Lorena — ansimai, spingendo piano piano —. Anche qui te la infilo. Tutto quello che mi hai negato te lo farò pagare stanotte.
La presi a quattro zampe, con le mani conficcate nei fianchi, lasciando segni viola che nessuno avrebbe visto. Ogni colpo faceva un rumore sordo, osceno, di carne contro carne. Le tirai i capelli all’indietro, inarcandole il collo, scopandomi quel culo stretto con una furia che non riconoscevo in me. Le passai la mano da sotto e le strinsi una tetta fin quasi a farla traboccare tra le dita.
Senna uscire, la girai di nuovo. Adesso volevo guardarla negli occhi vuoti mentre venivo. La sprofondai di nuovo nella fica, continuai a spingere con un vigore inversamente proporzionale alla vitalità della mia compagna, gli occhi fissi nei suoi come un cacciatore. Le passai la mano dalla coscia al collo e strinsi, fingendo di strangolarla, imprimendole le dita sulla pelle pallida. Magari fossi stato io, pensai, con il cazzo duro come una pietra. Le diedi con una brutalità che stava quasi per far crollare la barella, martellandole il bacino con il mio, sentendo le tette rimbalzare sul petto a ogni colpo.
Sentii l’orgasmo salire dai testicoli, avvertire alla base del cazzo, e ebbi ancora il tempo di tirarlo fuori dalla fica, strappare via il preservativo di colpo e portarmelo proprio davanti alla faccia. Cominciai a menarmelo a due mani, puntandolo verso quel volto perfetto, verso le labbra socchiuse, verso gli occhi che anni prima mi avevano guardato con disprezzo in ogni corridoio del liceo.
L’orgasmo arrivò abbondante e violento, tanto che dovetti mordermi le labbra per non far sentire il gemito in tutto l’edificio. Le sborravo addosso a fiotti, grossi fili bianchi che le caddero sulla fronte, sulle palpebre, sulla bocca, sul mento, colando poi fino al collo. Mi svuotai fino all’ultima goccia spremendomi il cazzo con il pugno, e ne uscì ancora una gocciolina che le lasciai cadere sulla lingua. Crollai su quelle tette che non avrebbero mai nutrito nessuno e tirai fuori la lingua per assaggiarne il sapore gelido, mescolato al mio stesso seme che le colava dal viso.
—Hai fallito come donna e come persona — mormorai, mentre le passavo il glande ancora grondante sulle labbra dipinte della mia sborrata —. E per la prima volta in tutta la tua fottuta vita mi hai reso felice.
***
Dopo quella copula animale mi tolsi il preservativo, che nemmeno aveva svolto fino in fondo la sua funzione, e, come il ubriaco che si sveglia con i postumi, sentii un brivido nel comprendere la portata di ciò che avevo fatto. Guardai il corpo, con il seme ancora lucido in faccia, con la fica aperta e arrossata, con l’impronta delle mie dita sul collo, e non vidi più lei, ma un insieme di organi e tessuti. Stavo quasi per vomitare. Mi giurai che non l’avrei più rifatto.
Bugiardo.
In bagno mi accorsi che, uscendo, non avevo chiuso il deposito a chiave. Mi sorressi, pallido, e sentii il desiderio tornare a ergersi. Il cazzo, che avrebbe dovuto essere esausto da ore, cominciava di nuovo a gonfiarsi contro il tessuto dei pantaloni. Erano i nervi del pugile, quell’adrenalina che spinge a ricadere nell’errore. Il gusto di poter essere scoperto mi fece camminare piano per i corridoi. Andai nel mio ufficio a prendere lo zaino, senza incontrare nessuno, e tornai a passo svelto, convinto di trovarmi metà del personale ad aspettarmi con le manette pronte.
Quando rientrai, tutto era ancora come lo avevo lasciato. Anche lei.
Mi avvicinai al cadavere con la macchina fotografica in mano. Vista così, con la sborrata che si seccava sulla pelle, con le gambe ancora aperte e le macchie violacee sui fianchi, privata di tutta la dignità che il rito della morte concede — gli abiti neri, i legni pregiati, i silenzi solenni —, era ritratta come ciò che per me era sempre stata: una puttana, una figa da paura che finalmente aveva pagato per quello che mi aveva fatto. E così volevo immortalala. La fotografai da ogni angolo con una vecchia macchina analogica che sputava fuori le immagini all’istante. Le aprii le gambe per fotografarle la fica da vicino, ancora dilatata. Le separai le labbra con le dita e scattai. Le alzai una tetta e scattai. Le aprii la bocca, le infilai due dita fino in gola e scattai. Mi feci un autoritratto infilandole di nuovo il cazzo tra le labbra, con la mano libera a tirarle i capelli. Le guardai come si guarda il ricordo di una fidanzata. Con l’inguine di nuovo teso, soppesai di ricominciare.
E ricominciai. Me la segai sopra di lei guardandola, menandomelo con la mano sinistra mentre con la destra le impastavo una tetta. Non ci volle molto: in quattro o cinque colpi le sborravo di nuovo addosso, questa volta sui seni, vedendo il mio seme scivolare tra le tette strette e raccogliersi nella fossetta dello sterno.
Adesso sì. Non rischiare ancora. Potrai ripetere, e hai le foto come ricordo.
A denti stretti la sistemai come potei. Le pulii i resti dalla faccia, dal collo, dal petto, dalla fica e dal culo con panni umidi, le pettinai i capelli, le chiusi le gambe, le incrociai le braccia. La riportai nella cella frigorifera con un sorriso da macellaio, immaginando di condannarla all’ultimo cerchio dell’Inferno, quel lago di ghiaccio dove l’angelo caduto paga per i secoli dei secoli. Ricontrollai la sala un’infinità di volte, rimettendo tutto come prima, e aspettai che finisse il turno di notte.
I suoi genitori arrivarono qualche ora dopo. Mi riconobbero, ma erano troppo distrutti per badare alla coincidenza. Parlai con loro con una professionalità esemplare, sbrigando le formalità come se nulla fosse accaduto. In tasca avevo le fotografie della loro figlia con le gambe aperte e il mio seme in faccia. È la prima volta in vita mia che ringraziai di avere un sesso di dimensioni modeste: grazie a questo, nessuno notò nulla quando il cazzo mi si irrigidì di nuovo a metà mentre la madre mi ringraziava per il trattamento.
Quando finii il turno e arrivai a casa, invece di riposare mi chiusi in bagno con le foto sparse sul lavandino. Pensai alle lacrime di quella madre che avrebbe dovuto seppellire sua figlia, alla giustizia silenziosa che la Morte aveva pronunciato per me, a come quel corpo avesse accettato tutto senza protestare. Me la rimisi a menare guardando le foto, una a una, soffermandomi su quelle della fica dilatata e su quelle del seme che le colava dal mento. Mi sborravo nel lavandino con un lungo ringhio. Chi ride ultimo ride meglio. E quel giorno risi come un pazzo, tanto che i vicini quasi chiamarono la polizia.
E adesso? Niente, sono sempre lo stesso, preso nei miei vizi e consumato dalle mie voglie. L’ho accettato. So che non sarò mai come gli altri, e non cambierei per nulla al mondo la libertà che ho provato quando l’ho scoperto. Ogni tanto, nelle notti pigre, passo un po’ di tempo con qualche corpo particolarmente bello, lecco un paio di tette fredde, affondo il cazzo in una fica che non protesta, mi sborro in una faccia che non mi giudica. Porto sempre la macchina fotografica per ogni evenienza, e devo confessare che conservo una collezione splendida in una delle mie stanze. Sì, sarà la mia rovina il giorno in cui mi scopriranno. Ma bisogna pur vivere. E, come ben so per via del mio mestiere, finirò morto allo stesso modo.
A volte, quando mi tocco con lo sguardo fisso su tutte quelle amanti che nemmeno sanno di esserlo, la cerco tra le foto. Quella con la fica aperta, quella con il mio cazzo in bocca, quella con la sborrata che le cola sulla fronte. Allora rido di nuovo, e mi sborro di nuovo come se avessi quindici anni, sporrandomi la mano di seme denso mentre sussurro il suo nome. Le prime volte, amici miei, le prime volte sono sempre speciali.
