Confesso di desiderare un padrone che mi dia ordini
Voglio confessare una cosa che non ho mai detto ad alta voce, nemmeno alle amiche con cui credo di non avere segreti. Da mesi mi porto addosso una fantasia che non resta più ferma in un angolo della mia mente. È diventata un luogo in cui torno ogni volta che ho bisogno di scappare un po’ da me stessa, dalla donna corretta e occupata che tutti credono di conoscere.
Inizia sempre allo stesso modo. Sono circondata dal rumore, fingendo di concentrarmi su una riunione o su una lista di cose da fare che non mi importa, e all’improvviso immagino che arrivi un messaggio. Uno solo, breve, impossibile da ignorare. Non ho bisogno di leggerlo davvero per sapere come mi farebbe sentire: fermo, tranquillo, scritto da qualcuno che sa esattamente quale effetto avrà su di me.
E allora qualcosa dentro di me si allenta, come se mi sciogliesse un nodo che non sapevo nemmeno di avere stretto. Sento la figa bagnarsi di colpo, le mutandine attaccarsi alle labbra gonfie, i capezzoli indurirsi sotto la camicetta fino a premere contro il tessuto.
Mi piace immaginare che quell’uomo non chieda. Che non tratti. Che comandi e basta. Che decida piccoli dettagli che per chiunque altro sarebbero insignificanti, ma che per me diventano un segreto rovente che mi porto addosso per ore. Un’indicazione semplice come uscire di casa senza mutandine, con la figa nuda sotto la gonna, sapendo che lui lo sa, che l’ha deciso lui, e che io ho obbedito solo perché me l’ha chiesto.
Nessuno se ne accorge. Nessuno lo immagina nemmeno.
Cammino in mezzo alla gente con una consapevolezza diversa del mio stesso corpo. Sento il tessuto del vestito sfiorarmi il clitoride a ogni passo, l’umidità scendermi lungo l’interno delle cosce, le labbra della figa aprirsi e chiudersi a ogni movimento. Mi accorgo di ogni respiro che si fa più profondo senza un motivo apparente. È una sensazione pericolosa e, soprattutto, assuefacente. Perché il mondo continua a girarmi intorno mentre io custodisco, sotto i vestiti e sotto il sorriso, un ordine invisibile che eseguo solo per lui, con la figa madida e le tette in fiamme sotto il reggiseno.
***
La cosa più strana è che tutto questo non è nato in una notte precisa né da un uomo reale. È nato piano, quasi senza che me ne accorgessi, leggendo conversazioni altrui, immaginando voci, provando nella mia testa come sarebbe arrendersi, aprire le gambe a uno sconosciuto che mi ordinasse esattamente come scoparmi.
Di giorno, nella normalità, sono quella che organizza, quella che risolve, quella che non perde mai il controllo. In ufficio le mie decisioni vengono prese come definitive. A casa, tutto dipende da me. E forse per questo, proprio per questo, ciò che desidero di più nella mia fantasia è l’opposto: che qualcuno mi tolga il peso di scegliere. Che decida per me. Che mi dica cosa fare e quando, e che io debba solo obbedire, inginocchiarmi e aprire la bocca quando me lo chiede.
Non è debolezza. Ci ho pensato molto e so che non lo è. È un’altra forma di forza, quella di fidarsi di qualcuno abbastanza da consegnargli il controllo della mia figa, del mio culo, della mia bocca, e lasciarmi guidare senza rete.
Mi immagino il primo ordine del giorno arrivare presto, ancora a letto, con i capelli spettinati e gli occhi a metà aperti. «Oggi farai esattamente quello che ti dico. Mettiti due dita nella figa adesso, apriti e dimmi quanto sei bagnata.» E io risponderei di sì, mentre allargo le gambe sotto le lenzuola e mi affondo le dita fino alle nocche, sentendo la figa colarmi, il clitoride pulsare duro contro il pollice. Non perché debba farlo, ma perché lo desidero con un’intensità che un po’ mi spaventa.
Nel corso della mattinata immagino istruzioni che nessun altro capirebbe. Come sedermi, con le gambe leggermente aperte per sentire l’aria sulla figa nuda. Quando pensare al suo cazzo. Quale capo scegliere e quale lasciare da parte. Dettagli minimi che trasformano una giornata volgare in un gioco segreto che mi tiene accesa, con le mutandine fradice o senza, senza che accada assolutamente nulla di visibile.
E l’attesa si insedia piano. Ogni minuto diventa un silenzioso aspettare. Mi ritrovo a pensare a cosa direbbe dopo, quale nuovo ordine arriverebbe, come reagirei io a leggerlo, se mi tremerebbero le mani nel obbedire, se verrei solo sentendogli dire «puttana mia» nell’orecchio.
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Arrivo sempre allo stesso pensiero, chiaro e ostinato: voglio obbedire.
Non per sottomissione cieca, non per umiliazione. Voglio sentire quella connessione invisibile, quella dolce tensione tra controllo e abbandono. Voglio che qualcuno mi veda davvero, che riconosca quella parte di me più audace, più intensa, la troia nascosta dietro la donna impeccabile che fingo di essere ogni giorno.
Quella parte esiste. È lì, sveglia, con la figa aperta e affamata, e sta zitta da fin troppo tempo.
A volte, nel mezzo di una telefonata noiosa, immagino di ricevere un ordine e di dover stringere forte le gambe per non far vedere nulla. Immagino la sua voce bassa che mi dice di infilare la mano sotto il tavolo e di premere il clitoride con due dita, senza muoverle, solo restando lì, sentendo la figa contrarsi in cerca di qualcosa che non c’è. Che non devo venire, che devo aspettare, che la mia venuta appartiene a lui e non la lascio andare finché non lo decide lui. E obbedisco. Nella mia testa obbedisco sempre, e l’attesa diventa insieme una carezza e una punizione, con le mutandine ridotte a un disastro appiccicoso.
La cosa più assuefacente non è il piacere. È la tensione di sapere che dipendo dal suo permesso. Che qualcosa di così mio come il mio stesso desiderio, come il tremito delle mie gambe quando sto per venire, in questo gioco appartiene a lui.
C’è un giorno preciso che torno a immaginare una e un’altra volta. Un pomeriggio qualunque, nel mezzo del lavoro, che mi infilo in bagno solo per rileggere un ordine che non esiste. Mi vedo appoggiata alla porta chiusa, con la gonna tirata su fino alla vita, il cuore che mi martella nel petto e tre dita affondate fino in fondo nella figa, a scoparmi piano per non gemere. La sua voce immaginata mi dice di fermarmi, di tirar fuori le dita fradice, di portarmele alla bocca e succhiarle una a una come se fossero il suo cazzo. E obbedisco, assaporando il mio stesso succo, con le tette ancora strette dal reggiseno e i capezzoli sul punto di rompere il tessuto. Mi dice di tornare al mio posto, di resistere, di non venire finché non lo decide lui. E io torno alla scrivania tremando dentro, con la figa che pulsa sotto la gonna, la faccia serena e il corpo in fiamme, sorridendo ai colleghi come se non stessi obbedendo a un uomo che vive solo nella mia immaginazione.
Questa contraddizione è ciò che mi sorregge per settimane. Fuori, controllo assoluto. Dentro, una resa da puttana che nessuno sospetta e che cresce solo di più quanto più la zittisco.
***
Dove la fantasia diventa più viva è alla fine della giornata. Immagino di arrivare a casa dopo ore passate a portarmi addosso quel segreto nella figa bagnata, chiudere la porta, spegnere il telefono del mondo e restare finalmente in silenzio.
Allora non ci sono più riunioni, né gente, né rumore. Solo io e la sua voce immaginata che riempie gli spazi vuoti. Mi sdraio sul letto e lascio che la mente completi ogni vuoto con istruzioni precise. «Togliti i vestiti lentamente, cominciando dalla camicetta. Slacciati il reggiseno e pizzicati i capezzoli fino a farli male.» Obbedisco, e sento le tette pesarmi addosso, i capezzoli così duri da fare vergogna. «Adesso la gonna. Apri le gambe. Fammi vedere quella figa da troia.» E mi apro da sola, nel mio letto vuoto, con due dita che mi separano le labbra come se lui stesse guardando dall’altra parte.
«Non toccarti ancora.» Ogni frase immaginaria mi fa sentire più presente, più sveglia, più calda, anche se in realtà sono completamente sola con la mano che mi trema a un centimetro dal clitoride. «Dimmi a cosa pensi.» Penso al suo cazzo duro che spinge contro la mia bocca, a come lo succhierei piano, chiudendo le labbra intorno al glande, lasciando che la bava mi coli sul mento mentre me lo infilo fino in fondo alla gola. Penso a come mi scoperebbe dopo, in ginocchio sul letto, afferrandomi per i capelli, sbattendomi contro il culo a ogni affondo finché la carne mi brucerebbe.
Chiudo gli occhi e obbedisco a ordini che non esistono. E mi sorprende quanto sia reale. Quanto il mio corpo risponda a parole che nessuno ha pronunciato. Comincio a sfiorarmi il clitoride con un dito, cerchi lenti, mentre con l’altra mano mi infilo due dita nella figa, cercando quel punto dentro che mi fa tremare. Quanto sarebbe facile, se lui fosse davvero lì, mettermi a pancia in giù, alzarmi il culo e lasciargli entrare fino in fondo senza chiedere permesso.
Immagino che mi faccia aspettare. Che mi ordini di restare immobile con le dita dentro la figa quando l’unica cosa che voglio è venire. Che prolunghi la tensione fino a togliermi il fiato, fino a farmi gemere forte senza volerlo, fino a farmi appiccicare i capelli alla fronte per il sudore. Che mi dica: «resisti, puttana, non ancora». E resisto, con la figa che si contrae attorno alle mie stesse dita, sul punto, quasi in lacrime. Solo allora, con una sua parola, «vieni per me», mi dà il permesso. E vengo con tanta forza da inarcarmi tutta sul letto, gridando in una casa vuota, con le cosce strette attorno alla mia mano e la figa che inzuppa le lenzuola. In quel permesso immaginario c’è più intimità che in qualunque cazzo reale abbia mai conosciuto.
***
Lì capisco finalmente ciò che più mi cattura di tutto questo.
Non è solo l’idea di avere un padrone virtuale, qualcuno dall’altra parte di uno schermo che mi scrive ordini. È la sensazione di stare aspettando una persona che capisca questo linguaggio silenzioso. Qualcuno che sappia che tutto comincia con le parole, con la fiducia, con quel gioco mentale in cui l’immaginazione basta ad accendere tutto prima che qualsiasi cazzo entri in qualsiasi figa.
Perché ciò che cerco davvero non è uno sconosciuto qualunque che voglia scoparmi e basta. Cerco qualcuno che capisca che la resa di cui parlo è delicata. Che non voglio perdermi: voglio esplorare quella mia versione che desidera cedere un poco, aprirsi le gambe per ordine, ingoiare una sborra per ordine, fidarsi, lasciarsi guidare dentro uno spazio creato tra noi due. Un dominio che sia, in fondo, una forma strana e onesta di cura.
Ho letto di queste cose di nascosto, a notte fonda, con la luce del cellulare che mi illuminava il viso nel buio e l’altra mano infilata tra le gambe. Ho imparato che tutto questo ha un nome, che non sono la sola, che c’è chi lo vive con rispetto e regole chiare. E questo, invece di calmarmi, mi ha eccitata ancora di più. Sapere che da qualche parte esiste qualcuno capace di prendere quel ruolo con serietà, con cura, e anche con la durezza sufficiente per scoparmi come ho bisogno che mi scopino.
***
Ci sono notti in cui la fantasia diventa quasi una supplica. Immagino di scrivere esattamente ciò che sento e inviarlo nel nulla, come una bottiglia lanciata in mare. Una confessione travestita da racconto, con la speranza segreta che qualcuno la legga, gli si indurisca il cazzo leggendomi, e sorrida riconoscendosi in quelle parole.
Che capisca, tra le righe, che non cerco una scopata volgare di una sola notte. Cerco quella tensione sostenuta, quel tira e molla di ordini e obbedienza che trasforma i giorni grigi in qualcosa di intenso, in una figa costantemente bagnata sotto i vestiti da ufficio. Cerco qualcuno con la pazienza di costruire un mondo fatto solo di parole prima di toccare qualsiasi cosa, e con la crudezza di dirmi esattamente cosa mi farà quando finalmente mi avrà nuda e aperta davanti a sé.
E, mentre scrivo questo con una mano e l’altra che mi preme il clitoride sopra i pantaloni, torna sempre lo stesso pensiero, lieve ma impossibile da zittire.
Forse, da qualche parte, qualcuno sta leggendo queste righe proprio adesso con il cazzo duro in mano. Forse si chiede se potrebbe essere lui a occupare quel posto nella mia immaginazione. Se potrebbe essere lui a scrivere il prossimo ordine, quello che mi accompagnerà domani sotto i vestiti, con la figa nuda e pulsante sotto il sorriso.
Se vorrebbe diventare, anche solo all’inizio dentro questo gioco di parole e desiderio, il mio padrone.
Perché io una cosa l’ho già decisa, l’unica che in questa storia mi tengo per me: sono pronta a obbedire. Manca solo che compaia la voce giusta.