Il regalo di compleanno che mio marito mi ha chiesto di esaudire
Dieci minuti prima delle sei ho riposto i documenti, ritoccato il rossetto rosso e guidato fino al motel dove lui mi aspettava con un ordine precisissimo di mio marito.
Dieci minuti prima delle sei ho riposto i documenti, ritoccato il rossetto rosso e guidato fino al motel dove lui mi aspettava con un ordine precisissimo di mio marito.
Mi ero sistemata mille volte davanti allo specchio della mia stanza, ma quella notte, per la prima volta, non era solo per me. Qualcuno mi stava aspettando dall’altra parte della porta.
Mi sono svegliato con i tacchi ancora ai piedi e una voce che mi sussurrava all’orecchio che non c’era più ritorno: ogni giorno sarei stato un po’ più Lola e un po’ meno me.
La donna che mi ha incatenato in quella cantina non cercava piacere: voleva insegnarmi, colpo dopo colpo, che il mio corpo non mi apparteneva più e che la sua parola era l’unica legge.
Avevo passato tutta la notte con tre uomini e mi sentivo ancora insaziabile. Così presi il telefono e scrissi: «Siete pronti a non farmi dormire per tutto il fine settimana?»
Non sono andata lì per il piacere. Sono andata a ricordare un desiderio sepolto: pelle morbida, curve, essere desiderata. E lei, con un sussurro in francese, mi ha dato il permesso.
Andai a casa sua perché lasciasse in pace il mio compagno. Uscii di lì sapendo che sarei tornata la domenica dopo, e quella dopo, e tutte le altre.
Mi guardo allo specchio con il reggicalze e le autoreggenti a rete, e sorrido: ho perso la scommessa e so esattamente cosa mi chiederà lui questo pomeriggio.
Ogni pomeriggio attraversavo il giardino per aiutarlo con le vigne, ma sapevamo entrambi che ci andavo per altro: per il modo in cui quell’uomo enorme mi guardava.
Le avevano detto che il secondo giorno non ci sarebbe stata pietà. Quello che non sapeva era fin dove fossero disposte a spingersi le due signore della sala bianca.
Lo legai con un guinzaglio sottile attorno a tutto ciò che gli importava e, quando tirai per la prima volta, seppi che quella notte sarebbe stata mia dall’inizio alla fine.
Era rimasto un mese legato al suo desiderio. Quella notte, Selene avrebbe deciso quando, come e quanto dovesse soffrire prima di lasciarlo finalmente venire.
Quando entrai in quella mansarda con le corde appese alle travi, capii che quella notte non sarei appartenuta a me stessa.
Quando mi cambiarono il collare rosso con quello verde, capii che non c’era più nessuno a impedire a quei canini di affondare nella parte più sensibile del mio corpo.
Attraversò mura che nessuno aveva mai vinto per piantargli la spada. Lei schioccò solo le dita, e l’eroe scoprì chi comandava davvero su quel trono.
Venne nel mio salotto convinto che nessun gioco di dominazione potesse piegarlo. Gli diedi una safeword e gli dissi che avrebbe finito per supplicarla.
Ero lì ad aspettarla tutta la notte, legato al letto di quella casa, sapendo che di domenica sarebbe tornata a finire ciò che avevamo iniziato.
Accettammo le regole senza sapere davvero a cosa ci stessimo consegnando: un’isola, vari padroni e la promessa che un no sarebbe sempre stato un no. Il resto lo decideva il desiderio.
Dietro la porta mi aspettavano sette uomini che non conoscevo. Bruno aveva organizzato tutto, e io dovevo solo dare tre colpi per cominciare.
Cercavo silenzio e un orto. Quello che trovai fu un’intera famiglia disposta a dividersi me, uno dopo l’altro, senza che nessuno sapesse degli altri.