La mia confessione: quel viaggio sulla costa con il mio capo
Amore, prima che tu dica qualcosa, lasciami finire. Lo so che ti avevo promesso di non toccare più questo argomento, ma l’altra notte, quando mi hai chiesto perché a volte me ne stavo zitta a fissare il soffitto, non sono riuscita a continuare a mentire. Prenditi qualcosa da bere, siediti e ascoltami fino in fondo. Te lo devo.
Avevo diciannove anni quando iniziai a lavorare in quell’ufficio in centro. Era il mio primo vero impiego, non quello part-time nella caffetteria, ma uno con scrivania, computer e biglietto da visita. Mi sentivo adulta per la prima volta in vita mia. Mia madre pianse il giorno in cui mi consegnarono il tesserino.
Il mio capo si chiamava Andrés. Aveva trentotto anni, una pancia appena accennata che spuntava sotto la camicia e indossava sempre, sempre, il primo bottone slacciato. Parlava a bassa voce, ti guardava negli occhi quando gli raccontavi qualcosa e non sembrava mai avere fretta. Per mesi pensai che fosse l’uomo più tranquillo che avessi mai conosciuto in vita mia.
***
Il viaggio venne annunciato un martedì mattina, senza preamboli. Bisognava chiudere un contratto con una società distributrice a Cartagena e la persona che di solito lo accompagnava era in malattia. «Mi serve qualcuno che sappia prendere verbale e che non si spaventi con i clienti difficili», mi disse. «Te la senti?». Accettai con la bocca secca, pensando alla trasferta, al fatto che era la mia grande occasione, a quello che ti avrei raccontato quando fossi tornata.
Con te mentii. Ti dissi che sarebbe venuta anche la contabile. Non so perché lo feci; immagino che, in qualche angolo, già intuissi che da sola con lui sarebbe stato diverso. Ma mi convinsi che fosse una cosa professionale, che lui fosse professionale, e che la mia intuizione fossero solo i nervi di una principiante.
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Arrivammo in hotel passate le otto di sera. Ero stanca, spettinata e con quella strana sensazione dell’aria umida dei Caraibi che si appiccica alla pelle. Andrés si avvicinò al banco e, dopo aver parlato due minuti con la receptionist, tornò con la solita espressione calma.
—Daniela, c’è stata una confusione con la prenotazione —mi disse, stringendo le spalle—. Sono rimaste solo camere doppie, con due letti separati. Ti dà fastidio? Se vuoi provo a smuovere il mondo, ma l’evento inizia presto e…
Gli dissi che non c’era problema. Il mio viso doveva essere diventato del colore dei fiori della hall, perché lui rise piano e mi diede una pacca sulla spalla come uno zio bonario. È solo una notte, Daniela. Non fare la stupida. Me lo ripetevo mentre salivo in ascensore con la valigia che mi tremava in mano.
La camera era grande, con vista sul mare e due letti matrimoniali separati da un comodino. Tende pesanti, aria condizionata al massimo, quel odore di disinfettante che hanno tutti gli hotel del mondo. Pensai che con la luce accesa sarebbe andato tutto bene.
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Quella sera no, quella notte nemmeno. Ma la mattina dopo andammo in spiaggia prima della riunione, perché lui insistette sul fatto che mi avrebbe rilassata e fatta arrivare fresca per presentare i numeri. Mi misi il bikini nero che avevo comprato per sfoggiarlo con te, ti ricordi? Quello che non riuscii mai a usare in piscina al club perché ti dissi che mi vergognavo. Sì, quello.
Andrés si comportò da gentiluomo. Mi raccontò del suo divorzio, della figlia che viveva in un altro paese, di come aveva cominciato a lavorare a quattordici anni. Mi fece ridere. Mi fece sentire che la mia opinione sul business gli importava. Mentre parlavamo, lo guardavo di sottecchi e pensavo a quanto fosse diverso dai ragazzi della mia età, a quanto sembrasse sicuro di sé, a come beveva l’acqua di cocco senza versarne nemmeno una goccia. E notavo anche, anche se non volevo, come i suoi occhi mi si piantassero nelle tette ogni volta che mi chinavo, e come il rigonfiamento del costume bagnato gli si marcasse senza alcun pudore quando si alzava dalla sdraio.
La riunione andò bene. Chiudemmo il contratto. Lui mi presentò come «la mia assistente, indispensabile», e i clienti mi fecero i complimenti per un’osservazione che avevo fatto sui tempi di consegna. Tornai in hotel sentendomi importante per la prima volta in vita mia. Volevo chiamarti e raccontarti tutto, ma il telefono non prendeva.
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Cenammo nel ristorante dell’hotel. Lui ordinò vino. Io non bevevo mai vino, lo sai, ma quella sera dissi di sì perché mi vergognavo a dire di no. Un bicchiere. Poi un altro. Il terzo non lo contai più.
Quando risalimmo erano quasi le undici. Mi chiusi in bagno, mi lavai i denti con la mano che mi tremava un poco, e mi misi la camicia da notte. Non quella vecchia di cotone, ma quella di seta color crema che mia zia mi aveva regalato per il compleanno, quella corta e trasparente con la luce davanti. Perché me la portai in viaggio? Non ho una risposta. Giuro che non ce l’ho. Forse perché quella sera mi sentivo bella, forse perché volevo, senza ammetterlo, sentirmi desiderata da qualcuno che non fossi tu. È la parte che mi costa di più dirti.
Spensi la luce e mi sdraiai su un fianco, guardando verso la parete. Lo sentivo muoversi dall’altra parte: si toglieva le scarpe, appoggiava le chiavi sul tavolo. Pensai che si sarebbe addormentato. Chiusi gli occhi.
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Il primo suono fu un respiro più lungo, più pesante. Lo scambiai per un sospiro di stanchezza. Poi ne arrivò un altro, e un altro ancora, e un leggero cigolio del materasso. Aprii gli occhi nel buio e li girai appena per guardare sopra la spalla.
Andrés era seduto sul bordo del suo letto, rivolto verso di me. La luce che entrava dalla fessura della tenda gli illuminava metà corpo. Aveva la camicia sbottonata, i pantaloni e le mutande abbassati fino alle ginocchia, e il cazzo all’aria, duro, spesso, più grande di qualunque cosa avessi mai visto. Lo teneva con la mano destra alla base e se lo segava con un ritmo lento, lungo, salendo fino al glande e riscendendo fino all’attaccatura, come se si stesse misurando. Con l’altra mano si accarezzava le palle. Gli occhi chiusi, la testa appena reclinata all’indietro, la bocca socchiusa a lasciare uscire un fiato caldo che si sentiva in tutta la stanza.
Non mi stava guardando. O così volli credere all’inizio.
Avrei dovuto fare mille cose. Avrei dovuto alzarmi, gridare, chiudermi in bagno, chiamare la reception. Non feci niente di tutto questo. Rimasi immobile, col respiro spezzato, sentendo il cuore salirmi alla gola e come, tra le gambe, qualcosa che non avevo mai sentito con tanta forza cominciasse a risvegliarsi. La figa mi si inzuppò da un momento all’altro, senza avviso, come se il mio corpo avesse deciso per me. Stringei le cosce e sentii l’umido appiccicoso colarmi verso l’alto, macchiandomi la camicia da notte di seta.
Non avevo mai visto un uomo così, amore. Te ho visto, certo, ma tra noi le cose erano sempre state rapide, affrettate, quasi clandestine, con la luce spenta e senza guardarci. Questo era diverso. Lui era completamente abbandonato al proprio corpo, senza vergogna, senza chiedere permesso, senza offrire spiegazioni. Si vedeva il cazzo intero, che gli pulsava nella mano, lucido in punta per una goccia che gli scappava e che lui usava come lubrificante per far scorrere il pugno più piano. Era grosso, peloso, niente affatto glamour, eppure non riuscivo a smettere di guardarlo. Sentii la bocca riempirmisi di saliva. Letteralmente. Deglutii e non potei credere a quello che stavo pensando.
Lo guardai attraverso la fessura delle ciglia, fingendo di dormire. Ma fu il respiro a tradirmi. Il mio, non il suo. Cominciai a respirare più in fretta, più a fondo, e senza accorgermene strinsi le cosce una contro l’altra, muovendomi appena, cercando la cucitura della camicia da notte con la vulva per toccarmi senza toccarmi. Capì in quel momento che lui sapeva che lo stavo guardando. E lo capii perché abbassò la mano un po’ più lentamente, e si segò più a lungo, come per farmelo vedere bene.
***
Si alzò senza finire. Attraversò a piedi nudi i quattro passi che separavano i letti con il cazzo duro che oscillava davanti, puntato verso di me. Chiusi del tutto gli occhi, come una bambina che si nasconde sotto le coperte. Sentii il peso del materasso affondare accanto a me.
—Daniela —sussurrò, molto vicino al mio orecchio—. Sei sveglia?
Avrei potuto dire di no. Avrei potuto fingere di russare, spingerlo via, ridere nervosa, chiedere di dormire. Qualunque cosa. Invece aprii gli occhi e lo guardai.
—Sì.
Una sola parola. La parola che mi perseguita da anni.
***
Non fu brusco, amore. È questa la cosa peggiore di tutte. Fu paziente. Cominciò dal collo, con la bocca che mi sfiorava appena la pelle. Poi l’orecchio. Poi la curva della spalla dove la camicia da notte si era già spostata da sola. Mentre mi baciava, una mano mi tracciava il bordo della coscia sopra la seta, senza entrare, senza affrettare nulla, come se avesse tutto il tempo del mondo e sapesse esattamente quanto impiegava il mio corpo a chiedere ciò che lui già sapeva che avrebbe chiesto.
Quando mi abbassò il laccetto della camicia da notte e mi lasciò una tetta scoperta, non gli dissi di no. Mi succhiò il capezzolo lentamente, con tutta la lingua, e poi lo morsicò appena, strappandomi un gemito che non riuscii a trattenere. Quando mi fece scivolare la seta fino alla vita e mi lasciò entrambe le tette nude, non dissi nulla nemmeno allora; inarcai soltanto la schiena per offrirgli meglio il petto. Mi passò una mano sulla pancia, scendendo, scendendo, fino a infilarla sotto l’elastico delle mutandine. Quando mise le dita nella mia figa e trovò tutto fradicio, rise piano contro il mio collo. —Stai gocciando, Daniela —mi disse—. Stai gocciando per guardarmi. E quando chiese, con la voce roca contro i miei capelli, se volevo, se volevo davvero, gli dissi di sì. Gli dissi di sì, amore. Non mi forzò, non mi drogò, non mi minacciò. Accettai io. Questa è la confessione che ti dovevo e quella che mi fa più male fare.
***
Mi fece cose che non sapevo si potessero fare. E me le fece piano, guardandomi in faccia, aspettando di vedere il momento esatto in cui smettevo di pensare.
Mi tolse le mutandine con i denti. Proprio così, letteralmente, afferrando il tessuto con la bocca e facendomelo scendere lungo le cosce mentre mi teneva le ginocchia con le mani. Poi mi aprì le gambe spalancandomele, così aperte che sentii tirare all’inguine, e rimase lì, in ginocchio tra le mie gambe, a guardarmi la figa aperta come chi studia qualcosa per la prima volta. —Guardati —mi disse—. Guarda come sei. E mi infilò due dita di colpo fino in fondo. Le tirai fuori che grondavano, se le portò alla bocca e le succhiò una per una davanti a me. Non riuscivo a respirare.
Allora abbassò la testa e mi leccò la figa. Amore, non so come dirtelo con altre parole. Me la leccò come se fosse l’unica cosa che avrebbe avuto nella vita. Mi passò tutta la lingua dal basso fino al clitoride, a lungo, piano, una volta, un’altra, e un’altra ancora, fino a quando non fu più lingua ma bocca intera, succhiandomi, baciandomi la fica, ficcandomi la lingua dentro e tirandola fuori, tornando al clitoride per fare cerchi che mi facevano alzare il culo dal letto. Mi afferrò le natiche con entrambe le mani e mi sollevò il bacino contro la sua faccia, come se volesse soffocarsi lì. Mi venni in bocca la prima volta senza nemmeno rendermene conto. Urlai. Urlai forte, tappandomi la bocca con il cuscino, e lui continuò a succhiarmi mentre mi contorcevo, prolungandomi l’orgasmo fino a quando il clitoride non mi diventò così sensibile che gli spinsi via la testa perché si fermasse.
Non si fermò. Mi girò a pancia in giù, mi mise un cuscino sotto il bacino per alzarmi il culo e me lo aprì con entrambe le mani. Sentii la sua lingua passarmi anche lì, sul buchino, e morii di vergogna e di piacere allo stesso tempo. Nessuno mi aveva mai fatto una cosa del genere. Mai. E lui lo faceva come se fosse la cosa più naturale del mondo, muovendomi la lingua lì e poi tornando alla fica, alternando, fino a che non stavo chiedendo, chiedendoglielo ad alta voce, senza rendermene conto.
—Mettimelo dentro —gli dissi—. Per favore, mettimelo dentro adesso.
Lui rise. Si alzò, si sfilò i pantaloni che aveva ancora impigliati alle caviglie, e si mise accanto al letto con il cazzo puntato al soffitto. —Succhiamelo prima —mi disse—. Voglio vedere come lo succhi. E io, che a te l’avevo succhiato due volte in vita mia e sempre con la luce spenta, mi misi in ginocchio sul letto e gli aprii la bocca. Me lo mise contro le labbra, se lo strofinò sulla faccia, sulle guance, sugli occhi chiusi, mentre mi afferrava i capelli. Poi me lo infilò piano, fino in fondo. Glielo succhiai tutto, amore. Gli feci un pompino con entrambe le mani, lavorandogli la punta e la base, gli leccai le palle mentre lui se lo segava con il pugno, feci tutto ciò che mi chiese e tutto ciò che mi venne dal corpo senza che lui chiedesse nulla. Gli vidi la faccia, la prima volta, la faccia del suo piacere, e quella faccia ce l’ho impressa come un marchio.
Quando mi rimise di spalle e si mise sopra di me, non c’era più niente da discutere. Mi aprì le gambe con le ginocchia e me lo spinse dentro con un colpo lento, tutto, fino a sentire le palle sbattermi contro il culo. Restai senza fiato. Non mi era mai entrata qualcosa di così grande, qualcosa che mi riempisse tanto dentro. Rimase fermo un secondo, a guardarmi, e mi disse: —Vedi? È questo quello che ti serviva. E cominciò a scoparmi. Prima piano, lungo, tirandomelo quasi tutto fuori e rientrandolo fino in fondo, guardando come mi andavano gli occhi all’indietro. Poi più veloce, più forte, afferrandomi una tetta con una mano, succhiandomi l’altra, mordendomi il collo.
Mi cambiò posizione tre o quattro volte quella notte. Mi mise a quattro zampe, con la faccia contro il cuscino e il culo all’aria, e me lo piantò dietro mentre mi dava schiaffi sulle natiche che mi lasciarono il segno il giorno dopo. Mi cavalcò a cavalcioni, mi fece cavalcare lui, afferrandomi la vita per ficcarmelo più a fondo, facendomi saltare mentre guardava le tette sobbalzare. Mi mise di lato, con una gamba alzata in aria, e me lo infilò così, piano, guardandomi negli occhi, sussurrandomi oscenità nell’orecchio. Mi disse che ero una troia, mi disse che quella notte ero la sua troia, mi disse che gli piaceva quanto fossi stretta, mi disse cose che non ti ripeto nemmeno e a cui io rispondevo con oscenità ancora peggiori, chiedendogli di più, chiedendogli più forte, chiedendogli di non fermarsi.
Venni altre tre volte. Tre. Una sopra di lui, un’altra a quattro zampe, un’altra con lui sopra che mi stringeva il clitoride col pollice mentre mi martellava dentro. E quando venne lui, se lo tirò fuori dalla fica all’ultimo secondo, si mise accanto alla mia faccia e venne nella mia bocca e sulle tette, getti grossi e caldi che ingoiai, amore, che ingoiai senza pensare, perché in quel momento non ero più io. Quella notte scoprii cos’è perdere il controllo del proprio corpo, cos’è non voler che qualcosa finisca, cos’è chiedere ancora con lo sguardo quando la voce non mi usciva più. Cos’è arrendersi del tutto.
Poi dormii. Dormii profondamente, come non dormivo da anni, con lo sperma che ancora mi si asciugava sul petto e la fica in fiamme. Quando mi svegliai, lui era già lavato, vestito, a bere il caffè accanto alla finestra. Mi guardò e sorrise come se non fosse successo niente. Scesimo a fare colazione, prendemmo il volo di ritorno e, in aeroporto, mi ringraziò per il lavoro con una stretta di mano come qualunque capo con qualunque dipendente. Non mi toccò mai più. Non ne parlò mai più. Due mesi dopo mi dimisi, senza dare spiegazioni, e non seppi mai più nulla di lui.
***
Tornai da te. Tornai al nostro letto, ai nostri progetti, ai nostri sabati pomeriggio. E tacqui. Tacqui per tutti questi anni, amore, perché pensavo che se te l’avessi detto ti avrei perso. E perché, in fondo, non me ne pentivo del tutto, e quello era il peso più difficile da portare da sola.
Ti ho detto all’inizio di lasciarmi finire. Ho finito. Adesso fai quello che devi fare. Ma non chiedermi, per favore, di dirti che è stato un errore che non ho capito. L’ho capito perfettamente. E per questo, stanotte, te lo sto raccontando.