L'invito del mio capo che non avrei dovuto accettare
Accettai un drink dopo il lavoro pensando che sarebbe stata una cosa innocente. Tre ore dopo capii che non avevo mai voluto che lo fosse.
Accettai un drink dopo il lavoro pensando che sarebbe stata una cosa innocente. Tre ore dopo capii che non avevo mai voluto che lo fosse.
Sapevo esattamente cosa provocavo accavallando le gambe davanti alla sua scrivania. Quello che lui non sapeva era la sorpresa nascosta sotto la gonna.
Ero alla reception da un mese quando la festa del venerdì cambiò tutto: una mano sotto il tavolo, una decisione improvvisa e un lunedì che non fu più lavoro.
Mi sono svegliato con i tacchi ancora ai piedi e una voce che mi sussurrava all’orecchio che non c’era più ritorno: ogni giorno sarei stato un po’ più Lola e un po’ meno me.
Eravamo sempre gli ultimi a spegnere le luci. Quella notte entrai senza avvisare e ciò che vidi cambiò ogni turno dopo.
Le mie tette sono sempre state la mia arma segreta, e quel venerdì, con l’ufficio vuoto, decisi di usarle per ottenere da lui ciò che volevo davvero.
Quattro colleghe d’ufficio, tacchi nuovi e un capo con un piano. Quello che accadde quando l’ultimo bicchiere fu vuoto nessuna osava dirlo ad alta voce.
Finìi di vestirmi sul bordo di quel letto e capii che non c’era più ritorno: la moglie remissiva era morta e volevo di più, molto di più.
Mi vestii per colpire, ma varcata la porta di quell’ufficio capii che non avrei usato il curriculum per ottenere il lavoro.
Lui decideva quando spogliarmi, quando legarmi e davanti a chi. Io dovevo solo obbedire, e scoprii che obbedire mi accendeva più di quanto avessi mai ammesso.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Gli servii un tè per farlo rilassare, ma capii che il lavoro non era l’unica cosa che lo teneva teso. E quella notte decisi di fare qualcosa al riguardo.
Mi ordinò di aspettarla nel compartimento, nuda e con il righello sul grembo. Sapevo che sarebbe arrivata; non sapevo quanto avrebbe aspettato prima di farmi soffrire.
L’ascensore si fermò all’ottavo e salì lui. Avevo gli ultimi soldi in tasca e la certezza che quella mattina tra noi sarebbe successo qualcosa.
Le serviì il caffè delle quattro come sempre. Solo che questa volta ci avevo aggiunto qualcosa che non compariva in nessuna agenda.
Ho iniziato con gli specchi sul pavimento e ho finito per scoprire la mia vicina nuda dalla terrazza. Ogni fugace bagliore diventava una droga.
L’avevo messo nella borsa di fretta, ma quel pomeriggio lo tirai fuori per un altro motivo: ero sola, annoiata e troppo eccitata per resistere.
«Ti aiuto io», disse Lorena prima di andare a cambiarsi. Quando scese con quella gonna aderente, nessuno dei due immaginava fino a dove sarebbero arrivati quella mattina.
Pensavo che fosse tutto finito quando il preside mi pagò e mi liquidò. Non immaginavo che la vera padrona del mio corpo fosse lei, la donna alla scrivania accanto.
Quando entrò in bagno a lasciarmi un asciugamano pulito, seppi che stava per succedere qualcosa. Non immaginavo però che sarei stata io a fare il primo passo quella notte.