Le corde sono l’unica cosa che mi fa sentire vivo
Mi svegliai con il corpo fatto un campo di battaglia. I segni dello shibari bruciavano ancora, come se le corde fossero ancora lì, a stringere, a reclamare ogni centimetro di pelle. Linee rosse che la notte aveva infiammato fino a trasformarle in lividi viola e neri, ombre vive che si allargavano sul torso, sulle braccia, sulle cosce.
I polsi e le caviglie gonfi rispondevano al minimo sfioramento delle lenzuola. Il collo conservava l’anello violaceo della cravatta che mi aveva rubato il fiato, un segno che faceva male a deglutire, il ricordo esatto dell’asfissia misurata, controllata, deliziosa. I capezzoli pulsavano ancora, gonfi e lividi per le pinze d’acciaio che il Padrone aveva continuato a stringere di mezzo giro ogni tanto per ore, fino a farmi versare lacrime e suppliche. Sulla parte interna delle cosce c’erano le impronte delle sue dita conficcate fino all’osso, segni di morsi vicino all’inguine, e tra le natiche il bruciore sordo, pulsante, di aver avuto dentro il suo cazzo tanto a lungo che il culo ormai non sapeva più chiudersi del tutto.
Ogni movimento era una crudeltà e una promessa. Il dolore pulsava a ondate e il mio corpo mi tradiva: si tendeva da solo solo a ricordarlo, mandava un impulso caldo e vergognoso all’inguine. Chiusi gli occhi e la scena tornò intera, con la brutale nitidezza delle cose che non si possono dimenticare anche quando si vuole. Le corde di juta che mi attraversavano il petto fino a incastrarlo, stringendomi i capezzoli fino a farli diventare viola. I polsi legati dietro la schiena, in un takate-kote perfetto che mi costringeva ad archiviare la colonna e a sporgere il culo. La cravatta di seta passata due volte attorno alla gola e annodata al nodo dietro, così che ogni mio movimento mi strangolasse un po’ di più. Lui in ginocchio dietro di me, la mano sinistra sul mio fianco, la destra a guidarmi verso il suo cazzo e a costringermi a infilarmelo da solo, centimetro dopo centimetro, sussurrandomi all’orecchio «così, mia troia, inculati da solo il mio cazzo, ingoiamelo fino alla radice, fammi vedere quanto bene si apre questo culo». Tornai a sentire i denti conficcarsi nella nuca, il palmo aperto che scendeva di colpo sulla mia natica destra, lo schiocco umido dei suoi fianchi contro i miei, il modo in cui mi aprì del tutto quando smise di avere pazienza e mi scopò a colpi di reni, senza pausa, senza lasciarmi respirare, finché la goduta calda esplose dentro e continuò a colare anche mentre lui si muoveva ancora, finché il suo sperma mi colò lungo la coscia passando sulle corde e lui mi costrinse a inginocchiarmi sul pavimento e a leccarlo dal parquet mentre mi chiamava sua puttana.
Mi sollevai sul divano. Una bottiglia vuota rotolò sul pavimento con un suono sordo. Avevo il cazzo mezzo duro contro la coscia, pesante, osceno a quell’ora, prova muta che il corpo voleva ancora di più anche se la testa non osava ancora ammetterlo.
Premetti uno dei segni sul collo finché la fitta non mi strappò un ansimo. Ne ho davvero bisogno? La domanda mi martellava il cranio. Una parte di me chiedeva di più, quella catarsi brutale in cui il mondo si riduce a pura sensazione, lontano dall’odio per Renzo e dal buco nero che lui aveva lasciato nel mio petto.
L’altra parte sapeva che ogni sessione mi spingeva un po’ più vicino al bordo. A un precipizio dove il dolore avrebbe smesso di essere liberazione per diventare caduta libera. Salvezza o autodistruzione. Non avevo risposta. Solo l’eco del dubbio.
Tae mi osservava dalla soglia, come sempre. Occhi affamati di segreti, una devozione malata mescolata a una gelosia che non osava mai nominare. Notava tutto: il mio modo rigido di camminare, i gesti di dolore che cercavo di nascondere, come mi toccavo il collo senza rendermene conto.
Chi ti ha marchiato così, mio signore? Glielo leggevo in faccia, nel modo in cui le sue dita si tendevano come se volesse toccare lui stesso ogni livido. Non chiedeva. Non ancora.
—Vado alla sede —disse infine, la voce bassa, misurando ogni sillaba come chi cammina su vetri rotti—. Questioni personali che non possono aspettare. Ti serve qualcosa prima che me ne vada? Da mangiare per riprenderti? O magari... qualcosa per quel dolore che credi di nascondere? Oggi ti muovi come se ogni passo fosse una battaglia.
Lo guardai con freddezza, ignorando il sottotesto che colava dalle sue parole.
—Vai. E portami notizie, se ce ne sono. Non farmi perdere tempo con domande che non ti riguardano, Tae. Sai che oggi non sono in vena.
Se ne andò senza ribattere, ma il suo sguardo indugiò un secondo di troppo sul mio collo. Quando la porta si chiuse, il silenzio del vecchio teatro mi cadde addosso come una lastra di pietra.
***
Scesi nell’atrio. Il vecchio portiere — quello che mi vide crescere, quello che sa troppo e dice poco, quello che assistette alla mia trasformazione da bambino rotto a re del Sindacato senza giudicarmi mai — stava pulendo con mani tremanti le poltrone vuote.
—Mi serve una libreria dell’usato —gli dissi, con voce neutra ma senza possibilità di replica—. In un quartiere povero, lontano dal centro. Niente di turistico, niente di conosciuto. Un posto discreto, dove nessuno faccia domande.
L’uomo mi guardò sorpreso, ma rispose con rispetto, con la voce un po’ incerta.
—Sì, signore. Ce n’è una nel quartiere vecchio, vicino a dove sono cresciuto io. Si chiama «Foglie Perdute». Libri polverosi, alcuni in condizioni pessime, ma con tesori che nessun altro sa apprezzare. Sta in una stradina tranquilla. Non va quasi nessuno.
Lo ringraziai con un cenno secco.
—Mandami l’indirizzo esatto. E se Tae chiede, non dirgli dove sono andato. Solo che tornerò quando tornerò. Non voglio spiegazioni né che si impicci di ciò che è mio. Chiaro?
Il portiere annuì, timoroso ma fedele.
—Chiaro, signore. Non dirò una parola. Qui la sua privacy è sacra.
***
Presi la vecchia moto e guidai fino al quartiere decrepito, un labirinto di strade strette ed edifici che sapevano di nostalgia e abbandono. Parcheggiai in un vicolo buio ed entrai nella libreria. Scaffali storti, libri ammassati fino al soffitto, l’aria densa di polvere e carta ingiallita.
La prima cosa che pensai fu che lui lì si sarebbe impazzito dalla felicità. La quantità di volumi, il caos ordinato che invitava a perdersi per ore, le copertine consumate che chiedevano a gran voce una mano che le accarezzasse.
E poi arrivò la voce. Morbida, calda, esattamente come la ricordavo dalle nostre notti, quando lui era il mio intero mondo.
—Dio... guarda qui. Trattati antichi, libri proibiti. Com’è possibile che tanta bellezza stia in un posto tanto dimenticato? È un tesoro sepolto. Potrei passarci dei giorni, toccando ogni pagina, annusando il tempo nella carta.
Rimasi immobile. La voce stavolta non accusava. Era puro stupore, come quando Jin si perdeva nelle sue letture nel nostro appartamento e si dimenticava del Sindacato per un po’.
Girai la testa. Nessuno. Solo scaffali e polvere sospesa nella luce fioca.
Ma la voce continuò, più vicina, come se camminasse al mio fianco e mi sfiorasse la spalla con la sua, proprio come faceva una volta.
—Non mi hai mai portato in un posto così. Ne parlavamo sempre, ti ricordi? Di scappare per un pomeriggio, soli, senza guardie, senza riunioni. Solo libri e silenzio. Ma non l’abbiamo mai fatto.
Chiusi gli occhi per un istante. Il senso di colpa mi strinse il petto, quel nodo che non si scioglie mai del tutto.
—Non me l’hai mai chiesto —risposi a bassa voce, quasi a me stesso—. E mi sarebbe piaciuto moltissimo. Vederti perderti qui dentro per ore. Vedere come ti si illuminavano gli occhi ad ogni scoperta. Vederti sorridere in quel modo che conoscevo solo io. Avrei lasciato il mondo intero per un giorno così con te.
Un breve silenzio. Poi la voce, più bassa, con una sfumatura di tristezza che mi attraversò come un coltello lento.
—Eppure... sei venuto da solo. Per compiacere il tuo Padrone. Per questo il tempo lo trovi, per cercare i libri che lui ti ha chiesto. Per immergerti in un mondo che condividevamo nei sogni e mai nella realtà. Perché adesso? Perché per lui?
Aprii gli occhi. Il libraio mi osservava storto dal bancone. Non dissi nulla. Abbassai ancora di più la voce.
—Non è per lui —sussurrai—. È per... tornare a sentire qualcosa. Per rompere questo guscio vuoto in cui sono diventato senza di te.
La voce si fece più ferma, ferita, un’eco delle discussioni di quando il Sindacato ci rubava il tempo.
—È per lui. Perché lui ti ha ordinato di leggere il Marchese de Sade. Perché ti ha promesso più dolore, più resa. E tu corri a cercare i suoi libri. A me non hai mai dato quella attenzione. Mai un pomeriggio tranquillo tra gli scaffali. C’erano sempre riunioni, tradimenti, la corona. E io accanto a te, ad aspettare che un giorno mi guardassi come guardi adesso queste pagine.
L’allucinazione mi chiuse la gola. Il petto mi faceva più male di qualsiasi segno sulla pelle.
—Lasciami in pace —sussurrai con la voce spezzata—. È una tortura vederti sapendo che non ci sei. Che non tornerai. Che ti ho perso per colpa mia. Ogni volta che appari è rivivere quella notte, vederti morire per il mio errore, per non averti protetto. Ti prego... lasciami.
La voce si dissolse lentamente e lasciò solo il silenzio e la polvere. Mi costrinsi ad andare avanti. Trovai i trattati proibiti. E in fondo, ciò che cercavo: i libri del Marchese de Sade. Chiesi che ne mandassero quasi tutti al teatro. Ne tenni solo uno, «La filosofia nel boudoir», sottile e denso, nella tasca interna della giacca.
***
Uscii e camminai fino a una caffetteria modesta del quartiere. La stessa della mia infanzia. Tavoli graffiati, odore di caffè bruciato e pane. La ragazza che serviva — vicina di allora — mi riconobbe e sorrise con timidezza.
—Caffè nero. Doppio.
Mi sedetti al tavolo nell’angolo e aprii il libro. Le pagine parlavano di dominio crudo, di sottomissione assoluta, di piacere strappato alla sofferenza. Ogni riga risuonava in me: corpi consegnati, limiti cancellati, dolore che si trasforma in estasi. Sade descriveva Eugénie piegata a quattro zampe, con un cazzo conficcato in bocca fino all’ugola e un altro che le perforava il culo vergine, strappandole grida che erano insieme di agonia e di godimento, e io non potevo leggere senza vedermi in quel posto, senza sentire di nuovo la carne dura del Padrone aprirmi dentro, senza sentirlo sussurrare «ingoiamela, troia, ingoiamela tutta».
Mi irrigidii all’istante. Il cazzo mi crebbe dentro i pantaloni fino a sfiorare la cintura, doloroso, urgente, gonfio di sangue e di memoria. Cercai di accavallare le gambe, ma lo sfregamento sui segni intensificò tutto: le corde invisibili tornarono a chiudersi attorno al petto, i capezzoli dolenti si tesero contro il tessuto della camicia fino a farmi serrare la mascella, il culo pulsava come se avesse ancora dentro le dita del Padrone che lo separavano. Ansimai piano. Il battito nell’inguine era urgente, traditore, impossibile da ignorare. Abbassai la mano sul grembo di nascosto e sistemai il cazzo appena un dito più in alto, un contatto minimo contro i pantaloni, e perfino quel tocco mi strappò un sussulto caldo lungo tutta la schiena. Un rivolo appiccicoso mi macchiò già la biancheria prima ancora che leggessi altre due pagine. Stringendo il libro con entrambe le mani, respirai a fondo e mi costrinsi a continuare a leggere mentre i pantaloni diventavano una prigione e il sudore mi punteggiava la nuca.
La voce tornò, sussurrandomi all’orecchio, stavolta con un miscuglio di smarrimento e rimprovero, proprio come in quelle lunghe conversazioni in cui lui cercava di capirmi, di tirarmi fuori dal guscio.
—Non lo capisco... Perché ti sei ossessionato con questo? Con le corde, con il fatto che un altro ti leghi e ti faccia soffrire. Con il fatto che un altro ti scopi come se non fossi nessuno. Che cosa ha questo che noi non avevamo? Noi eravamo veri. Eravamo amore. Eravamo compagni in tutto. Perché il dolore come sostituto?
Chiusi gli occhi con forza. La mano mi tremava sulla pagina. Il caffè fumava, dimenticato al mio fianco.
—Tu sei stato il mio primo e unico amore —sussurrai con la voce roca, come se parlassi davvero con lui e non con un fantasma—. L’unico che contasse. L’unico che sia stato al mio fianco in ogni decisione oscura, quello che mi conosceva fino in fondo, quello che mi vedeva oltre il mostro. Non provo niente per il Padrone. Mi manda fuori di testa. È arrogante, superbo, sempre a tastare la mia pazienza. Non è desiderio. Non è legame. È solo... uno strumento.
Silenzio. Poi la voce, più dolce, quasi triste, come quando mi consolava dopo una notte di sangue.
—Uno strumento per cosa? Per dimenticare? Per punirti?
—Per liberarmi —confessai, e le parole uscirono come un peso che non potevo più portare—. Quando mi lega, quando il dolore mi attraversa, quando mi riempie la bocca e il culo e mi obbliga a ingoiargli la goduta, per un momento il guscio vuoto in cui sono diventato senza di te si rompe. Come se tornassi a respirare. Come se il vuoto smettesse di schiacciarmi per qualche ora. Non è per lui. È perché senza di te non resta niente. E questo mi fa credere che ci sia ancora qualcosa di vivo dentro, anche se è solo dolore.
La voce tacque un istante. Poi, ferita, quasi un sussurro spezzato.
—Avresti preferito morire con me quella notte, vero? Piuttosto che vivere così.
Aprii gli occhi. Mi bruciavano lacrime che non volevo versare.
—Avrei dovuto morire con te —ammisi con la voce rotta—. Così non vivrei questo inferno. Così non sarei qui, col cazzo duro per un libro, a cercare in un altro uomo il dolore che mi fa dimenticare che ti ho perso per colpa mia. Per non averti protetto. Per aver scelto il potere prima di te in quell’istante fatale.
L’allucinazione si dissolse. Il caffè era ancora lì davanti, fumante. Lo bevvi lentamente, cercando di allentare il nodo in gola.
***
Presi il telefono e scrissi al Padrone: «Mio signore, inizio a leggere La filosofia nel boudoir».
La risposta arrivò all’istante: «Sono molto soddisfatto. Memorizza ogni dettaglio. Pensa a come userai ogni pagina con me. Non farmi aspettare... o ti punirò scopandoti la bocca finché non ti usciranno le lacrime».
Il battito tornò. Più forte. Il cazzo diede un altro strattone contro la cucitura e dovetti premere la coscia contro il tavolo per non lasciarmi sfuggire un gemito lì, davanti alla ragazza.
Il telefono squillò di nuovo. Tae.
Risposi, infastidito.
—Cosa vuoi adesso?
—Mio signore... sono ore che sei uscito. Senza scorta. La città è pericolosa. Dove sei? Devo venirti a prendere?
Risi piano, senza calore.
—Non mi servono bambinaie. L’intera città mi teme. Dimmi la verità: chi chiede? L’organizzazione o la tua devozione malata?
Silenzio. Poi, la voce sottomessa.
—Ieri ti ho sentito diverso. Mi preoccupo. Anche l’organizzazione nota che stai cambiando.
—Non fare il sentimentale. Lo so che sto perdendo la testa. E ho trovato il modo di non perderla del tutto. Non vi riguarda come.
Riattaccai.
***
Uscii a fumare, appoggiato al muro. La ragazza stava annaffiando delle piante vicino alla porta. Le offrii una sigaretta. La accettò. Gliela accesi e la fiamma danzò vicino al suo viso.
—Mi spiace il rumore lì dentro —dissi.
—A quest’ora non dà fastidio nessuno, è tutto tranquillo. Un altro caffè?
Mi tornò in mente l’infanzia. La cioccolata calda di sua nonna. L’unico rifugio che ebbi.
—No, grazie. Vado già via.
Montai sulla moto. Esitai. Il teatro o il Padrone. Il libro mi aveva lasciato voglia di altro: dominio crudo, sottomissione totale, il cazzo altrui che mi reclamava fino in fondo. I segni pulsavano sotto i vestiti come se rispondessero da soli alla memoria. Mi tornò addosso, intera, la prima volta con lui: io in ginocchio sul pavimento di marmo, con le mani legate dietro la schiena, ad aprirgli la patta con i denti perché me l’aveva ordinato; il suo cazzo che usciva duro e spesso, colpandomi la guancia, lasciandomi una scia di liquido pre-seminale sulle labbra; la sua mano che mi teneva per la nuca, costringendomi ad aprire la bocca del tutto, infilandomelo fino in fondo alla gola senza alcuna pietà, scopandomi lì, senza lasciarmi respirare, mentre io ingoiavo saliva e lacrime e lui mi chiamava «la mia puttana re». Mi tornò il sapore salato e denso della sua goduta quando mi svuotò in bocca per la prima volta e mi disse, con la voce ansimante, «ingoiatela tutta, non sprecare nemmeno una goccia, o te la tirerò fuori dal culo a frustate». Tirai fuori un’altra sigaretta e l’accensi con dita tremanti. Il fumo non dissipò nulla. Il cazzo restava duro, pulsante dentro i pantaloni, e il culo mi prudeva in un modo umiliante, come se supplicasse a gran voce di essere aperto di nuovo.
La buttai a terra. La schiacciai con lo stivale.
Compilai il suo numero.
—Sto arrivando —dissi, con voce roca.
Il Padrone rispose, soddisfatto, la voce grave di desiderio mal trattenuto.
—Ti stavo aspettando da un po’ per la tua chiamata. Vieni. Ti legherò di nuovo, più stretto di ieri notte, finché le corde non ti si conficcheranno nella carne e non riuscirai nemmeno a respirare. Ti scoperò la bocca fino a farti piangere, ti scoperò il culo finché non ti dimenticherai del tuo stesso nome, ti riempirò di goduta dentro e fuori tutte le volte che servirà. E questa volta non mi fermerò finché non mi supplicherai di più, finché non me la chiederai in ginocchio.
Accesi la moto. Il motore ruggì come la mia stessa oscurità.
Il vuoto mi seguiva appiccicato alla schiena.
Ma stavolta pensavo di affrontarlo con delle corde.
E forse, solo forse, avrei trovato un istante di pace in mezzo al caos.