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Relatos Ardientes

Mia madre mi ha confessato la verità su come sono nato

Sono cresciuto capendo che mia madre non era come le altre madri del quartiere. Non lo dico con vergogna, ma con una strana miscela di orgoglio e di qualcosa che per anni non ho saputo nominare. Viveva il desiderio senza chiedere il permesso a nessuno e io, fin da piccolo, ho imparato a vedere il sesso come una parte naturale della vita, proprio come mangiare o respirare.

Mia madre si chiama Carla, anche se per tutto il quartiere è «la donna che fa quello che vuole». Cammina come se ogni strada fosse una passerella, ride forte, indossa scollature che lasciano poco all’immaginazione e lingerie che si indovina sotto qualunque tessuto. Non le importa di quello che dicono le vicine. Mi ha sempre ripetuto la stessa frase: «finché sono felice io, dicano pure quello che vogliono».

Per molto tempo non ho saputo chi fosse mio padre. Lei scansava la domanda con un sorriso, cambiava discorso, mi serviva la cena. Finché una notte, qualche settimana fa, ha deciso di raccontarmi la verità. Eravamo in cucina, era tardi, e lei aveva quel bicchiere di vino che la rende nostalgica e sincera allo stesso tempo.

—Vuoi sapere davvero come sei venuto al mondo? —mi ha chiesto, facendo girare il bicchiere tra le dita.

—Sono anni che voglio saperlo —le ho risposto.

Si è seduta di fronte a me, ha incrociato le gambe e ha iniziato a parlare. E quello che ho ascoltato in quella notte mi ha cambiato per sempre il modo di guardarla.

***

Mi ha raccontato che a diciannove anni passava le estati sulla costa, nella casa dei suoi zii, una costruzione bianca con piscina a pochi metri dal mare, in un paese vicino a Cadice. Era una ragazza che già provocava senza volerlo: il corpo sviluppato, i bikini minuscoli, i capelli sempre umidi di sale. I suoi cugini e suo zio la guardavano tutto il giorno, e lei fingeva di non accorgersene, anche se dentro di sé si godeva quel potere appena scoperto.

—Un pomeriggio mia zia è andata a Siviglia a trovare alcune amiche —mi ha detto—. Ha avvisato che avrebbe dormito lì. Siamo rimasti soli in casa in tre: tuo prozio Ernesto, tuo cugino Diego e io.

Fece una pausa, come se esitasse a continuare. Io non dissi nulla. Non volevo spezzare il filo.

—Insistettero perché entrassi in piscina con loro, senza niente, come stavano loro. Ero giovane, curiosa, mi sentivo spavalda. Accettai.

Mi spiegò che all’inizio era stato un gioco innocente, schizzi e risate. Ma l’acqua e la vicinanza avevano cancellato i confini. Diego, suo cugino, le sfiorava la vita ogni volta che le passava accanto, e in uno di quei sfioramenti sentì chiaramente il suo cazzo duro contro il culo, appena un secondo, abbastanza perché le si mozzasse il fiato. Ernesto le teneva lo sguardo un secondo di troppo, con la verga che galleggiava tra le gambe sotto l’acqua, grossa, senza nasconderla. Lei sentiva crescere la tensione sotto la superficie, una corrente calda che nessuno nominava ma che tutti continuavano a seguire.

—Sapevo benissimo quello che stava succedendo —mi ha confessato—. Sentivo come mi desideravano, come gli si induriva il cazzo ogni volta che mi avvicinavo, e questo mi dava un potere che non avevo mai provato. Mi piaceva. Mi muovevo piano perché guardassero le tette che galleggiavano. Mi stendevo sul bordo della piscina aprendo un po’ le gambe, sapendo che stavano vedendo la mia figa bagnata, e ogni gesto li faceva impazzire. Era la prima volta nella mia vita che mi sentivo padrona di qualcosa, e quella cosa erano due cazzi duri di due uomini che mi desideravano nello stesso momento.

Carla parlava senza pudore, come chi ricorda un viaggio felice. E io, seduto di fronte a lei, non riuscivo a smettere di immaginarla: una ragazza di diciannove anni che scopriva il proprio corpo e l’effetto che faceva, giocando col fuoco in una casa vuota a pochi metri dal mare.

—A un certo punto Ernesto uscì a preparare dei mojito —continuò—. E Diego ne approfittò per avvicinarsi. Mi disse all’orecchio che ero stupenda, che moriva dalla voglia di scoparmi, che per tutta l’estate aveva sognato di infilarmelo dentro. Io non ero ancora stata con nessuno. Avevo paura, soprattutto del dolore della prima volta.

Sentirla parlare così, con quella naturalezza, mi provocava qualcosa che non oso confessare fino in fondo. Mia madre, giovane, che tremava di desiderio e di paura sul bordo di una piscina, con il cazzo di suo cugino puntato tra le gambe.

—Gli dissi che avevo paura del dolore —continuò—. E lui, invece di fare pressione, si fece morbido. Mi prese le tette con entrambe le mani e cominciò a succhiarmi i capezzoli lentamente, uno e poi l’altro, mordicchiandoli appena, tirandoli con i denti finché non mi si indurirono da morire. Abbassò una mano nell’acqua e mi allargò le labbra della fica con le dita, molto piano, e cominciò a toccarmi il clitoride in cerchi. Non potevo credere a quello che sentivo. La paura mi si trasformava in qualcos’altro, in un calore tra le gambe che mi faceva stringere contro la sua mano. Mi fece sedere sul bordo, mi aprì le gambe fino in fondo e si sistemò tra esse. Cominciò a leccarmi la figa lì stesso, all’aria aperta, con una lingua calda che mi percorreva dall’alto in basso, si fermava sul clitoride, entrava in me per qualche centimetro. Io gli conficcavo le unghie nella schiena, metà per i nervi, metà perché volevo di più.

Abbassò la voce, come se la stesse rivivendo in quel momento.

—Si alzò in piedi, si afferrò il cazzo con la mano e se lo passò sulle mie labbra di sotto, inzuppandolo del mio piacere. Era pronto a entrare. Sentivo appena la punta, grossa, calda, quella pressione nuova che mi tagliava il respiro. Stava per infilarmelo fino in fondo. E proprio allora arrivò Ernesto con la caraffa e lo chiamò. Ti giuro che pensai di morire di frustrazione. Avevo la fica aperta, che colava, e il suo cazzo a un centimetro dallo scoppiarmi dentro.

—Diego mi baciò il collo, scese di nuovo fino alle tette e me le succhiò con rabbia, mordendomele, lasciandomi segni rossi intorno ai capezzoli. Mi sollevò contro il bordo della piscina, con le gambe intorno alla sua vita, e mi sfregò il cazzo duro tra le natiche e la figa, senza penetrarmi, solo strofinandosi. Io gemevo come una cagna. Eravamo sul punto, davvero sul punto, quando Ernesto tornò con la caraffa e lo chiamò ad aiutarlo con non so che cosa. Diego si staccò bestemmiando a denti stretti, con la verga puntata al cielo, lucida del mio umore.

***

Carla bevve un lungo sorso prima di continuare. La luce della cucina le segnava le rughe sottili intorno agli occhi, eppure restava comunque la donna più perturbante che conoscessi.

—Ernesto mi fece bere un mojito intero, bello carico. L’alcol mi salì in fretta. Poi si avvicinò e mi disse che voleva insegnarmi un modo diverso di bere.

—E gli hai creduto? —le chiesi, con la voce più roca di quanto mi aspettassi.

—A quell’età si crede a qualsiasi cosa che ti faccia sentire grande —sorrise—. Ne bevve un sorso, mi baciò e mi passò il liquido dalla sua bocca alla mia. Sentii il rum caldo scendermi in gola e la sua lingua entrare fino in fondo. Ma non si fermò lì. Continuò a baciarmi, mi spinse contro il bordo. Una delle sue mani scese tra le mie gambe e mi infilò due dita di colpo, fino alle nocche, e cominciò a muoverle dentro mentre col pollice mi premeva il clitoride in cerchi. L’altra mano mi strizzava una tetta con forza, pizzicandomi il capezzolo. Io gridai, figlio, gridai dal gusto. Non mi avevano mai toccata così, con quell’autorità da uomo che sapeva quello che faceva.

Mi disse che Diego tornò subito, attirato da quello che vedeva. Che le baciò la nuca mentre il padre le apriva la fica con le dita sotto l’acqua. Diego le prese una mano e gliela mise sul cazzo, obbligandola a masturbarlo lì stesso, mentre Ernesto continuava a infilarle le dita. Due uomini insieme, il caldo del sole, il capogiro dell’alcol e un desiderio che ormai non voleva più frenare. Mia madre si arrese, secondo le sue stesse parole, «senza opporre troppa resistenza».

—Siamo usciti dall’acqua —mi raccontò—. Ernesto mi fece sdraiare sul bordo, a pancia in su, con le gambe penzoloni e aperte. Mi aprì la fica con entrambi i pollici e cominciò a mangiarmela come un animale affamato. Mi succhiava il clitoride, lo prendeva tra le labbra e tirava, poi mi infilava la lingua dentro, poi saliva e scendeva su tutta la fessura. Io mi contorcevo. Gli afferrai la testa e gliela schiacciai contro la figa, strofinandomi senza vergogna contro la sua faccia. Mi fece venire per la prima volta in vita mia, figlio. Non avevo mai sentito niente di simile. Fu uno spasmo lungo che mi salì dai piedi fino alla nuca, e gridai così forte che Diego si mise a ridere.

—E quando ero così, senza difese, ancora tremante, fu lui a farmi donna. Si mise sopra di me, si afferrò il cazzo e cominciò a infilarmelo piano, centimetro dopo centimetro. Era grosso, molto più grosso di quello di Diego. All’inizio mi bruciò, sentii che mi spaccava in due, ma lui sapeva esattamente cosa fare: entrava un po’, usciva, rientrava un po’ di più, mi baciava la bocca, mi succhiava le tette, finché a un tratto ce l’avevo tutto dentro e io non sentivo più dolore, solo un piacere denso che non avevo mai conosciuto. Cominciò a scoparmi piano, con spinte lunghe e profonde, guardandomi negli occhi. «Così si scopa una donna», mi diceva. «Così, bambina mia, così.» E io gli rispondevo chiedendogli di più, più forte, più dentro. Diego, intanto, non smetteva di guardare e di chiedere il suo turno, con il cazzo in mano, a masturbarsi accanto a noi.

Io ascoltavo con il cuore che mi martellava nel petto, con il cazzo duro sotto il tavolo, e sapevo che avrei dovuto sentire disagio, rifiuto, qualcosa. Ma l’unica cosa che sentivo era un’eccitazione che mi vergognava e mi dominava in parti uguali.

—E non ti sei spaventata? —chiesi, quasi sussurrando—. Erano tuo zio e tuo cugino.

—In quel momento non pensavo a quello —rispose, stringendosi nelle spalle—. Pensavo a quanto fosse bello avere un cazzo dentro e un altro in attesa. Poi, certo, arrivò il senso di colpa. Ma quella notte non c’era colpa, solo corpi e sperma. Lì ho imparato che il desiderio non capisce nulla di cognomi né di ciò che è giusto o sbagliato. E non l’ho mai dimenticato.

Mi raccontò che mentre Ernesto la scopava, Diego si sistemò accanto a lei e le chiese di occuparsi di lui con la bocca. Lei girò la testa e glielo succhiò come poté, con le spinte del padre che le scuotevano tutto il corpo. Sentiva il sapore salato della punta, la vena grossa contro la lingua, la mano di Diego sulla nuca a dettarle il ritmo. Si sentiva spaccata in due, travolta e padrona della situazione allo stesso tempo. Due uomini in attesa di lei, del suo piacere, di ogni suono che facesse. Diceva che non aveva mai più sentito un potere così assoluto su nessuno.

—Ernesto è venuto dentro di me la prima volta —continuò senza abbassare lo sguardo—. Sentii i getti caldi riempirmi, il cazzo che pulsava contro le pareti della mia fica. E appena uscì, Diego mi girò, mi mise a quattro zampe e me lo infilò da dietro con una sola stoccata. Ero così bagnata e così aperta per suo padre che entrò in un colpo solo fino in fondo. Mi afferrò per i fianchi e mi scopò come un animale, sbattendomi le natiche contro le cosce, facendomi gridare. Avevo la faccia contro le piastrelle, con la bava che mi colava dalla bocca aperta, e gli chiedevo di non smettere. Venì sulla mia schiena e sul mio culo, a lungo, colandomi fino alla vita.

—Dopo si alternarono —continuò—. In doccia mi misero tra i due, Ernesto davanti a scoparmi in piedi contro le piastrelle e Diego dietro, con il cazzo tra le mie natiche, a succhiarmi il collo e a stringermi le tette mentre l’acqua calda ci cadeva addosso. Poi nella camera matrimoniale, nella mia, sul divano del salotto. Mi scoperono per bocca fino a farmi piangere, mi aprirono il culo con le dita, mi fecero venire così tante volte che persi il conto. Avevano tutta la notte davanti e nessuno che li disturbasse. E da quel pomeriggio, amore mio, sei nato tu. Per questo non ho mai saputo se tuo padre sia Ernesto o Diego. E per questo vado d’accordo con entrambi.

***

Quando finì di parlare, ci fu un lungo silenzio. Mi guardava in attesa della mia reazione, forse temendo che mi allontanassi, che la giudicassi come la giudicavano tutti.

—Perché me lo dici adesso? —le chiesi.

—Perché ormai sei un uomo adulto. Perché viviamo soli io e te e non voglio avere segreti con te. E perché... —si fermò—. Perché da tempo sento che mi guardi in modo diverso.

Non mentiva. Da mesi la osservavo più del dovuto. Quando usciva dalla doccia avvolta in un asciugamano piccolo, con i capezzoli segnati attraverso il tessuto. Quando si chinava sul tavolo e la scollatura si apriva lasciandomi vedere quasi un’intera tetta. Quando rideva e buttava la testa all’indietro lasciando il collo in vista. Mi ero masturbato pensando a lei più volte di quante ne ammetterei mai, immaginandola con le gambe aperte sul bordo di quella piscina, con due cazzi addosso, e il senso di colpa non riusciva mai a spegnere il desiderio.

—Non sono cieca —mormorò—. So quando un uomo mi guarda così. E con te non ho mai saputo che fare, perché sei mio figlio. Ma anche perché sei l’unica cosa davvero mia in questo mondo.

Dei saliva. La cucina, all’improvviso, sembrava troppo piccola per entrambi. Il ronzio del frigorifero era l’unico suono, e tra noi si era installata una tensione densa che nessuno dei due osava spezzare del tutto.

—Per tutta la vita mi hanno puntato il dito contro perché vivevo come volevo —continuò—. Le vicine, le madri del quartiere, persino le amiche che poi venivano a raccontarmi i loro guai. Ho imparato da tempo a non vergognarmi di quello che sento. E non ho intenzione di cominciare proprio adesso, proprio con te.

—Mamma... —iniziai, senza sapere come andare avanti.

—Non dire niente che non vuoi dire —mi interruppe dolcemente.

Si alzò, girò intorno al tavolo e si fermò in piedi accanto a me. Profumava di vino e di quel profumo che si mette sempre, denso e dolce. Appoggiò una mano sulla mia spalla, e il calore del suo palmo mi attraversò la camicia come se non esistesse. La mano scese lentamente sul petto, sull’addome, finché si posò sul rigonfiamento durissimo che mi segnava i pantaloni. Non disse nulla. Strinse appena, sentendomi, e mi guardò negli occhi.

—Per tutta la vita ho fatto quello che volevo senza chiedere scusa —mi disse all’orecchio, con voce roca—. Non comincerò a fingere proprio adesso con te.

***

Quello che accadde dopo lo custodisco come il segreto più importante della mia vita. Mi abbassò la cerniera dei pantaloni lì, in cucina, e mi tirò fuori il cazzo con la stessa naturalezza con cui mi serviva la cena. Lo guardò un istante, come riconoscendolo, e sorrise. Si inginocchiò tra le mie gambe e se lo mise intero in bocca, fino in fondo, senza conati, con gli occhi incollati ai miei. Me lo succhiò piano, con la lingua, con le labbra, con le mani che mi stringevano le palle, tirandomelo fuori tutto per leccarlo dalla base alla punta e inghiottendolo di nuovo. Io le afferrai i capelli con entrambe le mani e le scopai la bocca senza riuscire a contenermi, guardando il mio stesso cazzo entrare e uscire tra le labbra di mia madre.

Poi si rialzò, si sfilò il vestito con uno strappo, restò nuda davanti a me. Le tette che avevo spiato per tutta la vita, i capezzoli scuri e grandi, la fica depilata, lucida. Si sedette su di me a cavalcioni, sulla stessa sedia della cucina, mi afferrò il cazzo con la mano e se lo fece entrare piano, gemendo mentre penetrava. Quando lo ebbe tutto dentro, restò ferma un secondo, con la fronte contro la mia, respirandomi in bocca. Poi cominciò a muoversi. Mi cavalcò con la stessa libertà con cui aveva lasciato che suo zio la rendesse donna trent’anni prima, salendo e scendendo sulla mia verga, stringendomi il collo, mordendomi le labbra, sussurrandomi porcherie all’orecchio. «Così, amore mio, così, tutto per tua madre, tutto dentro.» Mi succhiava i capezzoli, mi leccava la bocca, mi costringeva a guardarla mentre veniva addosso a me la prima volta, con la fica che mi stringeva il cazzo in lunghi spasmi.

La presi in braccio, la misi a pancia in giù sul tavolo della cucina, con le gambe penzoloni, e me la scopai da dietro senza riguardo, affondandoglielo fino alle palle a ogni spinta, afferrandola per i capelli, lasciandole segni rossi sulle natiche con gli schiaffi. Lei gemeva contro il legno, spingendo il culo all’indietro per ricevermi meglio, chiedendomi di più. Venni dentro di lei, a lungo, svuotandomi come se avessi tenuto da parte quello sperma per la sua fica per vent’anni. Nessun giudizio altrui può entrare in ciò che siamo. Quella notte, nella cucina di casa nostra, smettemmo di fingere che tra noi ci fosse soltanto ciò che ci si aspetta tra una madre e suo figlio.

Da allora, tutto è cambiato e niente è cambiato allo stesso tempo. Siamo ancora Carla e io, noi due contro tutto il quartiere. Lei continua a camminare come se ogni strada fosse sua, continua a ignorare le vicine invidiose, continua a vivere il desiderio come sa fare meglio. Solo che adesso non mi nascondo più quando la guardo. Adesso lei mi guarda di rimando, e a volte, quando attraversiamo la casa vuota, non arriviamo nemmeno in camera: me la scopo contro il muro del corridoio, o in ginocchio sul divano, o con lei inginocchiata in bagno che me lo succhia fino a farmi venire in faccia e a leccarsi le dita senza togliermi gli occhi di dosso.

Alcuni amici si lamentano delle loro famiglie, delle distanze e dei rimproveri. Io li ascolto e mi tengo per me quello che ho. Perché in pochi capirebbero che ammiro mia madre non solo per avermi cresciuto da sola e tirato su, ma per avermi insegnato che il desiderio, quando è sincero, non deve spiegazioni a nessuno.

La amo come figlio. E, da quella confessione alle tre del mattino, anche in un modo che non ha nome in nessuna lingua perbene. Ma tra noi le parole non sono mai servite. Ci basta uno sguardo dall’altra parte del tavolo per sapere che nessun segreto, per quanto grande sia, ci separerà mai.

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