Quello che confessai a mio fratello sul sesso orale
Ha ventidue anni e mi ha chiesto, guardando la strada, se mi piacesse davvero scendere tra le gambe di una donna. Quella sera gli ho raccontato tutto ciò che so.
Ha ventidue anni e mi ha chiesto, guardando la strada, se mi piacesse davvero scendere tra le gambe di una donna. Quella sera gli ho raccontato tutto ciò che so.
Ero partita per due giorni di lavoro sulla costa e avevo portato con me la mia amica. Non immaginavo che una cena in rosso avrebbe segnato il mio corpo in quel modo.
Aveva le valigie in macchina e le dimissioni in mano. Le mancava solo una porta da varcare prima di ricominciare da zero, ma quella porta cambiò tutto.
Gli strinsi le gambe intorno alla vita proprio quando veniva. Non fu un caso: sapevo perfettamente cosa stavo facendo, e lo volevo.
La prima volta fu un riflesso nel vetro: una sagoma immobile dall’altra parte del patio, che la guardava fare colazione in vestaglia. Non scostò la tenda. Non la chiuse nemmeno.
Ogni volta che usciva da quell’appartamento si giurava che era l’ultima. E il giorno dopo tornava con la gonna più corta, pronta a compiacerlo di nuovo.
Quando la mia amica aprì la borsa non c’era nessuna uniforme: solo delle ali, una guêpière e delle autoreggenti a rete. E il tir ci stava già aspettando per partire.
Non le ho mai detto quello che immaginavo di notte mentre dormiva accanto a me. Questa è la confessione che tengo zitta da quando siamo arrivati in quella città.
Per anni mi ero ingoiato le provocazioni della mia migliore amica, facendo il bravo amico paziente. Quel pomeriggio d’agosto, sul suo balcone affacciato sul mare, qualcosa in me si spezzò.
Sotto la pollera non portavo niente quando bussai alla porta di quel vagone arrugginito. Volevo solo un uomo. Non immaginavo che il caposquadra sarebbe arrivato a imporre le sue regole.
So che non dovrei, ma ogni volta che cammino sola di notte lo cerco con lo sguardo: quello sconosciuto che mi schiacci contro un muro e non mi chieda permesso.
Mi svegliai illesa in un letto che non era il mio, guarita da uno sconosciuto di bellezza impossibile. Ciò che non mi disse fu quello che quella cura aveva fatto al mio corpo... e al mio desiderio.
Pensavo fosse un gioco innocente di sguardi al semaforo. Non immaginavo che un sabato mattina avrei suonato alla sua porta con la scusa più stupida del mondo.
Ho sempre saputo che mia madre era diversa dalle altre, ma solo in quella notte capii quanto, e fin dove ero disposto a spingermi io.
Lo sentii dire al telefono: «questa vecchia è già pronta». Avrei dovuto offendermi. Invece sentii che mi bagnavo tutta contro il bancone.
Quel pomeriggio volevo solo correggere alcuni bozzetti su una terrazza. Finì che condivisi birre con loro e, settimane dopo, molto più della conversazione.
Ho detto che il mio corpo avrebbe resistito a tutto. Era una bugia, ma non potevo più tirarmi indietro davanti a loro tre.
Ero in pigiama, col caffè a metà e un romanzo bollente tra le mani, quando sentii la sua chiave nella porta e capii che quella mattina non sarebbe finita con la lettura.
Sua moglie mi ha chiamata «l’amante» per anni. Ma io non lo sono mai stata. Ero solo la sua lavoratrice sessuale, e questa è la verità che lei non ha mai voluto sentire.
Mi scoprì a guardare quei video di nascosto. Invece di arrabbiarsi, sorrise e chiese: «Davvero vuoi che un altro mi scopi davanti a te?».