La professoressa che mi ha trasformato nel suo schiavo
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Arrivò dall’allenamento con l’uniforme ancora addosso, mi guardò dall’alto e capii che quel pomeriggio qualcosa tra noi sarebbe cambiato per sempre.
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Sono entrato nel master senza conoscere nessuno. È bastato che lei accavallasse le gambe e si sfilasse un sandalo perché smettessi di pensare al resto.
Quella sera oltrepassò la tenda del retrobottega sapendo che avrebbe obbedito a ogni ordine, per quanto degradante, senza che nessuno la costringesse.
Non ebbi bisogno di leggere il suo nome per capire che quei pantaloni verdi che descriveva con tanto dettaglio erano i miei. E capii, in quell’istante, che l’avrei fatto supplicare.
Scese le scale di quello studio sapendo che non ne sarebbe uscita la stessa donna: tre paia di mani l’aspettavano per ricordarle chi era davvero.
Lui decideva quando spogliarmi, quando legarmi e davanti a chi. Io dovevo solo obbedire, e scoprii che obbedire mi accendeva più di quanto avessi mai ammesso.
Gli ordinai di restare in ginocchio e non muoversi. Ciò che venne dopo gli insegnò che, con me, obbedire non è un’opzione: è l’unica regola che esiste.
Molte persone mi chiedono da dove venga il mio fetish per i guanti di gomma. Quasi nessuno conosce la risposta. È cominciato un venerdì, nella stanza di mia zia, con la porta chiusa a chiave.
Il receptionist mi consegnò un pacco senza mittente. Dentro c’era un plug di metallo e un biglietto con la sua grafia: «Per il nostro appuntamento, voglio che lo indossi».
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
Il mare mi ha sputato sul ponte di uno yacht senza un solo uomo a bordo. Quando mi sono svegliato la seconda volta, avevo già il loro vestito addosso e non capivo perché mi lasciassi fare.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Volvió a bloquearme de todo y reapareció con una novia «decente». Craso error: nadie le quita su juguete a una mujer como yo sin pagarlo caro.
Quando trovai una delle sue scarpe dimenticata nello spogliatoio, avrei dovuto lasciarla dov’era. Invece attraversai mezza città per restituirgliela, e tutto andò storto.
Gli ho gridato che il cancello era aperto così sarebbe entrato con le mani occupate. Quello che non aveva previsto era la bombetta che lo aspettava oltre la soglia.
Per anni ho fantasticato di servire una donna che mi volesse ai suoi piedi. Renata non fingeva di dominare: lo faceva con una calma che mi toglieva il fiato.
Le offrii di controllarle la caviglia come medico. Lei accavallò la gamba, avvicinò il piede al mio viso e capii, in quell’istante, chi comandava davvero.
Scesi nello studio quella notte solo per scoprire il piano che avevano per me. E, invece di fuggire, mi inginocchiai e dissi sì a tutto.