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Relatos Ardientes

Il segreto di mio marito ha acceso il mio desiderio dormiente

La casa dei Belmonte sorgeva in una lottizzazione tranquilla di Malaga, a pochi passi dal mare, con quella serenità che solo i soldi tenuti saldi per anni possono comprare. Elena aveva cinquantquattro anni e un portamento che il tempo aveva deciso di rispettare. Dalla finestra della sua camera guardava il sole arrampicarsi sull’orizzonte mentre il caffè le si raffreddava tra le mani.

Ricardo era uscito prima dell’alba, come quasi ogni mattina. Era socio di uno studio di architettura con prestigio in mezza provincia, e la sua agenda sembrava un muro costruito apposta per tenerla fuori. La porta del garage si chiuse con il suo solito suono e la casa tornò a farsi grande, troppo grande per una sola persona.

Erano sposati da ventotto anni. Quasi tre decenni di cene, di anniversari fotografati, di una famiglia che in città tutti consideravano esemplare. Ma nel punto da qualche parte dell’ultimo decennio, qualcosa si era spento senza avvisare.

Non era solo il sesso, anche se era questo a pesarle di più. Erano le notti in cui Ricardo si metteva a letto dandole le spalle senza sfiorarla, le scuse di stanchezza che ormai non si preoccupava nemmeno di abbellire, le rare volte in cui la scopava in fretta, ficcandoglielo senza aspettarla, venendo dentro di lei in tre spinte secche prima ancora che lei avesse cominciato a bagnarsi. La lasciava con il cazzo molle che le usciva dalla figa e un filo di sperma che le colava lungo la coscia mentre lui si era già voltato dall’altra parte. Elena si sentiva come un mobile costoso: bello, al posto giusto, del tutto sacrificabile.

Non pensava al divorzio. Alla sua età, le costava immaginarsi di rinunciare allo status, alla comodità, alla vita che conosceva. E chi mai desidererebbe una donna come me?, si chiedeva a volte davanti allo specchio. Ma non era stupida. Sapeva che Ricardo aveva qualcuno. Lo intuiva nei suoi sguardi persi, nelle chiamate a cui rispondeva sottovoce uscendo in giardino, nel profumo estraneo che a volte si portava addosso sulla camicia.

Lo sapeva, ma non aveva prove. Solo un sospetto che le rodeva dentro.

***

Quella mattina, sistemando delle carte nello studio di suo marito, Elena trovò qualcosa che non stava cercando. Un vecchio taccuino, di quelli che lui usava per annotare le password perché non aveva mai avuto fiducia nella propria memoria. Tra numeri di conti e codici della banca, una riga isolata: la mail personale di Ricardo e, accanto, una combinazione che riconobbe all’istante. Era la data di compleanno di sua figlia, mascherata con un paio di simboli.

Il cuore le batteva forte nel petto quando si sedette davanti al computer. Non sapeva cosa si aspettasse di trovare. Forse niente. Forse la conferma che stava diventando paranoica. Digitò la password con dita impacciate e la casella di posta si aprì come una porta che non avrebbe più potuto richiudere.

C’era tutto.

Messaggi lunghi, espliciti, scambiati con una donna il cui nome non le diceva niente. Parlavano di incontri in hotel, di pomeriggi che lui giustificava in casa come riunioni di cantiere, di fantasie che Elena non aveva mai sentito uscire dalla sua bocca in ventotto anni. L’altra descriveva con un’impudenza tranquilla come l’avesse lasciata con la mascella dolorante per averglielo succhiato, come si fosse messa a quattro zampe sopra la scrivania della stanza per farsi infilare il cazzo nel culo, come venisse a fiotti ogni volta che lui le tirava i capelli e la scopava contro il muro.

"Mi sta ancora colando la tua sborra lungo la coscia mentre ti scrivo", lesse Elena in un messaggio. "E ti voglio già di nuovo dentro, fino in fondo, finché non mi fai male."

Elena si aspettava di piangere. Si aspettava la rabbia limpida e dignitosa della moglie tradita. Ma quello che le salì per il corpo fu altro, qualcosa di confuso e caldo che si sistemò tra le gambe prima ancora che riuscisse a capirlo.

Rilesse un messaggio, poi un altro, e un altro ancora. Non riusciva a fermarsi. Ogni frase di quella donna aveva un’audacia che Elena aveva dimenticato esistesse, un modo di chiedere cazzo senza scusarsi di desiderarlo. Parlava della bocca di Ricardo incollata alla sua figa per mezz’ora, delle sue mani che le stringevano le tette lasciandole i segni, di come lui le sussurrasse "troia mia" all’orecchio mentre la teneva premuta contro il materasso e glielo piantava fino ai coglioni. Erano le stesse mani che a Elena voltavano le spalle ogni sera.

La cosa strana non era il dolore. Il dolore se l’era immaginato mille volte e aveva una forma conosciuta. La cosa strana era il formicolio, l’umidità improvvisa, il battito sordo che le si accendeva nel basso ventre ogni volta che leggeva di lui che la scopava. Come se il suo corpo, stanco di aspettare un uomo che non la guardava più, avesse deciso di cercare il piacere per conto proprio, dove poteva trovarlo.

Si portò una mano alla gonna senza rendersene conto, la sollevò piano fino a sfiorarsi sopra le mutandine e trovò il tessuto zuppo. Erano anni che non si bagnava così, di colpo, con quell’urgenza adolescenziale. Si premette il clitoride con il dito sopra il cotone e un gemito le sfuggì dalla bocca nello studio vuoto.

Chiuse gli occhi. Le parole di quella donna continuavano ad ardere dietro le palpebre. E, per la prima volta in anni, il suo corpo le rispondeva senza che dovesse implorarlo.

***

Si alzò senza pensarci troppo. Andò in camera da letto, aprì il cassetto della cassettiera dove teneva ciò che nessun altro conosceva: un paio di giocattoli comprati su internet, di nascosto, pacchi che ritirava lei stessa perché nessuna domestica li vedesse. Scelse il più spesso, un dildo di silicone curvo e venato, comprato per alleviare una frustrazione che si portava dietro da troppo tempo da sola. Accanto ne aveva un altro più piccolo, un vibratore per il clitoride che prese ugualmente, perché oggi voleva tutto insieme.

Tornò nello studio con entrambi i giocattoli in mano. Lo schermo era ancora illuminato con la conversazione. Si reclinò nella poltrona di pelle di Ricardo, quella da cui lui governava il suo intero mondo, e ricominciò a leggere mentre si sbottonava la camicetta. I seni le uscirono dal reggiseno quando lo sganciò davanti. Si pizzicò i capezzoli, prima piano, poi con forza, finché non li ebbe duri come pietre e pulsanti.

Si tolse le mutandine e le gettò a terra. Aprì le gambe sopra la poltrona, con i talloni appoggiati al bordo del sedile e la fica completamente esposta sulla pelle che scricchiolava ogni volta che si muoveva.

Solo che questa volta non era una spettatrice.

Nella sua testa, la donna dei messaggi scomparve. Quella che scriveva ogni frase era lei. Quella che lui desiderava con quell’urgenza era lei. Si immaginò Ricardo in ginocchio tra le sue gambe, che la guardava come non la guardava da anni, con fame, con quell’attenzione totale che le aveva negato per tanto tempo. La bocca di lui incollata alla sua fica, la lingua che entrava e usciva, saliva sul clitoride, lo succhiava fino a farla urlare.

—Succhiami lì, così, non smettere —mormorò nel vuoto dello studio, prestando la sua voce alla fantasia—. Mangiami la fica finché non vengo nella tua bocca.

Si passò il dildo sulle labbra della figa, su e giù, inzuppandolo del proprio umore prima di cominciare a infilarlo dentro. La punta entrò facile, scivolosa, e da lì lo spinse dentro centimetro dopo centimetro, sentendo come si apriva al suo interno dopo tanti mesi senza avere nulla lì dentro che non fossero le sue dita. Quando lo ebbe fino in fondo lasciò uscire un gemito roca che non riconobbe come suo.

Cominciò a muoverlo lentamente, tirandoselo fuori quasi del tutto per poi affondarlo di nuovo con una spinta. La pelle della poltrona le si appiccicava al culo sudato. Con l’altra mano accese il vibratore e se lo appoggiò sul clitoride. Il ronzio le attraversò il ventre e i fianchi sobbalzarono da soli.

—Così, così, più dentro —ansimava, con gli occhi inchiodati alle parole sullo schermo—. Scopami come scopi lei, figlio di puttana, scopami come se avessi voglia di me.

Ogni parola che rileggeva la spingeva un po’ più vicino. Si infilava il dildo con rabbia, con entrambe le mani ormai, immaginando che fosse il cazzo di Ricardo a entrarle fin nell’utero. Il vibratore faceva le fusa contro il clitoride gonfio. I capezzoli le si erano fatti violacei per quanto li aveva pizzicati. Il respiro le si spezzava in ansiti corti che rimbalzavano contro gli scaffali pieni di progetti e libri costosi.

—Guardami —chiese, e la voce le si spezzò—. Guarda solo me. Infilamela tutta. Vieni dentro di me.

Cambiò posizione senza estrarlo, si mise a quattro zampe sopra la poltrona con il culo sollevato verso lo schienale e il viso girato verso lo schermo. Ora se lo scopava da dietro con il dildo, entrando e uscendo con il braccio teso sotto il ventre, stringendolo con tutta la forza che le restava. Il vibratore rimase intrappolato tra la pelle e il clitoride e ogni spinta lo faceva vibrare contro di lei con ancora più pressione.

L’orgasmo la raggiunse con una forza che non ricordava. Tutto il corpo le si tese, i muscoli della fica si chiusero attorno al silicone stringendolo come se volessero spezzarlo, e un gemito lungo e sporco le sfuggì dalle labbra in una casa dove non c’era nessuno ad ascoltarla. Un getto caldo le inzuppò l’interno della coscia e il sedile della poltrona di suo marito. Restò tremando, con il dildo ancora dentro fino in fondo, mentre ondate più piccole continuavano a attraversarla.

E non si fermò lì. Ricominciò quasi subito, tirandoselo fuori dalla figa e portandoselo alla bocca per succhiarsi il proprio sapore, succhiandolo come se fosse il cazzo di Ricardo, guardando lo schermo mentre quella donna gli raccontava come si fosse bevuta tutta la sua sborra. Elena si sdraiò di nuovo sulla schiena, riaprì le gambe e se lo infilò ancora, questa volta più in fretta, più brutale, aiutandosi con il vibratore fino a venire una seconda volta nel giro di pochi minuti, mordendosi il dorso della mano per non gridare troppo. Per un istante smise di essere la moglie ignorata, la donna invisibile di cinquantquattro anni. Per un istante fu di nuovo qualcuno di desiderato. Una femmina in calore nello studio di suo marito, che veniva sulla poltrona dove lui firmava contratti.

***

Quando il tremore si attenuò, Elena aprì gli occhi e rimase a fissare il soffitto. Un sottile strato di sudore le copriva la pelle, il suo umore si raffreddava tra le cosce e il cuore le batteva ancora contro le costole. Arrivò la vergogna, fugace, e se ne andò quasi altrettanto in fretta. Al suo posto rimase qualcosa di nuovo, una sensazione strana che impiegò tempo a nominare: potere.

Aveva scoperto qualcosa di sé che non sapeva esistesse. La capacità di prendere il tradimento di suo marito e trasformarlo in carburante. Di usarlo per tornare a sentirsi viva nel proprio corpo, senza chiedere permesso a nessuno.

Si sollevò lentamente, pulì con un fazzoletto la macchia umida che aveva lasciato sulla pelle, si sistemò i vestiti e rimise i giocattoli nel cassetto. Poi tornò al computer. Non cancellò nulla. Non spostò un solo messaggio. Che lui continuasse a credersi intoccabile, che continuasse a non sospettare che il suo mondo perfetto avesse una crepa aperta proprio dove guardava meno. Chiuse la posta con calma e lasciò lo studio esattamente come l’aveva trovato.

Sapeva che sarebbe tornata. Sapeva che quelle parole sarebbero rimaste sue da usare quando avesse voluto. Ma sapeva anche che c’era dell’altro, qualcosa che non aveva ancora preso forma e che ormai non poteva più ignorare.

***

Passò davanti allo specchio del bagno e si fermò. Le guance accese, le labbra un po’ gonfie, gli occhi brillanti in un modo che non si vedeva da anni. Sembrava un’altra. Sembrava sveglia dopo un letargo lunghissimo. Un sorriso apparve nel suo riflesso, uno che lei stessa non seppe decifrare fino in fondo.

La giornata proseguì nella sua solita routine: il pranzo, le commissioni, una chiamata di sua figlia che raccontava cose dell’università. Ma qualcosa era cambiato nel profondo, come una corrente che ora circolava sotto ogni gesto quotidiano. Ogni volta che si sedeva, sentiva la fica ancora sensibile, pulsante sotto la gonna, a ricordarle ciò che si era appena fatta.

La notte calò su Malaga e Ricardo non era ancora tornato. Elena si versò un bicchiere di vino e si sedette in salotto al buio, con il rumore del mare che entrava dalla finestra socchiusa. Chiuse gli occhi e lasciò che la mente vagasse di nuovo tra i messaggi, nel pomeriggio che aveva appena vissuto, in quella versione di sé che era rimasta nascosta per tanto tempo.

Pensò a tutti gli anni in cui aveva aspettato in silenzio che lui tornasse a desiderarla. Alle volte in cui si era preparata per una cena che lui annullava per lavoro, alla biancheria intima comprata per nessuno, alle notti schiena contro schiena a fingere di dormire mentre dentro moriva dalla voglia che qualcuno, chiunque, le infilasse una mano tra le gambe. Tanto tempo a misurarsi con gli occhi di un uomo che aveva smesso di guardarla. E quel pomeriggio, sola nel suo studio, era venuta due volte di fila e aveva provato più piacere che negli ultimi dieci anni insieme.

E allora arrivò la domanda. E se non mi accontentassi di leggere? E se la fantasia smettesse di essere solo uno schermo e un cassetto chiuso? E se, per una volta, decidesse di cercarsi un cazzo vero, una bocca che le mangiasse la fica come meritava, mani affamate che le ricordassero che era ancora una donna capace di far venire un uomo anche solo guardandolo?

La domanda rimase sospesa nella penombra, senza risposta, mentre Elena sorrideva tra sé con il bicchiere tra le dita. Non aveva fretta. Per la prima volta dopo molto tempo, il futuro le sembrava un terreno pieno di porte che non aveva ancora nemmeno cominciato a immaginare. E dietro ognuna di quelle porte, si promise, ci sarebbe stato un letto.

Fuori, il mare continuava a infrangersi contro gli scogli, indifferente e costante. Dentro, una donna che il mondo aveva dato per finita aveva appena scoperto di stare solo cominciando.

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