La notte in cui scoprii ciò che il mio corpo taceva
Ero al nuovo liceo da poco più di un mese quando iniziai a notare che i giorni avevano un loro ritmo, senza tenermi in conto. Era un periodo complicato del calendario scolastico: gli insegnanti avevano la testa altrove, le aule odoravano di carta fotocopiata e i corridoi avevano quel brusio particolare di quando si sta preparando qualcosa di grande, qualche evento culturale che coinvolgeva cartoncini, ghirlande e riunioni dei docenti che finivano sempre fuori dall’aula.
Questo mi lasciava spesso sola.
Gli insegnanti entravano, lasciavano un’attività alla lavagna e uscivano. I prefetti sbucavano ogni tanto per evitare che qualcuno impazzisse. Le mie compagne approfittavano di quei momenti per parlare, per ridere, per continuare conversazioni accumulate da anni. Io tiravo fuori il quaderno, facevo quello che dovevo fare e poi restavo a guardare fuori dalla finestra.
Non era esattamente timidezza. Era piuttosto la sensazione di arrivare a metà film, quando i personaggi hanno già le loro dinamiche e le loro battute interne, e la nuova arrivata si siede nell’unico posto libero e sorride anche se non ha capito la battuta.
Ero così un pomeriggio, con la penna che girava tra le dita e gli occhi fissi sul cielo sopra gli edifici di fronte, quando qualcuno si fermò accanto al mio banco.
—Ehi, come ti chiami?
Mi girai. Era una ragazza dai capelli scuri raccolti in una coda morbida, con quegli occhi che ti guardano dritto senza che dietro ci sia alcuna domanda-trabocchetto.
—Valeria —risposi, un po’ sorpresa.
—Sofía. —Sorrise—. Ti abbiamo sempre vista qui da sola. Vuoi venire con noi?
Non seppi subito cosa dire. Era la prima volta, da settimane, che qualcuno mi invitava a qualcosa senza un motivo pratico, senza chiedermi una penna o se avevo annotato la data dell’esame.
—Sì —dissi—. Certo che sì.
Trascinai la sedia in fondo all’aula, dove Sofía sedeva con altre due ragazze: Lucía, che portava sempre una treccia laterale e rideva facilmente, e Camila, più silenziosa, che disegnava ai margini del quaderno e osservava più di quanto parlasse. Formavano un gruppo con i propri codici, con i silenzi che non erano imbarazzanti, con quel vocabolario proprio che esiste solo tra persone che si conoscono bene.
All’inizio ascoltavo soltanto. Annuii, sorrisi nei momenti giusti, aggiunsi qualche frase breve. Poco a poco entrai nel giro. Imparai quando Sofía stava facendo una battuta, quando Lucía avrebbe deviato il discorso verso qualcosa di completamente diverso, quando Camila alzava gli occhi dal quaderno per dire qualcosa che nessuno si aspettava e che finiva sempre per essere la cosa più interessante della conversazione.
Cominciai a sentirmi meno strana.
Le conversazioni del gruppo toccavano ogni tipo di argomento. Parlavano delle materie, degli insegnanti che meritavano rispetto e di quelli che non lo meritavano, di serie TV, di ragazzi dell’aula accanto. E a volte, quando i corridoi erano tranquilli e i prefetti non erano vicini, parlavano di cose più personali.
Non ricordo come arrivammo a quell’argomento quel pomeriggio. Credo che tutto iniziò con qualcosa di innocente, con un aneddoto di Lucía su una doccia che aveva troppa pressione, e da lì la conversazione andò lentamente a girare fino a quando Lucía abbassò la voce e disse che a volte, quando il getto le cadeva proprio tra le gambe, sentiva qualcosa che la lasciava senza forze.
—Senza forze come? —chiese Sofía.
—Come se qualcosa si aprisse dentro di me —disse Lucía, scegliendo le parole con cura—. Come una pressione nella figa che sale e sale. Non fa male. Al contrario. Finisco appoggiata alle piastrelle perché non mi reggo in piedi.
Sofía annuì lentamente, mordendosi il labbro, senza dire ancora nulla.
Fu Camila a continuare. Posò la penna sul quaderno e guardò il gruppo con quella calma che aveva sempre prima di dire qualcosa di importante.
—Io l’ho scoperto con un cuscino —disse, a bassa voce ma senza vergogna—. Me lo mettevo tra le gambe e lo strofinavo contro la figa, muovendo i fianchi. All’inizio era strano, poi cominciavo a bagnarmi, e un giorno finii per mordere il cuscino perché venni così forte che pensai se ne sarebbe accorta tutta la casa. Lo faccio ancora. Quasi tutte le notti.
Nessuna rise. Nessuna fece una faccia strana. Sofía disse che lei si toccava con le dita, che ne infilava due fino in fondo mentre si sfregava il clitoride con l’altra mano, e che veniva prestissimo se pensava al ragazzo giusto. E io non dissi nulla perché non avevo nulla da dire: era la prima volta che sentivo parole come figa, venire, bagnarsi dette ad alta voce, con tutta naturalezza, senza che sembrassero un terribile segreto.
Poco dopo la conversazione virò altrove. Ma quelle parole rimasero.
Mi accompagnarono a casa quel pomeriggio. Si sistemarono in qualche angolo della mia testa e non se ne andarono. Continuai la mia routine normalmente: le lezioni, i pomeriggi, le cene, il letto. Ma prima di addormentarmi, a volte, pensavo a quello che aveva detto Camila, all’immagine di lei stretta al cuscino, che si muoveva contro il tessuto fino a finire per mordere il cuscino. E qualcosa che non sapevo come nominare cominciava a muoversi piano dentro di me, un formicolio tra le gambe che mi costringeva a stringere le cosce fino ad addormentarmi.
***
Arrivò un venerdì.
La mia stanza era la più lontana dal corridoio, quella in fondo, con la finestra che dava sul cortile sul retro. Era il mio spazio: porta con il chiavistello, scrivania con le mie cose, letto dove solo io decidevo quando spegnere la luce. Il venerdì restavo sveglia più tardi che nel resto della settimana. Era un’abitudine che nessuno metteva più in discussione.
Quella sera non c’era niente che mi tenesse incollata allo schermo. Provai con una serie che avevo iniziato e la chiusi dopo dieci minuti. Misi della musica e la spensi. Restai a guardare il soffitto con il telefono a faccia in giù sul cuscino.
La casa era completamente immobile. Solo il ronzio del frigorifero dalla cucina e il fruscio occasionale del tetto quando la temperatura cambiava. I miei genitori dormivano da ore. Era quel tipo di silenzio che ti rende consapevole di te stessa, del tuo stesso peso sul materasso, del tuo stesso respiro.
La domanda arrivò da sola: e se ci provassi?
Restai ferma ancora qualche secondo, ascoltando il corridoio. Niente.
Mi tolsi i pantaloni del pigiama e li piegai sul bordo del letto. Poi, dopo aver esitato un momento, abbassai anche le mutandine e le lasciai cadere a terra, proprio come immaginavo facesse Camila. Spostai le lenzuola. Senza il tessuto sopra, la temperatura era diversa, e l’aria della stanza mi sfiorava la pelle in un modo che di solito non notavo. Sentii i peli sulle cosce rizzarsi, e tra le gambe, quella zona che quasi mai osavo guardare in faccia, c’era già un’umidità tiepida che mi aspettava.
Presi il piccolo cuscino che usavo per appoggiarmi quando leggevo, e lo tenni un momento tra le mani.
Non so esattamente cosa sto facendo, pensai.
Ma sapevo già che non mi sarei fermata.
Lo infilai lentamente tra le gambe e lo strinsi contro la figa. Solo il peso e il tessuto, senza muovermi ancora. Lasciai che il corpo si abituasse. La cucitura del cuscino mi finì proprio sopra il clitoride e, anche se non mi muovevo, sentii già lì un battito, una piccola pulsazione che rispondeva da sola al contatto. Cominciai a muoverlo con cautela, su e giù, con movimenti piccoli e lenti, premendolo ogni volta di più contro le labbra.
E poi qualcosa cambiò.
Non fu graduale. Fu come attraversare una linea che non avevo visto finché non mi trovai dall’altra parte. Un’ondata di calore mi percorse il ventre e scese lungo le gambe, e mi immobilizzai con il corpo teso e il cuore accelerato. Sentii il tessuto del cuscino assorbire l’umidità, aderire a me, il sfregamento non più secco ma scivoloso.
Non era dolore. Era esattamente il contrario.
Respirai piano. Restai ferma, cercando di decidere se continuare o se per quella notte bastasse così. Ma la sensazione era stata così netta che ignorarla risultava impossibile. Era come se il corpo tenesse da tempo qualcosa in una scatola chiusa e avesse appena trovato il modo di aprirla. Tornai a muovere il cuscino, questa volta più con decisione, strofinandomi contro di lui con tutto il bacino.
Questa volta non mi fermai.
I movimenti diventarono più costanti, più sicuri. Mi strofinavo la figa contro il cuscino in cerchi lenti e poi in lunghi avanti e indietro, cercando l’angolazione in cui la cucitura mi premeva proprio sul clitoride. Quando la trovai, mi sfuggì un gemito che dovetti ingoiare in fretta. Non avevo tecnica né avevo imparato alcun ritmo: solo l’istinto che qualcosa funzionava, che ogni movimento era un passo verso qualcosa che ancora non riuscivo a nominare. Il mio respiro cambiò senza che lo decidessi. Si fece corto, spezzato. I fianchi cominciarono ad assecondarmi da soli, sollevandosi leggermente dal materasso a ogni oscillazione, spingendo contro il cuscino come se volessi cavalcarlo.
Non fare rumore, mi ripetevo in silenzio. Non fare rumore.
Afferrai il bordo del lenzuolo con la mano libera. Con l’altra, senza pensarci, iniziai a premere il cuscino ancora più forte contro di me. Sentivo colarmi lungo l’interno delle cosce, un filo caldo che mi scendeva fino al lenzuolo. Feci scivolare una mano sotto il cuscino e mi toccai direttamente, con le dita, tastando quella carne morbida e scivolosa che non avevo mai esplorato così. Trovai l’apertura quasi senza cercarla, e un dito entrò da solo, fino alle nocche, strappandomi un tremito che mi risalì lungo la colonna vertebrale.
—Ah, cazzo... —sussurrai, quasi senza voce, perché non potei fare a meno di dirlo.
La tensione che cresceva dentro era difficile da descrivere: calore, pressione, un’urgenza che aumentava senza che sapessi bene verso cosa. Spinsi il dito un po’ più dentro, poi lo tirai fuori, e sentii la mia stessa figa richiudersi chiedendomi di non smettere. Mi tremò tutto il corpo una volta, appena, come se avesse fatto un piccolo salto senza staccarsi dal materasso.
Morsi il lenzuolo.
Il suono che cercai di soffocare era un gemito lungo e profondo, ma nel silenzio della stanza mi parve enorme. Restai ferma un secondo, in ascolto. Niente. La casa continuava a dormire.
Continuai.
Ripresi il ritmo, ora con il dito dentro e il cuscino strofinato sopra allo stesso tempo. Ogni movimento apriva qualcosa di nuovo. Non so spiegarlo in altro modo: era come scoprire stanze dentro il proprio corpo che non avevo mai visitato, e ogni volta che avanzavo un po’ di più spuntava un’altra porta. I miei piedi si flettevano da soli contro il materasso. La velocità aumentò senza che lo progettassi. Cominciai a muovere il culo contro il lenzuolo, cercando attrito da tutte le parti. Quello che sentivo non era più solo calore ma qualcosa che premeva da dentro, qualcosa che chiedeva di più, che si andava accumulando a strati.
Inserii un secondo dito. All’inizio mi bruciò un po’, una fitta strana che si dissolse subito nel piacere, e da lì non riuscii più a pensare. Le dita entravano e uscivano facendo un rumore umido che in un’altra situazione mi avrebbe fatto vergognare e che adesso mi faceva stare ancora peggio. Con il palmo mi colpivo il clitoride a ogni spinta. Il cuscino, dimenticato di lato, finì fradicio.
E io continuavo, senza sapere esattamente cosa stessi cercando, ma con la certezza che fossi vicina a qualcosa.
Sentivo che mi saliva lungo le gambe, che mi si raccoglieva alla bocca dello stomaco, che le cosce mi tremavano attorno alla mia stessa mano. Fu allora che arrivò un’intensa voglia di urinare, mescolata a quell’ondata che saliva e saliva. Tutto si strinse insieme: le dita dei piedi, le cosce, la figa attorno alle mie dita, la mandibola sul lenzuolo. Un crampo profondo mi attraversò da cima a fondo e mi inarcò la schiena senza permesso. Venni mordendo il tessuto finché il segno del morso mi rimase impresso, con un gemito soffocato in gola e i fianchi che spingevano da soli contro la mia mano una, due, tre volte, ogni spinta un altro colpo di frusta. Sentii la figa contrarsi a ondate attorno alle dita, stringerle, spingerle fuori, stringerle di nuovo.
Quando finalmente si fermò, rimasi distesa, senza fiato, con la mano ancora tra le gambe e il petto che si alzava e abbassava come se avessi corso.
Ma la voglia di urinare era ancora lì, insistente.
Mi alzai piano, con le gambe un po’ meno salde del solito, sentendomi scendere all’interno della coscia un filo tiepido, e andai in bagno facendo attenzione a non fare rumore nel corridoio. Guardai le dita sotto la luce gialla del bagno: brillavano, appiccicose, con un odore nuovo e denso che non era sgradevole, che era mio. Le sciacquai molto lentamente, quasi con curiosità, guardandomi nello specchio con le guance rosse e i capelli scompigliati e quella faccia che non riconoscevo del tutto.
Ci misi meno di un minuto. Quando uscii, il corridoio era ancora buio e immobile. La porta della stanza dei miei genitori, chiusa. Non era cambiato nulla.
Tornai a letto e mi infilai sotto le lenzuola.
Spinsi il cuscino umido in un angolo, coprii la macchia con il pigiama piegato e rimasi supina a guardare il soffitto. Il cuore si andava calmando lentamente. Il corpo si sentiva strano: più rilassato in alcune parti, più agitato in altre, con un lieve battito ancora tra le gambe, come un’eco. Come dopo uno sforzo che non ti aspettavi e che ti lascia senza sapere bene se sei stanca o sveglia o entrambe le cose insieme.
Sapevo già come chiamare quello che avevo fatto. Camila l’aveva detto senza girarci intorno. Mi ero venuta. Da sola, con un cuscino e le mie dita, nel silenzio della mia stanza in un qualunque venerdì. C’era qualcosa di simile alla vergogna, ma non proprio. Qualcosa di simile al sollievo, ma nemmeno quello. E sotto tutto questo, sepolta ma presente, una soddisfazione che ormai non mi faceva più così paura ammettere: volevo rifarlo. Quella stessa notte, se il corpo avesse risposto. E il giorno dopo. E tutti quelli necessari.
Il sonno arrivò piano.
Quella notte non capii tutto. Non mi feci nemmeno le domande giuste. Sapevo soltanto che qualcosa era iniziato: che una curiosità che per settimane si era mossa in silenzio aveva fatto il suo primo passo, e che quel primo passo non aveva ritorno.
Chiusi gli occhi e mi addormentai con la mano ancora appoggiata tra le cosce.
(Continua...)