Ciò che la mia maestra di balletto ha risvegliato in me
Mariana era al centro della sala prove, immersa nella luce dorata che entrava dalle alte vetrate. Indossava un tutù bianco di più strati di tulle che fluttuava attorno ai fianchi ogni volta che girava. Il corsetto ricamato in avorio le stringeva la vita e metteva in risalto la linea delle spalle. Un nastro azzurro le cadeva lungo la schiena in un fiocco che si dondolava a ogni movimento.
Portava i capelli corti e scuri, adornati da un fiore bianco, e la luce del pomeriggio vi strappava riflessi. Sollevò una gamba in un arabesque con una postura impeccabile. Le calze bianche le avvolgevano la muscolatura delle cosce e i suoi piedi, saldi sulle punte, racchiudevano una strana miscela di forza e delicatezza, come se tutta la sua energia fosse trattenuta in un equilibrio fragile.
Dalla penombra in fondo, Renata la osservava. A quarant’anni passati conservava il portamento sereno di chi ha trascorso mezza vita su un palcoscenico, un’autorevolezza quieta che la circondava come un’aura. Aveva guidato Mariana dai suoi primi passi incerti fino a quel momento di pienezza.
Eppure, quel pomeriggio qualcosa dentro di lei si era scompaginato. Notò il modo in cui i suoi occhi seguivano ogni linea del corpo della sua allieva, non per correggerla, ma per il semplice piacere di guardarla. Non dovresti guardarla così, si disse, e abbassò gli occhi sul pavimento di legno. Ma li rialzò un secondo dopo. Le caddero addosso gli occhi sul morbido rigonfiamento della figa di Mariana segnato sotto il body, su quella lieve fessura che il tessuto aderente non riusciva a mascherare, e sentì le mutandine bagnarsi solo a immaginarlo.
Le separavano quasi vent’anni. Nel fulgore della sua giovinezza, Mariana irradiava una passione trattenuta che, giorno dopo giorno, risvegliava in Renata un’ammirazione sempre più difficile da governare. Ogni correzione davanti allo specchio, ogni sfioramento delle sue mani sulla schiena o sui fianchi della ragazza, era diventato un rituale intimo che nessuna delle due nominava.
Renata avanzò verso di lei con passi silenziosi. Quando le fu accanto, le posò la mano appena sulla spalla. Il tocco fu breve, leggero, ma conteneva una fermezza assoluta, un richiamo muto a chi dirigesse ogni movimento. Mariana restò immobile sotto quelle dita, sentendo il peso di quell’autorevolezza con una miscela di stupore e resa.
—Alza di più il gomito —mormorò Renata, facendo scorrere il palmo lungo il suo braccio per correggerne la linea—. Così.
Il respiro della maestra le sfiorò la nuca. Mariana chiuse gli occhi un istante. Nell’eco di quella correzione scopriva qualcosa che andava oltre la danza: una sottomissione strana e piacevole, il piacere di obbedire che le tendeva il ventre e le premeva i capezzoli contro la stoffa del corpetto. Ogni istruzione sembrava dominare non solo il suo corpo, ma qualcosa di più profondo che ancora non sapeva nominare. Era un potere che la attirava e la disarmava insieme, che le bagnava le mutandine senza che lei potesse far nulla per impedirlo.
Il sole calava piano e le avvolgeva in una luce tiepida. Per un momento restarono in silenzio, troppo vicine, intrappolate in un istante in cui la distanza tra allieva e maestra sembrava dissolversi.
—Di nuovo dall’inizio —disse Renata, allontanandosi con fatica—. E stavolta voglio vedere te, non la coreografia.
***
La prova di quel pomeriggio era diversa. Mariana si preparava a interpretare uno dei ruoli più impegnativi della sua carriera: quello dell’eroina de La sylphide. Alla sua prossima recita, tra il pubblico ci sarebbero stati ex colleghi della sua maestra, gente che ora dirigeva compagnie prestigiose a Vienna, Mosca e L’Avana. Non erano venuti solo ad ammirarne la tecnica; erano venuti a decidere se la migliore allieva di Renata fosse pronta a prendere il suo posto in quel mondo. Era l’occasione che aveva sempre sognato.
Le prime note sgorgarono dal pianoforte nascosto in un angolo in ombra. La melodia si diffuse come un sussurro tra gli alberi, accarezzando le alte pareti. Era una musica che Mariana sentiva nelle ossa, ma quel pomeriggio ogni accordo pareva una promessa.
Si mise al centro della sala, la luce tenue a delineare ogni curva del suo corpo. Nelle ombre, Renata osservava, immobile, gli occhi fissi su di lei con un’intensità che le tendeva la pelle. Mariana sapeva che quello era molto più di un semplice esercizio. Poteva immaginare gli sguardi critici dei giudici che un giorno avrebbero deciso il suo futuro. Ma in fondo quei volti non le importavano. Era Renata, sempre Renata, quella che desiderava compiacere. Voleva che la sua maestra smettesse di vederla come la ragazzina dalle gambe tremanti e la guardasse, finalmente, come la donna che era diventata. Voleva, soprattutto, che la desiderasse come lei desiderava da mesi, da quando aveva iniziato a masturbarsi di notte pensando alle mani di Renata, alla sua bocca, alla sua lingua infilata tra le sue cosce.
La musica iniziò, lenta come un sospiro trattenuto. Mariana scivolò sul pavimento sfiorandolo appena con le punte. I suoi movimenti fluivano come acqua, perfetti nella forma ma carichi di un’intensità nuova. Le gambe si distesero in un altro arabesque, il tutù bianco che ondeggiava, ogni muscolo rispondendo con forza e grazia. E nelle sue mani, sollevate in un port de bras, un lieve tremito tradiva un’emozione che non aveva nulla a che vedere con la tecnica.
Non era solo un ruolo. In ogni giro c’era una dichiarazione muta rivolta a Renata. Guardami. Guardami davvero. Non sono più la bambina che plasmavi con pazienza. Sono una donna, e voglio che tu mi scopi come si scopa una donna.
Renata se ne accorse. Vide come le braccia della sua allieva non tracciassero più soltanto le linee esatte che tante volte avevano perfezionato insieme, ma parlassero un linguaggio segreto, uno che lei conosceva bene e che non aveva mai immaginato di scoprire in Mariana. Quel linguaggio muto la disarmò e la riempì di una miscela di orgoglio e vertigine che cercò di mascherare senza riuscirci del tutto. Sotto la gonna dell’abito, strinse le cosce: aveva la figa che pulsava, gonfia, e l’umidità le colava fino alla parte interna della coscia.
La musica crebbe fino al suo punto più drammatico. Mariana girò su se stessa, il tutù che si apriva attorno a lei come un vortice di neve, il volto sospeso tra dolore ed estasi. Al termine cadde in ginocchio, il petto ansante, ciocche sciolte di capelli a incorniciarle il viso. Restò lì, in silenzio, ad aspettare. La sala si riempì di una quiete densa, rotta soltanto dai passi di Renata che si avvicinavano.
—Sei pronta —disse la maestra, e la sua voce era poco più di un sussurro carico di qualcosa che non poteva più nascondere.
Mariana alzò lo sguardo. I suoi occhi scuri brillavano di una verità che traboccava nell’aria tra loro.
—Lo sono —rispose, e le parole rimasero sospese.
***
La sera dello spettacolo arrivò carica di luci intense e volti in attesa. Seduta nel camerino, mentre si sistemava i nastri delle scarpette, Mariana chiuse gli occhi per un momento. Si rivide anni prima, tremante al centro della sala mentre Renata la osservava dalla penombra. Da quella prima prova in cui l’aveva corretta fin nei minimi dettagli, qualcosa si era risvegliato in lei. Nella sua inesperienza lo confuse con rispetto. Ora, a un passo dal salire sul palcoscenico più importante della sua vita, capiva che ciò che provava non si era mai limitato all’ammirazione. Era desiderio puro, sporco e profondo: voleva che Renata le aprisse le gambe e le mangiasse la figa fino a farla gridare.
Ballò come mai prima. Dal palco, Renata seguiva ogni linea del suo corpo consegnato al ruolo, sottomettendosi con devozione assoluta a ogni passo che lei stessa le aveva insegnato. In quei movimenti credeva di vedere una resa totale, come se ogni gesto della ragazza le appartenesse. Il pensiero la colpì con la forza di un desiderio proibito, e si chiese quanto ancora avrebbe potuto sostenere quella tensione senza spezzarsi.
Un nodo di orgoglio e paura le stringeva il petto. Cosa succederà quando tutti noteranno quello che lei prova per te? E se la tua vicinanza la danneggiasse invece di elevarla? Ricordò la propria giovinezza, i volti freddi dei suoi maestri che fingevano apertura e si ritraevano nei loro pregiudizi al primo segno di diversità. Sapeva quanto potesse essere fragile l’accettazione in quel mondo. Non sarà forse per lei un marchio, una condanna travestita da critica artistica?
Eppure, mentre la danza di Mariana raggiungeva il suo culmine, paura e desiderio si intrecciavano in Renata come un vortice impossibile da arrestare.
Il finale arrivò con un ultimo arabesque. Mariana cadde in ginocchio, il petto ansante, il sudore che le brillava sulla fronte, e la sala esplose in un’ovazione assordante. Ma lei cercava soltanto una cosa. I suoi occhi attraversarono l’auditorium fino a trovare quelli di Renata nel palco, carichi di un’emozione che non le aveva mai visto addosso: orgoglio, desiderio e qualcosa che non poteva più tacere.
***
Mariana uscì di scena circondata dalle felicitazioni, le gambe ancora tremanti. Attraversò il corridoio cercando un angolo appartato, e svoltando l’angolo la trovò lì, come se la stesse aspettando. Renata la osservava con un’espressione che oscillava tra autocontrollo e resa.
La giovane avanzò verso di lei, il respiro ancora affannoso. L’ovazione riecheggiava ancora come un’eco lontana, ma in quel momento il mondo esterno svanì. Era come se entrambe fossero intrappolate in una bolla in cui il tempo aveva smesso di esistere.
Renata aprì la bocca, cercò di dire qualcosa, un complimento forse, o un avvertimento, ma la voce le si spezzò. Vedendo lo sguardo di Mariana capì che le parole erano inutili. Non esistevano termini in grado di contenere ciò che era cresciuto tra loro in ogni correzione, in ogni prova a porte chiuse.
Con un misto di coraggio e desiderio, Mariana fece un altro passo e lasciò che le sue mani trovassero il profilo della vita della maestra. Renata rimase immobile, come se la sua vita dipendesse da quel contatto. E allora fu lei, la maestra, a colmare gli ultimi centimetri e a unire le loro labbra in un bacio.
Mariana si abbandonò del tutto. La lingua di Renata le entrò in bocca con la stessa autorità con cui le correggeva le braccia, e lei la accolse gemendo, succhiandola, lasciandosi invadere. Sentì i denti della maestra morderle il labbro, le mani scenderle dalla vita a stringerle il culo sotto il tutù, e l’umidità della figa le inzuppò le mutandine di pizzo nel giro di pochi secondi. Le prese il volto tra le mani e le dette il ritmo del bacio, profondo e fermo, il suo controllo che guidava ogni risposta di Mariana.
—Non ce la faccio più —le sussurrò Renata contro la bocca, con la voce roca—. Sono mesi che voglio mangiarti la figa, lo sapevi?
Mariana gemette senza riuscire a rispondere. Le mani di Renata risalirono sotto gli strati di tulle e trovarono la stoffa umida tra le sue gambe. Un dito spinse la seta di lato e le sfiorò le labbra della figa gonfia, e la ragazza rabbrividì tutta contro la parete del corridoio.
—Sei fradicia —mormorò la maestra, muovendo il dito piano, scivolando tra le pieghe bagnate—. Hai ballato tutta la recita con la figa così bagnata, vero?
—Sì —ansimò Mariana—. Per te. Sempre per te.
—Qui no —disse Renata, anche se il dito le si stava già immergendo dentro fino alla nocca, strappandole un gemito soffocato.
—Allora portami altrove —rispose Mariana, e nella sua voce c’erano la stessa obbedienza e la stessa sfida con cui ballava.
Il camerino della maestra era vuoto, illuminato appena da una lampada da specchio. Renata chiuse a chiave la porta e si voltò verso di lei. Non restava più traccia della distanza gerarchica che le aveva separate per anni. Le abbassò i nastri del corpetto con dita lente e sicure, scoprendo le spalle che tante volte aveva corretto senza permettersi di guardare davvero. Il corsetto cadde e lasciò all’aria due tette piccole, sode, con i capezzoli eretti, rosa, pulsanti di desiderio. Renata le fissò per un istante, la bocca socchiusa, e poi abbassò la testa e ne prese uno tra le labbra.
Mariana gemette e le infilò le dita nei capelli. La lingua di Renata girava attorno al capezzolo, lo leccava, lo mordicchiava piano, mentre l’altra mano le stringeva il seno libero e le pizzicava l’altro capezzolo tra pollice e indice. La ragazza inarcò la schiena, offrendosi tutta, sentendo come ogni strappo le mandasse una scarica diretta alla figa.
—Così belli —mormorò Renata, cambiando seno, succhiandole l’altro capezzolo con più fame—. Così duri. Tante volte ti ho vista provare e ho desiderato strapparti il body e farti questo.
—Fallo —ansimò Mariana—. Fammi quello che vuoi.
Renata la guidò fino al divano, senza fretta, padrona del momento come lo era stata di ogni prova. Le sfilò le calze bianche centimetro dopo centimetro, soffermandosi sulla muscolatura tesa delle cosce, sul tremito delle ginocchia. Le morse l’interno coscia, lasciandole un segno rosso, e Mariana lasciò andare un grido soffocato. Quando arrivò alle mutandine, fradice, trasparenti, affondò il viso tra le gambe della ragazza e ne aspirò l’odore sopra la stoffa prima di abbassargliele lentamente.
—Apri le gambe —ordinò Renata con dolcezza.
Mariana obbedì, le aprì del tutto, e la sua figa rimase scoperta, gonfia, lucida di umidità, con le piccole labbra spalancate come un fiore bagnato. Renata si inginocchiò tra le sue cosce, la guardò un istante con riverenza e poi abbassò la bocca e le passò tutta la lingua dal basso verso l’alto, lenta, piatta, trascinando tutta l’umidità fino al clitoride.
—Oh, Dio mio —gemette Mariana, aggrappandosi allo schienale del divano—. Renata…
La maestra non rispose. Le aprì le labbra della figa con due dita e iniziò a leccarla con metodo, con la stessa precisione con cui correggeva un plié. La punta della lingua le disegnava cerchi attorno al clitoride, saliva, scendeva, entrava nell’apertura della figa e poi risaliva, e ogni movimento era calcolato per portare Mariana sull’orlo e farla aspettare. La ragazza si contorceva sul divano, ansimando, con le gambe spalancate e i fianchi che spingevano contro la bocca della sua maestra.
—Stai ferma —ordinò Renata, allontanando per un momento la bocca. Le labbra le brillavano dei succhi di Mariana—. Ferma, ti ho detto.
—Non ci riesco —ansimò lei—. Per favore, non fermarti.
Renata le morse piano il clitoride e Mariana lasciò sfuggire un grido. Poi le infilò due dita dentro, fino in fondo, e cominciò a scoparla piano, incurvandole verso l’alto, cercando quel punto che sapeva l’avrebbe fatta esplodere. La ragazza si aggrappò alle lenzuola, poi alle spalle di Renata, perduta in un crescendo che nessuna musica avrebbe potuto eguagliare. La bocca della maestra continuava a succhiarle il clitoride, la lingua vibrava contro di esso mentre le dita entravano e uscivano con un suono umido che riempiva il camerino.
—Sto per venire —ansimò Mariana—. Renata, sto per…
—Vieni nella mia bocca —mormorò la maestra senza smettere di leccarla—. Vieni per me.
Mariana inarcò tutta la schiena. L’orgasmo la attraversò come una frustata, e gridò contro la propria mano, stringendo le cosce attorno alla testa di Renata mentre la figa si contraeva con forza sulle dita che continuavano a scoparla. La maestra non si allontanò: continuò a succhiarla, più piano adesso, prolungando il climax fino all’ultimo tremito, bevendosi tutto quello che la ragazza le dava.
Quando finalmente Mariana rimase molle sul divano, ansimante, con i capelli appiccicati alla fronte, Renata risalì lentamente lungo il suo corpo, lasciandole una scia di baci sul ventre, tra i seni, sul collo, e le posò le dita bagnate contro le labbra. Mariana le aprì senza esitazione e le succhiò, assaporando se stessa in bocca, guardando la maestra negli occhi.
—Brava ragazza —sussurrò Renata, e quelle due parole le strinsero di nuovo la figa.
Ma Mariana non aveva finito. Si sollevò, ancora tremante, e con mani impacciate iniziò a slacciare l’abito di Renata. La maestra la lasciò fare, immobile, osservandola con un sorriso appena accennato. La stoffa cadde a terra e rimase in biancheria nera, con le tette più grandi e piene di quelle della ragazza che spuntavano sopra il reggiseno, e le mutandine di pizzo attraversate da una macchia scura di umidità.
—Adesso io —mormorò Mariana, e la spinse dolcemente a sedersi sul divano.
Le abbassò le mutandine con mani ansiose e le aprì le gambe. La figa di Renata era carnosa, con una peluria scura ben rifinita, lucida di desiderio. Mariana si inginocchiò tra le sue cosce e la guardò dal basso, gli occhi scuri inchiodati a quelli della sua maestra.
—Insegnami —sussurrò—. Insegnami a leccartelo bene.
Renata gemette piano e le posò una mano sulla nuca, guidandola. Mariana abbassò la testa e cominciò a leccarla con fame impacciata, imparando, lasciandosi correggere da piccoli strappi di capelli e sussurri rauchi.
—Più piano… così… con la punta della lingua… sì, lì, amore mio, lì…
La ragazza obbediva a ogni istruzione con la stessa devozione con cui eseguiva una variazione. Le apriva le labbra della figa con le dita, le passava la lingua lenta lungo tutta la fessura, si fermava a succhiarle il clitoride gonfio finché Renata gemeva a voce alta e le premeva la testa contro di sé. Quando infilò la lingua dentro la figa della sua maestra e sentì il sapore forte e salato, capì per la prima volta cosa significasse desiderare con tutto il corpo.
—Mettimeli —ansimò Renata, guidandole la mano—. Le dita, amore mio, due dita.
Mariana le infilò piano, sentendo come la figa della sua maestra si stringesse calda attorno a loro, e cominciò a scoparla senza smettere di succhiarle il clitoride. Renata si contorse sul divano, con la testa gettata all’indietro e le tette che salivano e scendevano al ritmo dei suoi ansiti.
—Così, così… più forte… ah, Dio, Mariana… non fermarti…
La ragazza accelerò, la lingua che vibrava contro il clitoride, le dita che entravano fino in fondo con un rumore umido, e sentì il corpo di Renata tendersi tutto insieme. La maestra le afferrò la testa con entrambe le mani, la premette contro la propria figa e venne con un grido roca che rimbalzò sulle pareti del camerino, tremando, spingendo i fianchi contro la bocca della sua allieva fino a sfinirsi.
Mariana risalì lentamente, con il volto bagnato e lucido, e si lasciò cadere contro il petto della sua maestra. Renata la avvolse con le braccia e le baciò la fronte. Poi, con i respiri ancora agitati alla ricerca dello stesso ritmo, restarono immobili, intrecciate, pelle contro pelle, la figa dell’una ancora appoggiata contro la coscia dell’altra. I dubbi e le paure si erano sciolti in quell’incontro. Non c’era più un passato a limitarle né un futuro a minacciarle; c’era solo il presente dei loro corpi insieme, la certezza di un desiderio cresciuto in silenzio dietro il sipario.
—Ti correggo da anni —sussurrò Renata, scostandole una ciocca umida dalla fronte—. E a quanto pare eri tu quella che aveva qualcosa da insegnarmi.
Mariana sorrise contro la sua spalla, con le labbra ancora umide della figa della sua maestra. Non erano più maestra e allieva, né giudice e aspirante. In quell’abbraccio si riconoscevano in una danza nuova, una danza che non aveva bisogno di nomi né di pubblico, che parlava il linguaggio segreto e proibito di due donne che, finalmente, avevano smesso di fingere di non desiderarsi.