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Relatos Ardientes

Il segreto di mia figlia che ascoltai per caso

Mi chiamo Marisol. Ho cinquantadue anni, sono divorziata e, anche se gli anni passano, continuo a prendermi cura di me e a piacermi quando mi guardo allo specchio. Sono sempre stata una donna tranquilla, ma anche una di quelle che notano i piccoli dettagli che gli altri preferiscono ignorare.

Oggi voglio raccontare qualcosa che non avrei mai pensato di condividere. Un pomeriggio strano, intenso e, a voler essere sincera, un po’ eccitante, che mi lasciò a rimuginare per settimane.

Ha tutto a che fare con mia figlia.

Si chiama Daniela. Ha trentun anni ed è una madre single. L’ho sempre vista come una donna forte e indipendente. È bella, con una presenza che attira l’attenzione non appena entra in un posto, e quella sicurezza che la gente nota subito.

Per anni ho creduto di conoscerla alla perfezione. Finché un pomeriggio, quasi per caso, sentii qualcosa che mi fece capire che persino le persone più vicine custodiscono segreti che una non avrebbe mai immaginato.

Di questo parla il mio racconto. Di ciò che sentii quel pomeriggio e di quello che provai dopo.

***

Tornai a casa prima del previsto. Ero convinta che Daniela fosse già andata al lavoro e che la sua bambina fosse all’asilo, così mi aspettavo di trovare tutto quanto immerso nel silenzio.

Ma quando chiusi la porta sentii dei rumori al piano di sopra.

All’inizio mi spaventai. Pensai che qualcuno fosse entrato in casa e un brivido mi percorse la schiena. La curiosità, però, ebbe la meglio sulla paura. Mi avvicinai lentamente alle scale, appoggiandomi appena alla parete per non far scricchiolare il legno.

Man mano che salivo i primi gradini, i suoni si fecero più chiari: sussurri, una risata sommessa, mormorii carichi di qualcosa che non riuscii a definire subito. Il cuore prese a battermi più forte. Rimasi immobile, trattenendo il respiro, cercando di capire cosa stesse succedendo.

—Sei diventata proprio una gran bella fica, amore mio —disse una voce maschile, ferma e vicina—. Guardati quelle tette, ti escono dal reggiseno.

Riconobbi quella voce all’istante. Era Rubén, il padrino di Daniela, il marito di mia cugina. L’uomo che si era seduto alla nostra tavola a ogni compleanno e a ogni Natale.

—Ti piace la tua figlioccia, padrino? —rispose lei, con un tono birichino e mieloso che mi inchiodò al gradino—. Ti piace come mi si segnano i capezzoli quando so che verrai a scoparmi?

—Non sai quanto mi piace —rispose lui—. Ogni volta che ti vedo mi si rizza il cazzo. E mi fai venire una voglia di infilartelo fino in fondo…

—È perché sai che sono una golosa —rise lei sottovoce—. E perché mi tratti bene, come merito. Nessuno me lo mette come te, padrino.

Rimasi impietrita. La voce di mia figlia suonava diversa da tutto ciò che conoscevo di lei. Non era la ragazza responsabile e discreta che vedevo ogni mattina. Era un’altra donna, molto più sicura, molto più audace, una donna che parlava di cazzi e fiche con la naturalezza con cui altre parlano del tempo.

***

Lo so che avrei dovuto andarmene. Una madre non resta ad ascoltare una cosa del genere. Ma non ci riuscii.

Sentii uno strano calore salirmi dal petto, un’eccitazione segreta che mi vergognava e mi catturava allo stesso tempo. Non mi aspettavo che qualcosa di tanto proibito potesse sconvolgermi in quel modo. Tirai fuori il telefono con le mani malferme e le scrissi un messaggio su WhatsApp.

«Arriverò un po’ più tardi del previsto. Prenditi tutto il tempo che ti serve.»

Lei rispose quasi subito.

«Va bene, mamma. Sono ancora a casa, sono tornata perché avevo dimenticato di sbrigare una cosa. Esco tra un po’.»

Quando lo lessi, un brivido mi percorse tutta. Sapere che era lì, così fiduciosa, ignara del fatto che la stessi ascoltando, mi sconvolse dentro. Sentii che chiudevano con cautela la porta della stanza, e la voce di Daniela suonò ancora più civettuola di prima.

—La mamma ci mette ancora un po’… possiamo continuare da dove abbiamo lasciato, no? —disse ridendo—. Tiralo fuori, voglio succhiartelo ancora un po’.

—Per me va benissimo —rispose Rubén—. Tua madre non immagina neppure che la sua comare mi presti la figlioccia. Per questo adoro questi momenti con te, perché me lo succhi come una puttana e me ne chiedi ancora.

—Sei proprio sfacciato —rise lei—. Però mi piace che tu lo sia. Con te posso essere puttana quanto mi pare. Vieni, fammi inginocchiare di nuovo e infilamelo in bocca fino in fondo.

—E puoi esserlo —disse lui, e sentii l’inconfondibile rumore di una cerniera che scendeva—. Adoro come ti vesti sapendo che verrò. Quelle calze, quel tanga… tutto pensato perché io te lo metta.

—Mi piace che sia tu a viziarmi —rispose lei con voce calda—. Che me lo metta nella fica, nel culo, in bocca… dove vuoi. Mi lasci piena di latte, grondante, come se per un po’ non importasse altro.

Ogni parola mi inchiodava sempre più alla ringhiera. Cominciai a sentire dei rumori umidi, ritmici, inconfondibili: mia figlia era in ginocchio e gli stava succhiando il cazzo. La sentii assaporarlo, soffocare un po’ con quello, respirare dal naso mentre lo ingoiava tutto.

—Così, zozza —ansimò lui—. Cacciatelo tutto, fino in gola. Sputati sulla mano e strofinamelo mentre me lo succhi.

—Mmm… —gemette lei con la bocca piena—. È durissimo, padrino. Ti spuntano le palle, guarda come te le stringo.

Non riuscivo a smettere di immaginare ciò che accadeva dall’altra parte di quella porta, e questo mi spaventava quanto mi eccitava. La immaginai in ginocchio, con la gonna sollevata, la bocca aperta, il cazzo del padrino che entrava e usciva tra le sue labbra truccate. Sentii che la biancheria mi si inumidiva senza il mio permesso.

***

Il cuore mi batteva all’impazzata. Mi appoggiai al corrimano, ascoltando, lasciando che la mente ricreasse ogni scena senza che potessi impedirlo.

Non so esattamente perché feci ciò che feci dopo. Forse per l’eccitazione di sapere che si stava divertendo. Forse per la rabbia tiepida di aver scoperto un mondo di mia figlia che ignoravo. Tirai di nuovo fuori il telefono e scrissi, quasi senza pensarci.

«Tranquilla. Sono a casa, ma non voglio interromperti. Divertiti. Non voglio che tu ti preoccupi per me.»

Questa volta la risposta tardò un po’ di più.

«Davvero, mamma? Mi sorprende che tu dica una cosa del genere… però grazie. Oggi mi è uscito il lato birichino.»

Lessi quelle parole e sentii il mio corpo reagire contro ogni logica. Il tessuto della camicetta che mi sfiorava i seni diventò insopportabile; cominciai a sudare. I capezzoli mi si inturgidirono senza che potessi evitarlo, sporgendo contro il reggiseno. Sapevo che era sbagliato, che come madre non avrei dovuto provare nulla di simile, eppure non mi mossi. Senza rendermene conto, la mano destra era scesa fino a stringermi una coscia sopra la gonna.

Al piano di sopra, le voci si fecero più concitate e i corpi cominciarono a parlare da soli.

—Vieni, sali sul letto —le ordinò lui—. A quattro zampe, come piace a te. Fammi vedere quella fica fradicia.

—Sta gocciolando, padrino —rispose lei tra risatine sommesse—. Toccalo, guarda come cola. Tutto per te.

—E a me piace vederti così, aperta e implorante —rispose lui, con quella calma da uomo che sa ciò che ha tra le mani.

Sentii un paio di schiaffi secchi sulla carne nuda, seguiti da una risatina civettuola di Daniela, una risatina da brava bambina finta che non le avevo mai sentito.

—Ah! —rise lei—. Questo ha fatto un bel rumore. Ancora, dammene un altro sul culo.

—Sai come sono con ciò che mi piace —rispose lui, e un’altra sculacciata riecheggiò nella stanza—. Ti lascerò il culo rosso prima di mettertelo.

***

Mi portai una mano alla bocca per non fare rumore. Immaginai mia cugina, la comare che non sospettava nulla, e poi immaginai me al suo posto, con quel cazzo duro tra le gambe dopo tanti anni da sola, e la testa mi si riempì di pensieri che non osavo confessare neppure a me stessa.

I suoni cambiarono. Un gemito trattenuto, dapprima di fastidio, poi trasformato in un piacere profondo, gutturale, di quelli che salgono dal ventre.

—Piano… —chiese Daniela con la voce spezzata—. Sta entrando tutto… sei troppo per me, ce l’hai enorme.

—Calma, vita mia —rispose lui—. Andiamo piano finché non ti abitui. Ecco, metà… ora l’altra metà… così, prendilo tutto.

Dalla bocca di mia figlia uscì un ansito lungo e spezzato. Poi il rumore dei fianchi del padrino che colpivano le sue natiche, uno sciabordio lento e umido, sempre più rapido.

—Oddio… oddio… —gemette lei—. Mettimelo così, padrino… sfondami la fica…

—Tieni, puttana, è tutto per te —ansimava lui, mentre le sculacciate sul suo culo si mescolavano allo scricchiolio del materasso—. Stringi quella fichette, spremimi il cazzo.

Per alcuni secondi si sentì soltanto lo scontro dei corpi e il respiro rauco, animalesco, di entrambi. Io ero ancora lì, paralizzata, senza sapere se volessi continuare ad ascoltare o scappare. Una parte di me moriva di vergogna; un’altra, una parte che non riconoscevo, non voleva che finisse mai.

—Così… —mormorò lei dopo, ormai completamente abbandonata—. Così va bene. Più forte, padrino, non fermarti.

Ogni sospiro di mia figlia mi faceva rabbrividire. Mi sedetti sul gradino, facendo attenzione a non fare rumore, e lasciai che il calore avesse la meglio. Senza pensarci, infilai le dita sotto la gonna, scostai il tessuto bagnato delle mutandine e trovai il clitoride gonfio. Lasciai sfuggire un ansito anch’io e subito mi tappai la bocca, spaventata da me stessa, ma non ritirai la mano. Cominciai a strofinarmi lentamente, seguendo il ritmo delle spinte che sentivo al piano di sopra.

***

I gemiti crebbero, senza pudore, mostrando fin dove arrivava quel gioco proibito tra loro.

—Toglilo e mettimi da dietro —chiese Daniela con voce ansimante—. Voglio che me lo metta nel culo, come l’altro giorno.

—Allargati bene, allora —rispose lui—. Sputati sulla mano e spalma il mio cazzo, così scivola meglio.

Sentii un gemito acuto, quasi un grido, quando lui cominciò a penetrarla da dietro. Mia figlia imprecò tra i denti, inspirò profondamente e poi cominciò a gemere senza alcun controllo.

—Sì… sì… così… —ansimava—. Ah, padrino, quanto è bello quando me lo metti nel culo… non fermarti, vienimi dentro, voglio sentirlo caldo.

—Ci sono quasi… —ansimò lui con voce roca—. Stringi quel culetto, stringi, sto per esplodere.

—Non fermarti —chiese lei—. Resta. Oggi non ho intenzione di andare al lavoro. Oggi te lo succhierò per tutto il pomeriggio, se serve.

Sentii uno strano capogiro allo stomaco. Le dita ora si muovevano da sole, veloci, scivolando nella mia stessa umidità. Non sapevo se volessi sentire ancora di più quel desiderio o nascondermi dalla vergogna di provarlo. E allora tutto tracimò al piano di sopra, tra sospiri e parole spezzate.

—Vengo, padrino, vengo! —gridò lei, soffocando l’urlo contro il cuscino—. Ah, ah, ah… continua, continua, non fermarti…

—Tieni, prendi tutto il mio latte —ruggì lui, e lo sentii crollarle addosso con un lungo grugnito.

Gli ansiti si spensero lentamente in un silenzio appagato, pesante, sudato. Io morsi la manica della camicetta per non fare rumore quando venni anch’io, seduta sul gradino, con le gambe tremanti e il viso che bruciava di vergogna e piacere.

—Che bello —sentii dire a Daniela con voce tremante e felice—. Guarda come mi cola lungo l’interno delle gambe.

—Tutto per te, mia figlioccia —rispose lui tra risate stanche—. Succhiami le dita, guarda come ti sei fatta venire da sola.

Rimasi lì, ormai senza ascoltare più nessuna parola, soltanto l’eco degli ansiti e del mio respiro affannato. Il calore mi attraversava tutta e ogni suono mi teneva intrappolata, affascinata e vergognosa allo stesso tempo, con le dita ancora appiccicose tra le cosce.

***

Quando tutto tornò calmo, mi alzai lentamente, mi sistemai i vestiti come potei e scesi le scale con la stessa cautela con cui le avevo salite.

Mi appoggiai per un momento alla parete del corridoio. C’era qualcosa, in tutto quello, che mi lasciava pensierosa: uno strano miscuglio di sorpresa, disagio per il segreto scoperto e qualcos’altro che preferivo non nominare, qualcosa che ancora mi palpitava tra le gambe.

Accidenti, Daniela…, pensai.

Mia figlia era sempre sembrata una di quelle persone tranquille, quasi riservate. La gente la guardava e pensava alla tipica ragazza di casa, responsabile, discreta, una che non attira l’attenzione. Quel pomeriggio capii che aveva un altro volto, molto più sicuro di sé, un volto che divaricava le gambe e chiedeva cazzo senza vergogna.

Presi il telefono e le scrissi.

«Figlia mia, non preoccuparti per me. Esco per un po’. Passo io a prendere la bambina all’asilo.»

Non tardò a rispondere.

«Davvero, mamma?»

Sorrisi leggendolo e le risposi.

«Davvero. Tu sei a tuo agio… e non voglio interromperti.»

Passarono alcuni secondi.

«Be’… diciamo che oggi è uscito il lato che non mostro a chiunque.»

Scossi la testa con un piccolo sorriso.

«Questo l’avevo capito.»

«Anche se dici sempre che sono la bambina tranquilla di casa, anch’io ho i miei momenti.»

Rimasi a fissare il messaggio per un istante prima di rispondere.

«E va bene così. A volte hai bisogno anche tu di pensare a te stessa.»

Questa volta ci mise un po’ di più.

«Soprattutto essendo una madre single. A volte ho bisogno anch’io di sentire qualcuno che si prenda cura di me. E che mi scopi bene, non ti mentirò.»

Lessi quelle parole lentamente, sentendo il calore tornarmi sulle guance. In fondo sapevo che aveva ragione. Non è sempre facile portare tutto il peso da sola, e ancora meno andare a dormire da sola ogni notte.

«Capisco. Stai tranquilla. Torno più tardi.»

Alcuni secondi dopo arrivò il suo ultimo messaggio.

«Allora spero di non averti sorpresa troppo, facendoti scoprire che tua figlia non è innocente come sembra.»

Lasciai sfuggire una breve risata. Misi via il telefono, presi le chiavi e uscii, ancora con le mutandine bagnate e le gambe molli.

***

Mentre camminavo per strada continuavo a ripensare a tutto. Perché se qualcuno vedesse Daniela dall’esterno, non immaginerebbe mai quel suo lato. Sempre così corretta, così tranquilla, così brava a fingere di avere tutto sotto controllo.

Ma io avevo appena conosciuto un’altra versione di lei. Più libera, più audace, più sicura di ciò che vuole, capace di chiedere che glielo mettano nel culo senza abbassare la voce.

E, per quanto mi costasse ammetterlo, quel pomeriggio avevo scoperto qualcosa anche di me stessa. Qualcosa che il riflesso della vetrina, passando, mi restituì in un sorriso che non capii se fosse di pudore o d’invidia. Sentivo ancora il battito tra le gambe, il ricordo delle mie dita bagnate, e mi chiesi da quanto tempo non venivo in quel modo.

Scossi la testa.

Questa Daniela…, sussurrai tra me e me.

E mentre mi allontanavo pensai a una cosa molto semplice: tutti abbiamo un lato che non mostriamo a chiunque. Quel pomeriggio io ne avevo scoperto uno suo, e forse anche uno mio.

Un segreto che, probabilmente, sarebbe rimasto soltanto tra noi.

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