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Relatos Ardientes

La vicina matura che mia nonna mi mandò ad aiutare

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Bruno era nel bel mezzo di una partita online —a FIFA, stava vincendo tre a uno contro Dani, che era un piagnucolone da manuale— quando il cellulare cominciò a vibrare con la suoneria che aveva assegnato a sua nonna. La stessa che aveva impostato apposta per sapere quando era lei e decidere se rispondere o lasciarla finire nella segreteria.

Quella volta rispose, soprattutto perché Dani aveva appena segnato e gli serviva una scusa per mettere in pausa.

—Nonna?

—Nipote, ho bisogno di un favore. —La voce di Charo aveva quell’urgenza che nelle nonne può significare tanto «sta bruciando casa» quanto «non trovo gli occhiali che ho addosso»—. Un favore enorme.

Bruno sospirò dentro di sé. I favori di sua nonna di solito consistevano nello spostare mobili, cambiare lampadine in posti pericolosamente alti o spiegarle per la quindicesima volta come funzionava la pay-TV.

—Dimmi.

—Domani devo andare ad Albacete. Di prima mattina. Alle sei.

«Albacete? Niente di buono comincia mai alle sei del mattino.»

—È successo qualcosa?

—No, no, beh, sì, ma niente di grave. —Charo aveva quella capacità di tranquillizzarti e preoccuparti nella stessa frase—. È tua zia Encarna, ha avuto un problemino. Niente di serio. Ma devo andare.

—Va bene...

—Il fatto è che la mia vicina, Amalia, una donna adorabile, ha bisogno di aiuto con il cellulare. E con la televisione nuova che le hanno installato, che è un aggeggio infernale. Ha tutti i canali scombussolati e non sa nemmeno passare dall’uno all’altro.

«Eccolo qua. Assistenza tecnica gratuita a domicilio.»

—Nonna, domani io...

—Oggi, nipote. Oggi. Ho bisogno che tu vada questo pomeriggio. Adesso, se possibile.

Bruno guardò lo schermo del computer. Dani aveva segnato un altro gol approfittando della pausa.

—Questo pomeriggio?

—È che domani parto presto e Amalia resta senza aiuto. È molto anziana, sai? Ha già sessantadue anni. E la televisione nuova la sta facendo impazzire. Non riesce nemmeno a guardare il telegiornale. Portati dei vestiti, nel caso si faccia tardi e tu resti a dormire; lei ha una stanza per gli ospiti.

Bruno chiuse gli occhi. Sua nonna aveva quel superpotere: quando voleva qualcosa, era irremovibile come un muro di cemento. Con dei fiori dipinti sopra, ma pur sempre di cemento.

—Va bene. Va bene, nonna. Vado.

—Davvero? Ah, sei un tesoro. Ti mando l’indirizzo per messaggio. Via dell’Olmo, secondo piano. È qui vicino, nel quartiere vecchio. Ti aspetta verso le otto.

—Per me va benissimo.

—Sei un angelo. E fai il bravo.

—Io faccio sempre il bravo.

Riattaccò. Dani aveva vinto cinque a tre mentre parlavano.

La chat del gioco lampeggiò. Dani: «amico dove cazzo eri». Bruno: «telefonata di mia nonna». Dani: «ahahah sei proprio uno zerbino». Bruno: «va’ a cagare». Dani: «un’altra?». Bruno: «non posso, devo uscire». Dani: «dove?». Bruno: «ad aiutare un’amica di mia nonna con la televisione». Dani: «AHAHAHA devi programmare i canali a una signora, F per te fratello».

Chiuse il gioco. Prese seriamente in considerazione l’idea di fingere un’improvvisa influenza. Ma era sua nonna e, quando tua nonna ti chiede qualcosa con quel tono, o lo fai oppure ti porti dietro il senso di colpa per il resto della vita.

Si fece una doccia, indossò un paio di jeans, una maglietta bianca pulita e mise in uno zaino il necessario nel caso fosse rimasto: caricabatterie, spazzolino, un cambio. Sua madre comparve sulla soglia con quella precisione che hanno le madri nel materializzarsi proprio quando meno te l’aspetti.

—Dove vai così elegante?

—A casa di una vicina della nonna. Ad aiutarla con la televisione.

—Ah. —Lo guardò dalla testa ai piedi—. Indossi la maglietta bella.

«Le madri vedono tutto. Proprio tutto.»

—È quella pulita.

—Ah. Divertiti, allora.

***

Via dell’Olmo era una di quelle strade del quartiere vecchio che conservavano ancora un’aria di paese: edifici degli anni Settanta, facciate di mattoni a vista, balconi con gerani e portoni stretti rivestiti di piastrelle scrostate. Secondo piano, senza ascensore, naturalmente. Bruno spinse la porta del portone, aperta come sempre, e salì.

Il pianerottolo odorava di quell’inconfondibile miscuglio di candeggina, cibo vecchio e umidità. Due porte, nessun cognome in vista. Sua nonna, fedele al suo stile, non aveva specificato né la porta né la lettera. Bussò a una. Silenzio. Bussò all’altra.

Passi. Un ritmo lento ma deciso. La porta si aprì e Bruno rimase inchiodato sul posto, perché la donna che aveva aperto non era come se l’aspettava. Non era una vecchietta curva con lo chignon e la vestaglia. Era una donna di sessantadue anni, sì, ma una che si manteneva in forma, con i capelli grigi tagliati corti in un modo che le stava sorprendentemente bene, una camicia bianca aderente e dei jeans che le calzavano fin troppo bene per quello che lui aveva previsto.

I suoi occhi chiari lo percorsero dall’alto in basso con una rapidità che lo fece sentire ispezionato, poi lei sorrise.

«Di’ qualcosa, idiota. Di’ qualcosa.»

—Tu devi essere Bruno, giusto?

—Sì... sono io. Mia nonna, Charo, mi ha detto che...

—Che ho bisogno di aiuto con la televisione nuova. —Si spostò dalla porta e gli fece cenno di entrare—. Avanti, avanti, non restare lì impalato, sembri un testimone di Geova.

L’appartamento profumava bene. Di caffè appena fatto, di tortilla, di un tocco di colonia fresca che non seppe identificare ma che gli piacque.

—Quanto sei alto —disse Amalia, chiudendo la porta e guardandolo di nuovo, più attentamente—. Quanto misuri?

—Un metro e novanta. Gioco a basket.

—Lo immaginavo. Con quell’altezza, non giocare sarebbe uno spreco di centimetri.

C’era qualcosa nel suo modo di parlare che non era materno. Non era condiscendente. Era diretto, come se parlasse con un suo pari e non con «il nipote della sua amica».

—Vieni, passa in cucina. Hai cenato?

—Non molto.

—Ho fatto la tortilla. Ci sono insalata e pane. Cena prima di metterti a litigare con la televisione.

—Non voglio disturbare.

—Se fossi un disturbo non ti avrei invitato. E poi tua nonna mi ammazzerebbe se ti lasciassi a digiuno.

***

La cucina aveva visto decenni di vita: piastrelle bianche con un bordo blu, un tavolo con una tovaglia cerata a fiori, un frigorifero probabilmente più vecchio di lui. Ma era impeccabile e profumava di tortilla appena fatta.

—Siediti. Una birra? —Amalia stava già aprendo il frigorifero.

—Scusa?

—Hai diciannove anni, no? Allora puoi bere una birra. Qui non ci scandalizziamo per queste cose.

«Una donna di sessantadue anni mi sta offrendo da bere. È surreale.»

—Va bene. Grazie.

Tirò fuori due bottiglie, le aprì con un apribottiglie magnetico attaccato al frigorifero e gliene porse una. La birra era ghiacciata, perfetta. Tagliò la tortilla in pezzi abbondanti, servì l’insalata e si sedette davanti a lui con una naturalezza che, invece di metterlo a disagio, lo rilassava.

—Tua nonna dice che a settembre cominci l’università.

—Sì. Ingegneria informatica.

—Sembra complicato. Io con la tecnologia sono un disastro.

Bruno guardò distrattamente verso il piano di lavoro, dove tre barattoli di vetro immacolati brillavano sotto la luce, senza etichette, completamente vuoti. Amalia seguì il suo sguardo e lasciò sfuggire una risatina birichina.

—Scommetto che non è poi così grave —disse lui.

—Eccome se lo è. Sono una di quelle persone che conservano i barattoli di vetro.

Bruno rimase con la forchetta a metà strada dalla bocca.

—Scusa?

—I barattoli. Quando compri ceci, lenticchie, qualsiasi cosa in un barattolo di vetro. A casa tua li conservate o li buttate?

—Li buttiamo, credo. Io li butterei. A cosa mi servono?

—Appunto. Perché sei ancora giovane. Ma arriverà un giorno in cui, invece di buttarlo, il tuo cervello ti dirà: «No, no, portalo nel lavandino». E toglierai l’etichetta con l’acqua calda e lo conserverai. E avrai montagne di barattoli di tutte le dimensioni. Quando te ne si romperà uno, butterai i vetri ma conserverai il coperchio. È l’inizio della fine.

—Della fine di cosa?

—Della giovinezza. Quando cominci a conservare i barattoli di vetro significa che stai invecchiando.

Bruno rise. Non riuscì a farne a meno.

—E tu li conservi?

—Ho un intero armadio. Aprilo, se vuoi. È deprimente.

Lo aprì. Decine di barattoli impilati come un Tetris ossessivo. Rise ancora più forte.

—La cosa peggiore è che non li uso mai —disse lei—. Ma non riesco a smettere di conservarli. Roba da vecchia.

—Non sei vecchia.

Le parole gli uscirono prima che potesse pensarci.

«Merda. Perché l’ho detto?»

Amalia posò lentamente la forchetta nel piatto. Si appoggiò un po’ allo schienale e inclinò la testa, come se lo stesse valutando sotto una luce completamente nuova. Lo guardò a lungo. Troppo a lungo. I suoi occhi gli percorsero il viso con un’attenzione che gli fece infiammare il collo.

—Ho sessantadue anni. Per definizione è vecchiaia.

—Ma non li dimostri.

Lei si sporse un po’ in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo, una posizione che accorciava la distanza e rendeva la conversazione più intima. «Digli di smetterla —pensò Amalia—. Digli che è molto giovane, che è ridicolo.» Ma invece di dire una di quelle cose, sorrise. Quel sorriso che sapeva perfettamente cosa stava facendo, quello che aveva usato decenni prima per flirtare e che credeva di aver dimenticato.

—Sei davvero gentile. Ma sì, sono più grande. E va bene così. L’età non è una cosa negativa se la porti con ironia.

Prese la birra e bevve, soprattutto per avere qualcosa da fare con le mani. Anche Bruno bevve. Le dita gli tamburellavano contro il vetro della bottiglia. La tensione era ancora lì, sospesa tra loro come qualcosa di tangibile, impossibile da ignorare.

—Dai, mangia, si raffredda.

***

Quando ebbero finito, andarono in salotto. Pulito, curato, con mobili che avevano visto decenni ma erano ben conservati. La televisione era accesa su un canale di televendite, dove una donna fin troppo entusiasta vendeva un set di padelle.

—Eccola lì. Il demonio —disse Amalia, indicandola con un gesto drammatico—. I canali sono tutti scombussolati. Il primo è sull’ottocento e qualcosa. Non c’è modo di trovare niente.

«Riordinare i canali. Due minuti e ho finito.»

Bruno prese il telecomando. Quaranta tasti, metà dei quali non sapeva a cosa servissero. Premette quello del menu e lo schermo si riempì di opzioni in quella che sembrava coreano.

—È in coreano —disse.

—In coreano? Come può essere in coreano?

—Non ne ho idea. Ma lo è.

Navigò alla cieca. Lo schermo cambiò mostrando qualcosa che sembrava giapponese.

—Adesso è giapponese —commentò lei, divertita—. Sai il giapponese?

—No.

—Allora che utilità hai.

Bruno la guardò di sbieco. Amalia sorrideva, godendosi spudoratamente la sua sofferenza. Dopo cinque minuti di tentativi ed errori, passando per menu in cinese e qualcosa che poteva essere finlandese, trovò la lingua e la cambiò in italiano.

—Ce l’hai fatta! —Lei applaudì.

—Prima vittoria.

Si sedette sul divano per riordinare i canali. Amalia si sedette accanto a lui. Forse troppo vicino; forse non abbastanza lontano. Erano centinaia di canali in ordine casuale e ognuno doveva essere spostato a mano: selezionare, scegliere, impostare la posizione, confermare. Uno alla volta.

—Ci vorrà un po’ —mormorò.

—Molto?

—Sì.

Ma almeno aveva una buona compagnia. Amalia gli raccontò le sue battaglie con la tecnologia: il giorno in cui cancellò per errore tutte le foto dal cellulare, la volta in cui si abbonò a tre servizi di streaming senza accorgersene, il forno «intelligente» che suo figlio le aveva regalato e che non era mai riuscita ad accendere. Bruno rideva sempre di più.

E nel frattempo lei lo osservava. La sicurezza con cui le sue dita maneggiavano il telecomando, la concentrazione sul suo viso, la piccola ruga che gli si formava tra le sopracciglia quando qualcosa non andava.

«È bello. Smettila, Amalia. Però lo è.»

—Vado a prendere altra birra —disse all’improvviso—. Questa cosa richiede birra.

Tornò con due bottiglie e si sedette più vicino. Decisamente più vicino; la sua coscia quasi sfiorava quella di lui.

«Lo fa apposta? O me lo sto immaginando?»

Continuò, canale dopo canale, mentre lei gli chiedeva dei suoi amici, dei suoi progetti, della sua vita. Finché, sul canale quarantatré, premette il tasto sbagliato e tutta la configurazione si resettò. I quarantadue canali già riordinati tornarono al posto originale.

—No. No, no, no.

—Che succede?

—Si è cancellato tutto.

Amalia rimase in silenzio per un secondo. Poi scoppiò a ridere con quella sua risata grande e sfacciata, come se i sessantadue anni fossero solo una scusa per ridere più forte.

—Non c’è niente da ridere —disse Bruno, sorridendo nonostante tutto.

—Eccome se c’è. Quarantadue canali.

Risero insieme, quel tipo di risata di cui hai bisogno dopo mezz’ora di frustrazione. E quando si calmarono, rimasero lì, seduti molto vicini, a guardarsi, e qualcosa cambiò nell’aria. Qualcosa nel modo in cui lei lo guardava. Qualcosa nel modo in cui a lui accelerava il battito.

—Dai —disse Amalia, con la voce più bassa—. Proviamoci di nuovo. Con più attenzione.

Questa volta procedette più lentamente. Lei era così vicina che poteva sentire il suo profumo. Canale dopo canale, passo dopo passo, e la tensione cresceva. Un’ora dopo, erano tutti al loro posto.

—Sei un genio —disse lei, dandogli un colpetto sul braccio.

—Sono solo ostinato.

—E modesto.

Bruno posò il telecomando sul tavolo e si lasciò andare all’indietro, sfinito.

—Ne è valsa la pena —disse, senza sapere perché l’avesse detto.

Amalia lo guardò. Quello sguardo, ancora.

—Davvero?

—La compagnia è stata piacevole.

Lei si passò una mano tra i capelli con un gesto noncurante.

—Ah, quasi dimenticavo. Mi dai un’occhiata anche al cellulare? Tengo i dati accesi tutto il giorno e la bolletta mi costa carissima. Tua nonna ha giurato che tu sapessi collegarlo al Wi-Fi.

—Certo, nessun problema.

Il telefono era sul tavolino, più vicino a lui che a lei. Bruno si sporse per prenderlo proprio mentre Amalia allungava il braccio. Le loro mani si scontrarono sopra l’apparecchio, le dita di lui su quelle di lei, calde e ferme. Il contatto bastò ad accendere lo schermo.

Sbloccato.

Rimasero entrambi pietrificati. A lettere grandi, senza alcun tentativo di nasconderla, la pagina aperta era un sito di racconti erotici. E in cima, ben visibile, la categoria: Milf.

Il tempo si fermò di colpo. Tre secondi che durarono tre vite, le mani ancora appoggiate sul cellulare come se lasciarlo andare significasse ammettere la sconfitta.

Amalia ritrasse la mano di scatto, come se si fosse bruciata. Bruno fece lo stesso. Il telefono rimase lì, solo, splendente come un faro accusatore.

Lui aprì la bocca. La richiuse. La riaprì. «Non può essere. Non ci posso credere.»

—Io...

Amalia era diventata rossa fino alle orecchie. Per la prima volta in tutta la serata sembrava davvero a disagio. Si coprì il viso con entrambe le mani.

—Mi hai scoperta —disse tra le dita, con una voce a metà tra una risata e un lamento, come una bambina grande sorpresa con la mano nel barattolo dei biscotti.

Bruno deglutì. Aveva la bocca secca e il cazzo, dentro i jeans, gli si stava indurendo senza chiedergli il permesso. Gli passò per la testa di mentire, fingere di non aver visto nulla, fare il finto tonto. E gli passò per la testa il contrario. E vinse il contrario.

—Milf —disse, con una voce roca che non sapeva di avere—. Ti piacciono le storie sulle milf?

Amalia staccò lentamente le mani dal viso. Lo guardò da sotto le ciglia, ancora rossa, ma con qualcosa di nuovo negli occhi. Qualcosa che per tutta la sera aveva aspettato che qualcuno pronunciasse ad alta voce.

—Mi piacciono le storie sulle donne mature con ragazzi giovani —rispose, e ormai non c’erano più risatine né vergogna, solo una brutale sincerità—. Molto giovani.

L’aria del salotto si fece densa. Bruno sentiva il battito nelle tempie, nel collo, sulla punta del cazzo. I suoi capezzoli erano evidenti sotto la camicia bianca, due punti duri che dicevano più di qualsiasi frase.

—Come me? —chiese lui.

—Come te.

Non ci fu bisogno di altri preamboli. Amalia si girò sul divano, gli mise una mano sulla nuca e lo baciò sulla bocca. Non fu il bacio timido di una signora imbarazzata. Fu un bacio affamato, con la lingua fin dal primo secondo, il bacio di una donna che non mangiava una bocca così da anni e non aveva intenzione di sprecare l’occasione. Bruno gemette dentro il bacio, sorpreso, e ricambiò il morso.

Lei gli prese la mano e gliela mise direttamente su una tetta, sopra la camicia.

—Toccami —gli disse contro le labbra—. Toccami bene, non come se fossi di porcellana. Non lo sono.

Bruno strinse. La tetta gli riempiva il palmo, più soda di quanto avesse immaginato, con il capezzolo durissimo che spingeva contro la stoffa. Amalia lasciò sfuggire un gemito profondo che gli si piantò tra le gambe. Cominciò a sbottonarsi la camicia un bottone alla volta, senza smettere di guardarlo, e quando l’ultimo si aprì, tirò indietro il capo d’abbigliamento e lo lasciò cadere sul pavimento.

Non portava il reggiseno. Le sue tette ricadevano sotto il peso degli anni, ma erano ancora tette bellissime, generose, con le areole grandi e scure e i capezzoli duri come pietre.

—Guarda —disse lei, afferrandone una e offrendogliela—. Succhiami. È tutta la sera che penso alla tua bocca.

Bruno si lanciò. Le si buttò addosso, le afferrò la tetta e se la mise tutta in bocca, succhiando con voglia, leccandole il capezzolo, facendovi girare la lingua, tirando con le labbra. Amalia gli tenne la testa con entrambe le mani e gemette forte, senza trattenersi, spingendogli il viso contro la carne.

—Ah, sì, cazzo, così, succhiamelo forte —ansimava—. Mordilo un pochino, non avere paura.

Lui morse. Lei inarcò la schiena e lasciò uscire un «porca troia» che suonò come una supplica. Bruno passò all’altro capezzolo e fece lo stesso, mentre con la mano libera stringeva la tetta che aveva lasciato libera. Sentiva il cazzo piantarsi contro la cucitura dei pantaloni, dolorosamente duro.

Amalia gli cercò la patta alla cieca e gliela sbottonò. Gli infilò la mano dentro le mutande e quando gli circondò il cazzo con le dita, gemettero entrambi nello stesso momento.

—Mio Dio —disse lei, tirandoglielo fuori e guardandolo con gli occhi lucidi—. Che cazzo che hai. E non lo dice tua nonna, lo dico io.

Era duro, lungo, con la punta già bagnata. Amalia glielo afferrò alla base e passò il pollice sul glande, spalmando la goccia di liquido preseminale su tutta la testa. Bruno si lasciò cadere contro lo schienale del divano con un gemito.

—Voglio succhiartelo —annunciò lei, senza chiedere il permesso—. È tutta la sera che voglio succhiartelo, da quando sei comparso sulla porta con quella maglietta bianca da bravo ragazzino.

Scese sul pavimento, tra le sue ginocchia, con un’agilità che smentiva i suoi sessantadue anni. Gli tirò giù jeans e mutande fino alle caviglie. Bruno rimase lì seduto, con il cazzo puntato verso il soffitto e una donna inginocchiata davanti a lui, e pensò che sarebbe venuto solo guardando la scena.

Amalia gli passò la lingua dai coglioni alla punta, molto lentamente, guardandolo negli occhi. Poi si mise il glande in bocca e cominciò a succhiare con una tecnica che rendeva chiaro che non era la sua prima volta. Gli scendeva con la bocca lungo tutto il tronco, toccandosi la gola con la punta, e risaliva succhiando, lasciandogli il cazzo lucido di saliva.

—Cazzo, cazzo, cazzo —ripeteva Bruno—. Amalia, cazzo, come lo succhi.

Lei si sfilò il cazzo dalla bocca solo per leccarlo ancora.

—È che erano anni che non avevo un cazzo così in bocca —disse, e tornò a ingoiarlo.

Glielo succhiava con una fame arretrata, con entrambe le mani, una alla base e l’altra a massaggiargli i coglioni. Bruno le prese la testa e cominciò a muovere i fianchi, scopandole la bocca con cautela, e quando vide che lei non si lamentava ma gemeva ancora più forte, cominciò a spingere con più vigore. Amalia gli conficcò le dita nelle cosce, se lo lasciò infilare fino in fondo, inghiottì con la gola stretta e lui sentì che gli sarebbe uscito tutto se non si fosse fermato.

—Fermati, fermati —ansimò, allontanandole la testa—. Sto per venire.

—E allora? —Lei si leccò le labbra lucide di saliva—. Io me lo ingoio senza problemi.

—No. Non voglio ancora venire. Voglio scoparti.

La parola le accese il viso. Amalia si alzò, si sbottonò i jeans e li tirò giù con le mutandine in un solo movimento. Rimase nuda davanti a lui, illuminata dalla luce azzurrina della televisione, con le tette ricadenti, il ventre morbido segnato dall’elastico, i fianchi larghi di donna matura e una fica con i peli grigi accuratamente accorciati.

—Allora scopami —gli disse—. Ma scopami come si scopa una donna matura. Senza riguardi. Senza trattarmi come se potessi rompermi.

Bruno si alzò, si sfilò la maglietta bianca dalla testa, si scrollò i jeans dalle caviglie e rimase nudo quanto lei. Amalia gli passò una mano sul petto glabro, sugli addominali, e gli afferrò il cazzo come fosse un manico.

—Vieni —disse, tirandolo verso il divano—. Sdraiati.

Si sdraiò sulla schiena. Lei gli passò una gamba sopra e si sedette a cavalcioni, con la fica proprio sopra il suo cazzo, senza ancora infilarselo. Si strofinò lentamente, bagnandogli il glande di umori, e Bruno vide con i propri occhi quanto colasse di desiderio la fica di quella donna.

—Sei fradicia —disse, toccandola con due dita—. Fradicia, cazzo.

—Sono fradicia da quando ti sei seduto in cucina, ragazzino.

Le infilò le dita e lei chiuse gli occhi e gettò indietro la testa.

—Ah, sì, così, ancora —ansimò—. Infilamele fino in fondo.

Bruno le tirò fuori e gliele infilò di nuovo, incurvandole, cercandole il punto. Amalia si muoveva sopra di lui come se avesse ancora diciannove anni, cavalcandogli la mano, gemendo sempre più forte. Quando il ragazzo ritrasse le dita, brillavano di umori. Se le portò alla bocca e le succhiò senza pensarci.

—Oh, madre mia —mormorò lei, guardandolo—. Questo bambino sarà la mia rovina.

Gli afferrò il cazzo, glielo mise all’entrata della fica e abbassò di colpo i fianchi. Se lo ingoiò tutto in una volta, fino alla base, e gridarono entrambi. Amalia rimase immobile per un momento, con gli occhi chiusi e le labbra socchiuse, sentendosi piena.

—Dio —sussurrò—. Dio, che piacere.

E cominciò a muoversi. All’inizio lentamente, adattandosi, salendo e scendendo con le mani appoggiate sul petto di Bruno. Le sue tette si muovevano al ritmo, su e giù, e lui non sapeva se guardarle, guardarle il viso o guardare il suo cazzo scomparire tra le sue cosce aperte. Alla fine le afferrò i fianchi con entrambe le mani, guidandola, spingendo dal basso ogni volta che lei scendeva.

—Così, sì, scopami così —ansimava lei—. Infilamelo tutto, fino in fondo, cazzo. Spaccami.

Bruno la sbatteva dal basso, con le natiche che si staccavano dal divano. Il divano scricchiolava, la lampada tremava e una donna di sessantadue anni cavalcava un ragazzo di diciannove come se ne andasse della sua vita, con le tette che rimbalzavano e la fica fradicia che gli bagnava tutto il cazzo e i coglioni.

—Mettiti a quattro zampe —le chiese a un certo punto, con la voce spezzata—. Voglio scoparti da dietro.

—Ah, sì, figlio mio. Scopami da dietro. Scopami come una cagna.

Si spostò, si mise a carponi sul divano, appoggiata al bracciolo, e inarcò la schiena offrendogli il culo. Bruno si inginocchiò dietro di lei, le afferrò le natiche con entrambe le mani e gliele aprì per guardare. Aveva la fica rosa, lucida, dilatata. E il buco raggrinzito proprio sopra.

Glielo piantò dentro con una sola spinta. Amalia urlò contro un cuscino. Bruno cominciò a sbatterla senza tregua, tenendola per i fianchi, tirandolo fuori quasi del tutto e reinfilandoglielo fino in fondo. I colpi delle sue cosce contro il culo risuonavano in tutto il salotto. I gemiti di lei uscivano rauchi, spezzati, osceni.

—Sì, sì, sì, così, più forte, non fermarti, scopami, dammelo forte, vienimi dentro, vienimi dentro, dammi tutto.

Le tirò i capelli, afferrando una ciocca corta, e lei inarcò ancora di più la schiena lasciando uscire un gemito animalesco. Bruno le passò la mano davanti e le cercò il clitoride. Quando cominciò a farle dei cerchi con il dito mentre la sbatteva, Amalia cominciò a tremare tutta. Dopo un minuto venne, stringendogli il cazzo con la fica in contrazioni che gli offuscarono la vista.

—Vengo, vengo, ah, cazzo, sto venendo —ansimava, con il viso schiacciato contro il cuscino.

Bruno resistette per gli ultimi secondi, guardandola venire sopra il suo cazzo, poi non riuscì più a trattenersi. Lo tirò fuori appena in tempo, se lo afferrò con la mano e venne a fiotti sulla schiena e sul culo di lei. Fiotti grossi, lunghi, bianchi, che scivolavano sulla pelle di quella donna di sessantadue anni che ansimava, rideva e stava ancora venendo.

—Oh, madre mia —disse Amalia, lasciandosi cadere di fianco sul divano, con il viso arrossato e i capelli scompigliati—. Oh, madre mia.

Bruno crollò accanto a lei, senza fiato, con il cuore che gli martellava contro le costole. Rimasero così per un bel po’, a guardare il soffitto, ascoltando il ronzio della televisione che era tornata alle televendite come se non fosse successo nulla.

Amalia girò il viso verso di lui. Aveva di nuovo il sorriso di una bambina con la mano nel barattolo dei biscotti, solo che adesso era anche nuda e aveva la sborra di lui che le si asciugava sulla schiena.

—Sai una cosa? —disse.

—Cosa?

—Che tua nonna domani parte alle sei. Abbiamo tutta la notte.

Bruno rise. Guardò il cellulare che brillava ancora sul tavolino, con il sito delle Milf aperto, e pensò che forse, dopo tutto, non sarebbe stata una cattiva idea portarsi dietro il caricabatterie.

(Continua...)

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