Mia suocera mi portò da sola alla casa sul lago
Quando mia sorella Lucía mi chiamò per il suo compleanno, capii che non avrei più potuto continuare a evitarla. Erano giorni che mi tartassava il telefono con messaggi e audio e, quando finalmente risposi, non mi salutò nemmeno.
—Hai intenzione di presentarti o continuerai a fare il fantasma? —sbottò con quella sua boccaccia, sempre diretta.
Lucía era fatta così: chiassosa, bella e sfacciata. Suo marito, Julián, invece, era tutto il contrario. Un tipo corretto, educato, timido, di quegli uomini che sembrano chiedere scusa persino per respirare. Non avevo mai capito cosa ci facesse con lei, anche se sapevo perfettamente come fosse cominciato tutto tra loro.
Conoscevo fin troppo bene mia sorella. Meglio di quanto avrei dovuto. Da quando si era sposata avevamo oltrepassato il limite un paio di volte e proprio per questo evitavo di vederla troppo. Non perché non mi eccitasse, ma perché, se ci avvicinavamo troppo, finivamo per combinarne una.
—Non rompere, Lu —le dissi—. Chi viene?
—I soliti. Mio cognato Ramiro con sua moglie, i miei suoceri e basta. Se non vieni tu, sembrerà un funerale.
Scoppiai a ridere, anche se sapevo che non stava esagerando. La famiglia acquisita di mia sorella aveva denaro, buone maniere e una facilità insultante nel trasformare qualsiasi riunione in una messa con vino. Alla fine accettai.
Andai perché era il suo compleanno. Andai perché non avevo altri programmi. E andai, anche se non lo ammisi nemmeno con me stesso, perché mi incuriosiva che sua suocera avesse chiesto di me.
Quella donna, Elena, aveva sempre attirato la mia attenzione. Non era una bellezza da copertina, ma aveva quell’eleganza asciutta che obbligava a guardarla. Alta, magra, la schiena dritta, vestiti impeccabili e due occhi scuri che sembravano giudicare tutto. L’avevo vista poche volte eppure mia sorella insisteva che le andavo a genio. Fin troppo.
L’altra donna della serata era Vera, la moglie del fratello di Julián. Più giovane di Elena, minuta, discreta, sempre vestita come se temesse di attirare l’attenzione. Aveva un corpo da schianto nascosto sotto abiti austeri: tette piccole ma sode, culo stretto, vita sottile. A prima vista sembrava una donna timida. Io non mi fidavo delle apparenze.
La cena si svolse in una sala privata con spettacolo e pista da ballo. Quando arrivai, erano già tutti seduti. Gli uomini mi strinsero la mano come se dovessi loro dei soldi; le donne mi diedero due baci. Lucía mi abbracciò per il collo e mi lasciò la guancia umida di rossetto e vino.
Lei era strizzata in un vestito color vino che le metteva in risalto tette e culo con sfacciataggine. Elena, invece, comparve con un vestito blu scuro molto più sobrio, anche se quella sera più aderente del solito. Quanto bastava per notarle il seno, la vita e un culo stretto ma ben piazzato per la sua età. Vera ne indossava uno chiaro, corto fino a metà coscia, e per la prima volta vidi che sotto tutta quella compostezza c’erano due gambe che facevano venire voglia di aprirle.
All’inizio fu tutto molto formale. Bibite, antipasti, commenti sul lavoro, risatine sommesse. Poi il vino cominciò a girare e io iniziai a fare ciò che Lucía voleva: raccontare storie, rompere i silenzi, stuzzicare gli uomini, provocare risate. A poco a poco si rilassarono. Persino Elena sorrise davvero un paio di volte.
Poi arrivò la musica. Anni Ottanta, luci basse, pista piena. Lucía fu la prima ad alzarsi.
—Andiamo a ballare —ordinò.
I mariti fecero ciò che ci si aspettava: evitarono lo sguardo, sprofondarono nelle sedie e finsero di essere interessati ai loro bicchieri. Così finimmo in pista, le tre donne e io.
Con Lucía fu facile. Fin troppo facile. La afferrai per la vita, lei si girò incollata a me e ne approfittai per passarle una mano sul culo. Non fece una piega; anzi, si strinse a me per un secondo prima di allontanarsi ridendo.
Poi toccò a Vera. All’inizio la sentii tesa, ma quando le feci fare una giravolta e le feci scivolare la mano sul culetto piccolo e rotondo, lasciò sfuggire una risatina nervosa e non si scostò. In quel momento capii che sotto la sua voce dolce c’era fame.
L’ultima fu Elena. Fece la difficile con un gesto delle mani, con quella faccia da donna controllata che sembra non cedere mai. Ma cedette. Le presi la vita e la feci girare. Al secondo passo, la mano scese e le strinsi il culo sopra il vestito.
—Ehi —protestò, ridendo sottovoce.
La baciai sulla guancia prima di lasciarla e, anche se mi spinse un po’, non sembrava offesa. Piuttosto a disagio per essersi divertita.
Quando partì una lenta, Lucía rimase con me. Ballammo stretti e avvertii subito il calore delle sue tette contro il mio petto e il movimento deliberato del bacino che cercava il mio cazzo.
—Sono stufa di questa famiglia —mi disse all’orecchio.
—E io che pensavo ti piacesse vivere bene.
—Mi piace scopare bene. Non è la stessa cosa.
Risi. Lei mi strinse il culo con sfacciataggine.
—Ho bisogno di una bella scopata —mormorò—. Di quelle che fai tu.
—Non cominciare.
—Sei uno stronzo. E in più mi lasci eccitata.
Il suo alito odorava di vino e desiderio. Se fossimo stati soli, me la sarei mangiata lì stesso. Ma non era il posto adatto. Glielo dissi. Allora si scostò quanto bastava per guardarmi con un sorriso storto.
—Allora porta a ballare le altre. Vediamo se riesci a bagnare le mutandine di quelle due impettite.
La frase mi fece ridere, ma mi lasciò anche quell’idea conficcata in testa. Quando tornammo al tavolo, ordinai un altro drink e lasciai che la serata proseguisse.
Portai prima Vera a ballare una lenta. Appena la ebbi tra le braccia, posò le mani sul mio petto per mantenere le distanze.
—Non mordo —le dissi.
—Sono sposata —rispose quasi in un sussurro.
—E io non ti ho chiesto di sposarmi. Solo di ballare.
Le presi le mani e gliele misi dietro al collo. Poi la attirai a me per il culo. Il suo respiro cambiò subito.
—Così si balla meglio.
Il mio cazzo già premeva contro il suo basso ventre. Avvicinai la bocca al suo orecchio e glielo dissi chiaramente, senza poesia.
—Ti stai eccitando e lo sai. Tuo marito non sa accenderti, ma il tuo corpo sa come reagire.
Lei tremò. Le leccai il lobo. Le strinsi il culo con entrambe le mani.
—Ti piacerebbe che ti afferrassero così, che ti aprissero bene le gambe e ti scopassero come nessuno fa da tanto tempo.
Non rispose. Nemmeno una parola. Ma il tremito del suo corpo e il modo in cui mi cercò involontariamente con i fianchi dissero abbastanza. Quando finì la canzone, tornò al tavolo muta, paonazza e con le labbra socchiuse.
Allora toccò a Elena.
Questa volta non oppose resistenza. Non appena ci inoltrammo tra le coppie, mi mise le braccia al collo con una naturalezza che non mi aspettavo. La presi per la vita e sentii il suo seno contro il mio. Aveva delle belle tette, mature, pesanti, ben sostenute dal reggiseno.
—È da molto che non ballavo così —mormorò.
—Si vede che il tuo corpo se lo ricorda.
Appoggiai la guancia alla sua e cominciai a parlarle a bassa voce. Sapevo che una donna come lei si eccitava quasi tanto con la sfacciataggine quanto con l’attenzione.
—Hai l’aria di una che si comporta bene da anni. Troppi.
—Non so di cosa parli.
—Certo che lo sai. Ti piace essere toccata. Ti piace sentire un uomo duro premuto contro di te e fingere di scandalizzarti.
Le mie mani scesero fino alle sue natiche e gliele strinsi senza pudore. Sentii che rimaneva immobile, non per rifiuto, ma per lo stupore.
—Ti piace toccare culi altrui? —domandò con una freddezza incrinata.
—Quando il culo lo chiede, sì.
La strinsi più forte e le accostai il cazzo. Lo sentì. Inspirò profondamente. Continuava a non allontanarsi.
—A te serve che ti parlino chiaro —le dissi—. Che ti mettano le mani addosso, che ti lecchino la fica lentamente fino a farti gemere sul serio e poi un cazzo duro per farti perdere tutta quella compostezza.
Le dita le si irrigidirono dietro al mio collo. Non protestò e non rise. Rimase soltanto incollata a me, ad ascoltare ogni parola.
—Nessuno mi aveva mai parlato così.
—Per questo sei ancora qui.
Quando terminò la canzone, si staccò di colpo e disse che dovevamo tornare al tavolo. Credetti di aver spinto troppo. Perciò mi sorprese quando, il giorno dopo, verso mezzogiorno, Lucía mi chiamò di nuovo.
—Mia suocera vuole che tu venga questo fine settimana alla casa sul lago.
—Dopo quello che è successo ieri sera?
—Proprio per quello che è successo ieri sera. Non so cosa le hai fatto, ma è strana. E insiste pure.
Rimasi a pensarci. Lucía continuò a parlare di piscina, cavalli, una tenuta enorme e un’altra cena con la stessa gente. Io pensavo solo a una cosa: Elena voleva rivedermi.
Andai venerdì pomeriggio e arrivai apposta prima degli altri. Volevo incontrarla da solo.
La tenuta era un’esagerazione. Cancello automatico, lungo viale, alberi, una casa padronale in pietra e un silenzio costoso. Mi accolse suo marito, un uomo corretto e distante, e mi fece entrare in salotto. Elena era accanto alla vetrata, vestita con una gonna e una camicia chiara annodata in vita. Molto signora. Molto composta. Molto scopabile.
Si avvicinò per salutarmi con due baci e mi sostenne lo sguardo per un secondo di troppo. Non fu nulla di evidente. Fu sufficiente.
Prendemmo una birra in cucina. Parlammo di sciocchezze. Del viaggio, del caldo, della casa. Continuava a stare con la schiena dritta e la voce controllata, ma l’aria tra noi era cambiata. Mi avvicinai e le posai una mano sulla vita.
—Pensavo ti fossi offesa ieri sera.
—Non mi piace la volgarità —disse—. Questo non significa che non capisca certe cose.
Si scostò proprio quando comparve il domestico. Poi, con assoluta calma, propose di mostrarmi i cavalli. Prima mi accompagnò nella mia stanza. Era in fondo a un corridoio e dava su una terrazza con vista sul bosco e sul lago.
Non appena uscimmo sulla terrazza e lei si appoggiò alla ringhiera, capii che non avrebbe aspettato oltre.
Mi misi dietro di lei e le circondai la vita. Il mio cazzo si premette contro il suo culo attraverso la stoffa. Il suo corpo si irrigidì immediatamente.
—Non mi hai invitato per mostrarmi il panorama —le mormorai all’orecchio.
Ci mise un secondo a rispondere.
—E per cosa credi che ti abbia invitato?
Le afferrai le tette sopra la camicia. Mi riempirono la mano meglio di quanto mi aspettassi: morbide, pesanti, vive. Lei lasciò sfuggire un gemito soffocato e si aggrappò alla ringhiera.
—Per continuare la conversazione —dissi, stringendole i capezzoli tra le dita attraverso il reggiseno.
—Per... per favore —mormorò, ma senza forza.
Non la lasciai. Le aprii la camicia, infilai la mano nel reggiseno e trovai il capezzolo già duro. Lo sfregai lentamente mentre le baciavo il collo. Il suo respiro cominciò a spezzarsi.
—Tutto questo controllo ti sta marcendo dentro —le sussurrai—. Desideri questa cosa da anni e ti vergogni ancora di ammetterlo.
Le feci scendere l’altra mano sul ventre fino all’interno delle cosce. Sfiorai la stoffa delle mutandine e il suo corpo ebbe un piccolo sussulto.
—No —disse, ma era un no debole, quasi dettato dall’abitudine.
Infilai due dita sotto la stoffa e le toccai la fica. Era meno asciutta di quanto avessi immaginato. I peli folti mi sfiorarono le nocche e mi fecero sorridere. Cercai la fessura, premetti, strofinai e all’istante sentii che cominciava a bagnarsi.
—Guardati —le dissi—. Dici di no e mi stai bagnando le dita.
Questa volta le sfuggì un gemito lungo, senza che riuscisse a frenarlo. Le sollevai la gonna da dietro e le strinsi il culo con il palmo aperto, massaggiando quella carne matura mentre le infilavo un dito dentro. Lei si chinò ancora di più sulla ringhiera.
—Così, cazzo. Ecco. Lascia che ti tocchi.
Infilai il secondo dito e cominciai ad aprirla lentamente, entrando e uscendo mentre con l’altra mano le impastavo una tetta e le pizzicavo il capezzolo.
—Aaah... —ansimò—. Dio...
Il suo tono non aveva più nulla di signorile. Era puro bisogno. Pura donna eccitata. Muoveva i fianchi all’indietro per cercare di più e si apriva da sola sulle mie dita. Le diedi una sculacciata secca.
—Brava ragazza.
Gemette più forte. Tirai fuori il cazzo e glielo strofinai tra le cosce, sulla fessura delle mutandine bagnate, premendo il rigonfiamento contro la sua vulva.
—Voglio che lo senta bello duro.
La mano che aveva sulla sua fica accelerò. Dita dentro, pollice sul clitoride, un ritmo deciso. Elena cominciò ad ansimare senza controllo. Le tremavano le gambe. Spingeva il culo all’indietro come una puttana bisognosa.
—Non fermarti... —riuscì finalmente a dire, quasi arrabbiata con se stessa per averlo pronunciato.
—Questo volevo sentirti dire.
La feci venire così, in piedi, aggrappata alla ringhiera, con la gonna sollevata, due dita sepolte dentro di lei e il mio cazzo che le sfregava contro. Venne con forza, tremando, stringendomi la mano con la fica e lasciando uscire gemiti brevi e spezzati, come se ognuno le desse vergogna e piacere allo stesso tempo.
Quando la girai, aveva il viso accaldato e le labbra umide per aver respirato con la bocca. La baciai. All’inizio rimase rigida, poi si aprì. Le infilai la lingua e lei me la succhiò con un bisogno goffo e tardivo, come qualcuno che arriva tardi al desiderio ma ci arriva affamato.
Le abbassai le mutandine fino alle caviglie e la feci sedere sul bordo di una sdraio. Mi inginocchiai tra le sue gambe.
—Che fai? —domandò, anche se lo sapeva già.
—Quello che non ti fanno da anni.
Le aprii bene le gambe e mi trovai davanti una fica matura, pelosa e lucida. Bellissima a modo suo. Reale. Le passai la lingua dal basso fino al clitoride e lei reagì stringendo le cosce.
—Ah... no...
—Sì. Adesso sì.
La leccai senza nessuna finta delicatezza. Lingua piatta, poi la punta, succhiate sul clitoride, dita che tornavano a entrare per aprirla di più. Elena mi afferrò i capelli. Non sapeva se allontanarmi o spingermi più a fondo, così fece entrambe le cose contemporaneamente. Io continuai. Le separai le labbra della fica con le dita e infilai la lingua più in profondità, assaporando la sua umidità, il suo calore, il piccolo tremito che le attraversava l’addome.
—Cazzo... cazzo... —ripeteva, ormai senza alcuna classe.
Mi piacque da morire sentirglielo dire. Una donna come lei che diceva cazzo con la voce rotta mentre le leccavo tutta la fica. La succhiai finché venne di nuovo, questa volta lasciando uscire un gemito più lungo, con le gambe che si chiudevano sulle mie spalle e il bacino che sussultava contro la mia bocca.
Quando mi rialzai, rimase a fissarmi come se non riconoscesse la donna che aveva appena avuto due orgasmi. Io mi abbassai del tutto i pantaloni e le misi il cazzo davanti al viso.
—Adesso tocca a te.
Il suo sguardo scese. Deglutì. Era davvero nervosa.
—Non so se...
—Lo sai. Solo che non l’hai mai fatto.
Le presi la mano e gliela chiusi intorno. All’inizio strinse troppo. Le feci capire di allentare la presa. Cominciò a muoverla lentamente, osservando la pelle salire e scendere. Era affascinata.
—È grosso —mormorò.
—Non ammirarlo tanto. Succhialo.
Si inginocchiò molto lentamente. La scena mi rese ancora più duro: quella donna altezzosa, con la camicia aperta e le tette mezze fuori, inginocchiata davanti a me sulla terrazza di casa sua. Esitò per un secondo con le labbra a un palmo dal glande. Le passai la punta sulla bocca.
Allora tirò fuori la lingua e lo leccò. Una volta. Poi un’altra, più a lungo. Dopo aprì le labbra e si infilò solo la cappella, goffa ma obbediente.
—Così. Piano. Senti come diventa più duro.
Le tenni i capelli mentre ripeteva il movimento. Ogni volta un po’ meglio. Succhiava il glande, lo lasciava andare, passava la lingua sul frenulo e tornava ad avvolgerlo. Non sapeva ancora succhiarlo bene, ma il morbo di guardarla imparare mi faceva impazzire.
—Più saliva —le dissi.
Obbedì. La mano saliva e scendeva lungo l’asta mentre la bocca lavorava sulla punta. Cominciò a gemere con il cazzo dentro e quella vibrazione mi fece perdere la testa. Glielo annunciai troppo tardi.
—Sto per venire.
Ebbi appena il tempo di staccarmi. Le riempii la bocca e il mento di sborra. Una parte la inghiottì per riflesso, un’altra le colò dalle labbra. Rimase immobile, sorpresa, respirando dal naso, con il viso imbrattato.
La vista era brutale.
—Non me l’hai detto bene —disse quando riuscì a parlare, roca e spaesata.
—Benvenuta nel mondo reale.
Si pulì come poté e, contro ogni previsione, non scappò. Al contrario. Si ricompose, si tirò su le mutandine, si abbottonò la camicia a metà e mi guardò con un misto di vergogna e fame che mi fece tornare duro.
—Questo rimane tra noi —disse.
—Certo.
—E non parlarmi mai più così davanti a nessuno.
—In privato ti piace.
Non rispose. Si limitò ad abbassare lo sguardo. Era già una risposta.
***
Più tardi mi portò a cavallo fino a una rimessa accanto all’imbarcadero del lago. Lì, lontana dalla casa, dal marito e dagli altri, era meno tesa. O almeno così credeva. Io vedevo il desiderio a colpo d’occhio: il modo in cui si mordicchiava l’interno delle labbra, come mi cercava con la coda dell’occhio, come si toccava il collo quando era nervosa.
Dentro la rimessa odorava di legno vecchio e acqua stagnante. C’erano un tavolo, un paio di amache e silenzio. Elena posò una mano su una delle tele e guardò verso il lago.
—A volte vengo qui da sola —disse—. A pensare alla vita che non ho avuto.
Mi incollai alla sua schiena e le aprii di nuovo la camicia.
—Allora oggi ne vivrai una parte.
Le sfilai la camicia dalle braccia, poi il reggiseno. Le tette caddero libere, mature e generose, con i capezzoli già turgidi non appena li sfiorai con l’aria. Lei rabbrividì. Le slacciai la gonna, che cadde a terra. Rimase soltanto con le mutandine e gli stivali da equitazione.
L’immagine era splendida e sporca allo stesso tempo. Una signora elegante quasi nuda in una rimessa appartata, in attesa che le mettessi di nuovo le mani addosso.
Le afferrai le tette da dietro e le impastai con forza.
—Dimmi che sei eccitata.
—Sono eccitata —ansimò.
—Dimmi che ne vuoi ancora.
—Ne voglio ancora.
—Dimmi che vuoi il mio cazzo.
Esitò un secondo. Poi chiuse gli occhi.
—Voglio il tuo cazzo.
Fu sufficiente. Le abbassai le mutandine con uno strattone. Lei sollevò prima un piede e poi l’altro senza protestare. Le aprii le gambe con il ginocchio e le infilai di nuovo due dita. Era molto più bagnata di prima. Moltissimo di più.
—Adesso sì che sembri una donna che sa quello che vuole.
—Non umiliarmi —disse, ma il tono non era arrabbiato. Era eccitato.
—Non ti sto umiliando. Ti sto scopando la testa prima di scoparti la fica.
Si voltò per baciarmi con fame. Io mi abbassai i pantaloni e la afferrai per la vita. Lei guardò il mio cazzo e, senza che glielo chiedessi, si abbassò di nuovo. Questa volta lo succhiò meglio. Con meno paura. Più sciolta. Più puttana. Se ne portò dentro di più, strinse le labbra, mi guardò dal basso e cominciò a muovere la mano a ritmo.
—Così mi piaci —le dissi—. Impari in fretta.
La allontanai prima di venire di nuovo. La girai e la piegai sul tavolo, spingendole il petto contro il legno. Le aprii le natiche e rimasi per un secondo a guardare la sua fica umida e aperta, con il culo proprio sopra e la schiena arcuata. Le diedi una forte pacca.
—Ah...
Le strofinai il glande sull’ingresso, su e giù, bagnandola ancora di più. Poi glielo spinsi dentro lentamente. Molto lentamente all’inizio, per sentire come mi inghiottiva. Elena strinse le mani sul tavolo e lasciò cadere la testa.
—Cazzo... quanto riempi...
—Non è ancora entrato tutto.
Glielo infilai più a fondo, fino in fondo, con una spinta lenta ma decisa. Gemette così forte che poi guardò verso la porta per puro riflesso. Le afferrai la vita e cominciai a scoparla sul serio.
Entravo e uscivo con un ritmo sempre più duro, guardando le sue tette tremare, il culo accogliere ogni colpo, la fica farsi più morbida e più bagnata intorno al cazzo. Elena non sapeva dove aggrapparsi. Gemeva, sbuffava, a volte cercava di tacere e a volte se ne dimenticava.
—Ti piace così, eh? Che ti prendano piegata e ti diano il cazzo senza tante cerimonie.
—Sì... sì...
Questo mi eccitò ancora di più. Le infilai una mano davanti, le afferrai una tetta e con l’altra cominciai a strofinarle il clitoride mentre la sbattevo. A ogni urto il legno risuonava.
—Guardati. Così raffinata, così corretta... e invece eccoti qui, con le gambe aperte per me.
—Non fermarti... ti prego...
Ti prego. Dalla sua bocca. Non restava più traccia della donna rigida della sera precedente. Solo una matura affamata, che scopriva troppo tardi quanto le piacesse essere scopata sporcamente.
Aumentai il ritmo. Le affondavo il cazzo fino in fondo e glielo tiravo fuori quasi tutto prima di piantarglielo di nuovo dentro. La fica suonava bagnata. I miei coglioni le colpivano la pelle. Lei spingeva il culo più indietro, chiedendomi ancora. Le morsi la spalla.
—Vieni di nuovo.
—Sì... fammi venire...
Le sfregai il clitoride più velocemente e continuai a scoparla senza rallentare. Elena venne con un gemito rauco e lungo, le gambe che le tremavano tanto da quasi cederle. La sostenni per la vita e continuai ancora un po’, sfruttando le contrazioni della sua fica intorno al mio cazzo finché non riuscii più a trattenermi.
Lo tirai fuori e venni sul suo culo e sulla parte bassa della schiena, guardando lo sperma bianco scivolarle tra le natiche. Poi le diedi una pacca leggera, solo per il piacere di vederla rabbrividire.
Rimanemmo così per un momento. Lei piegata sul tavolo, ansimante. Io dietro di lei, ancora mezzo duro e con il respiro pesante.
Quando si raddrizzò, aveva lo sguardo perso, le guance accese e il corpo diverso, come se si fosse rilassata dentro.
—Non pensavo sarebbe stato così —disse.
—Così come?
—Così... animalesco.
Sorrisi.
—E ti è piaciuto da morire.
Abbassò lo sguardo. Non lo negò.
Si pulì con un fazzoletto trovato in un cassetto della rimessa e cominciò a vestirsi lentamente. La guardai senza aiutarla. Mi piaceva vederla ricostruirsi: prima le mutandine, poi la gonna, poi il reggiseno che tornava a contenere quelle tette che poco prima avevo avuto in bocca e tra le mani.
Prima di uscire, mi afferrò per il braccio.
—Voglio rifarlo —disse senza giri di parole, ancora arrossita per aver osato dirlo—. Ma con discrezione.
—D’accordo.
—E un’altra cosa.
—Dimmi.
—Non trattarmi come una qualunque davanti agli altri.
Le accarezzai la guancia.
—Davanti agli altri sarai la signora perfetta. Da sola, sarai la donna che mi chiede di non fermarmi mentre viene con il mio cazzo dentro.
Chiuse gli occhi per un istante. Quel piccolo gesto mi confermò che ormai l’avevo. Non solo il corpo. Anche il segreto.
Tornammo a cavallo alla casa come se non fosse successo nulla. Ma io sapevo già che quel fine settimana era appena cominciato e che in quella famiglia così corretta c’era più fame di quanto chiunque osasse ammettere.