La mia fantasia di diventare un'attrice porno stava quasi diventando realtà
Ho sempre avuto ben chiaro che la mia più grande fantasia non era innamorarmi né sposarmi in bianco. Quello che mi eccitava davvero era altro: essere guardata, essere spogliata con gli occhi, che qualcuno mi mettesse davanti a una telecamera e io aprissi le gambe senza una goccia di vergogna. Ora ho più di trentacinque anni, mi curo, mi alleno, so cosa provoco quando cammino con un vestito aderente, e so anche che posso ancora far impazzire un uomo con un sorriso lento e una scollatura ben studiata.
Non fingerò modestia. Ho tette grandi e sode, una vita modellata a forza di disciplina e un culo rotondo che è sempre stata la mia arma migliore. Ma non è solo il corpo. È il modo in cui sostengo lo sguardo. La sicurezza con cui lascio che un uomo capisca che so esattamente cosa sta pensando. Fin da quando ero molto giovane ho capito che il desiderio altrui può essere percepito come una corrente elettrica, e quella corrente ha sempre inzuppato me.
Mi piace il sesso. Tantissimo. Mi piace scopare, succhiarglielo lentamente all'inizio e poi con fame, mi piace aprire le gambe e sentire che perdono la testa per me. Mi piace anche esibirmi. Non necessariamente nuda per strada, ma su quel confine in cui tutto sembra casuale e niente lo è: una gonna appena troppo corta, un accavallamento di gambe che mostra più del dovuto, un'inclinazione calcolata per farsi guardare la scollatura. Questo gioco mi eccita da anni.
Per molto tempo ho consumato porno con la fascinazione di chi sta guardando la vita che vorrebbe vivere. Non mi interessava come semplice intrattenimento. Io mi immaginavo lì. A letto, contro il muro, su un divano, con i riflettori addosso e un uomo che mi teneva per i fianchi mentre mi apriva per la telecamera. Fantasticavo di essere quella donna che tutti riconoscono per quanto bene succhia, per come geme, per quanto spudoratamente si lascia usare e per quanto le piace.
La cosa più forte non era immaginare il sesso. La cosa più forte era immaginare gli sguardi. Sapere che altri mi avrebbero vista nuda, a quattro zampe, con il trucco colato e la bocca piena, e che proprio questo mi avrebbe resa indimenticabile. Quell'idea mi faceva masturbare fino a tremare. Più di una notte finivo con le gambe aperte sul letto, un giocattolo tra le mani, pensando a una telecamera puntata su di me mentre dicevo esattamente quanto puttana volevo essere davanti a tutti.
Ci sono stati uomini che mi hanno promesso vie d'ingresso in quel mondo. La maggior parte voleva solo provarmi gratis. Alcuni erano chiacchieroni, altri più seri. Io giocavo, ascoltavo, fantasticavo, ma alla fine mi tiravo sempre indietro. Non per mancanza di desiderio, ma per paura. Paura di ciò che avrebbero detto, che mi riconoscessero, di non riuscire poi a sostenere l'immagine di donna perbene che tante volte avevo finto di essere. E così mi sono passati gli anni: bruciando dentro e fingendo controllo fuori.
La volta in cui sono stata più vicina a oltrepassare quella linea è successa in un hotel dove ho lavorato per una stagione. Non farò nomi, ma era un posto discreto, di quelli in cui entra gente elegante con segreti sotto i vestiti. Indossavo un'uniforme aderente che mi segnava il culo e mi faceva sentire osservata per tutto il turno. Avevo imparato a godermi quella sensazione fingendo di non accorgermene.
Una sera arrivò uno straniero, alto, moro, con quella sicurezza tranquilla di chi è abituato a comprare ciò che vuole. Non era giovane, ma nemmeno anziano: un adulto nel pieno dell'età per dominare una stanza con la voce. Mi chiese aiuto con una prenotazione, ma ci mise troppo a lasciare la mia mano quando gli restituii il documento. Il suo sguardo scese sulla mia scollatura e tornò ai miei occhi con una sfacciataggine misurata.
—Hai la faccia di una che è stanca di fingere —mi disse in uno spagnolo incerto, ma chiarissimo.
Sorrisi per educazione, anche se la frase mi colpì proprio tra le gambe.
—E lei ha la faccia di uno che lo dice molto spesso —risposi.
—No. Solo quando vedo una donna a cui piace essere guardata.
Sentii il calore salirmi lungo il collo. Non perché fosse una frase brillante, ma perché aveva centrato il punto. Per il resto della serata continuò a scendere nella hall con qualsiasi scusa. Una bottiglia d'acqua. Un asciugamano in più. Una domanda ridicola sulla colazione. Ogni volta si avvicinava un po' di più al bancone e parlava un po' più piano. Quando il mio turno stava per finire, mi lasciò un biglietto da visita piegato.
—Sali quando puoi —mormorò—. Voglio proporti una cosa.
Misi via il biglietto senza guardarlo, ma per mezz'ora non riuscii a pensare ad altro. Quando finalmente andai in bagno, mi sollevai la gonna, scostai la biancheria e mi toccai. Ero davvero bagnata, non per romanticismo, ma per la semplice eccitazione di essere stata letta con tanta precisione. Mi infilai lentamente due dita e chiusi gli occhi. Sali solo ad ascoltare. Tutto qui.
Salii.
***
La suite odorava di whisky costoso e aria condizionata. Lui era senza giacca, con la camicia aperta al collo, seduto su una poltrona come se avesse saputo fin dall'inizio che alla fine sarei entrata. Mi versò da bere e indicò il divano di fronte a lui. Non mi sedetti. Preferii restare in piedi, con le gambe accavallate, sentendo il peso del suo sguardo sulle mie cosce.
—Non ti farò perdere tempo —disse—. Lavoro con contenuti per adulti. Niente tratta, niente di strano, niente di obbligato. Vedo donne ogni mese. Tu hai qualcosa che non si impara.
—E che cos'è? —chiesi, anche se volevo sentirglielo dire.
—Ti piace essere desiderata. E ti piacerebbe che ti vedessero mentre succede.
Deglutii. Mi avvicinai al tavolo, posai il bicchiere e incrociai le braccia per nascondere il tremore delle mani.
—Parla chiaro.
—Voglio fare una prova con te. Una registrazione privata. Senza impegno. Se ti piace, continuiamo. Se no, te ne vai e non succede niente.
La proposta mi lasciò senza parole per alcuni secondi. Questa volta non era una fantasia astratta. Era una porta davvero aperta. Guardai la stanza e vidi, sopra un mobile, una piccola telecamera, un treppiede piegato e una valigia semiaperta. Sentii una frustata di eccitazione così forte che dovetti stringere le cosce.
—Una prova di che cosa? —dissi con la voce più bassa.
Lui sorrise appena.
—Presenza, atteggiamento… e chimica. Se sei salita, immagino che tu sappia già di che tipo di chimica parlo.
Il battito mi accelerò. Ci pensai un momento, ma la verità era che avevo già deciso da quando avevo infilato il biglietto in tasca. Mi avvicinai lentamente fino a fermarmi a un passo da lui. Vidi la tensione nella sua mascella quando guardò la mia bocca.
—Voglio delle regole —dissi.
—Sei tu a dettare il ritmo. Se dici di fermarmi, mi fermo. Niente senza il tuo permesso.
—E se non mi piace, me ne vado.
—Certo.
Mi chinai quanto bastava perché sentisse il mio profumo.
—Allora voglio che tu mi dica esattamente cosa hai visto in me.
Lui alzò una mano e mi accarezzò il fianco sopra l'uniforme. Lentamente. Senza fretta. Quel semplice contatto mi fece venire la pelle d'oca.
—Vedo una donna che da anni immagina di essere messa davanti a una telecamera —disse—. Vedo una donna che vuole aprire le gambe e scoprire se è brava quanto fantastica. Vedo una donna eccitata, adulta, consapevole del proprio corpo, in attesa di una scusa per smettere di fingere decenza.
Non gli risposi. Mi chinai e lo baciai.
Fu un bacio affamato, diretto, senza goffi approcci preliminari. La sua mano salì alla mia nuca e la mia andò al rigonfiamento che già premeva contro i pantaloni. Lo strinsi sopra la stoffa e lui lasciò sfuggire un gemito rauco. Mi piacque da morire. Lo baciai più forte, infilando la lingua nella sua bocca, mentre gli slacciavo la cintura.
—Quindi questa era la prova —mormorai contro le sue labbra.
—Questo è ciò che volevi da quando sei entrata.
Aveva ragione, e sentirglielo dire mi eccitò. Mi inginocchiai davanti a lui senza distogliere lo sguardo. Gli abbassai pantaloni e boxer con uno strattone. Il suo cazzo uscì duro, grosso, completamente teso. Lo guardai per un secondo e mi leccai le labbra, godendomi l'effetto che gli faceva. Poi avvicinai la bocca e gli diedi una prima leccata lenta dalla base alla punta.
—Cazzo… —gli sfuggì.
Fu sufficiente perché mi infilassi tutto il suo cazzo in bocca, per quanto riuscivo. Sentii il calore pesante sulla lingua, lo sfregamento deciso contro le labbra e il leggero strappo in gola quando andai più a fondo. Cominciai lentamente, assaporandolo, avvolgendolo di saliva. Poi accelerai. Una mano sulla sua coscia, l'altra stretta alla base, mentre la mia bocca saliva e scendeva con la voglia di mettermi in mostra.
Ho sempre saputo succhiare bene e quella sera volevo dimostrarlo come se mi stessero davvero valutando. Tirai fuori la lingua per percorrere la punta, succhiai con forza, poi lo ingoiai di nuovo. Lui mi afferrò i capelli con un gesto deciso, senza violenza, guidando il ritmo. Mi piacque da morire sentirmi usata così, a metà tra l'obbedire e il vantarmi.
—Guardami —ordinò.
Gli obbedii senza smettere di succhiarglielo. Sollevai gli occhi e continuai a lavorare con la bocca sul suo cazzo mentre lui mi guardava farlo sbavare. Quell'immagine mi eccitò ancora di più. Lo sfilai per un attimo, ci sputai sopra la punta e ripresi con più rumore, più umidità, più sfrontatezza. Volevo che vedesse quanto bene sapevo farlo, quanto mi piaceva sporcarmi per lui.
Lui si alzò dalla poltrona e mi fece mettere in piedi. La sua bocca andò dritta al mio collo mentre mi sbottonava l'uniforme. Abbassò lentamente la cerniera, come se scartarmi facesse parte dello spettacolo. Quando scostò la stoffa e lasciò quasi scoperte le mie tette dentro il reggiseno, emise un gemito di approvazione che mi fece sorridere.
—Merda, dovevano proprio guardarti in quella hall.
—Per tutto il tempo —gli dissi—. E io lasciavo che lo facessero.
Mi strinse una tetta sopra il pizzo, poi abbassò la coppa del reggiseno per liberare il capezzolo. Lo succhiò con fame mentre la sua mano scivolava sotto la mia gonna. Trovò la biancheria fradicia e rimase fermo per un secondo, tastando l'umidità.
—Quindi eri già pronta.
—Da prima di salire.
Infilò due dita sotto la stoffa e mi strofinò il clitoride con una precisione brutale. Dovetti aggrapparmi alle sue spalle. Il piacere mi salì secco e caldo, e mi sfuggì un gemito senza alcuna eleganza. Poi scostò la biancheria di lato e mi infilò le dita dentro, fino in fondo, controllando quanto fossi bagnata.
—Cazzo, che fica bollente —mormorò.
—Non parlare. Fallo.
Mi piacque sentirmi così bisognosa. Lui sorrise come se avesse appena confermato qualcosa d'importante. Mi girò e mi piegò sul tavolo accanto alla finestra. Mi sollevò la gonna fino alla vita, mi abbassò la biancheria fino alle cosce e mi aprì le gambe con le mani. L'aria fredda della stanza mi sfiorò la fica bagnata e il culo. Sentii un misto di vergogna ed eccitazione così intenso che quasi mi fece cedere le ginocchia.
Sentii il clic della telecamera.
Voltai bruscamente la testa.
—Tranquilla —disse—. Solo se vuoi.
Ci pensai mezzo secondo. Guardai l'obiettivo nero puntato su di me dal mobile, piccolo, discreto, ma tremendamente reale. Eccola, la fantasia. Non in astratto. Davanti a me. Con la gonna sollevata, le natiche aperte e la fica lucida di bagnato.
—Lasciala registrare —gli dissi, e quasi venni solo per averlo detto.
Mi scostò i capelli dal collo e mi baciò la nuca. Poi sputò sulle dita e mi aprì di più il culo, sfiorandomi appena l'ano prima di tornare alla fica. Quel gioco bastò a strapparmi un gemito rauco. Poi si inginocchiò dietro di me e mi aprì con entrambe le mani per infilarmi la lingua dentro senza risparmiarsi.
Non me l'aspettavo così intenso. La sua bocca mi divorò senza delicatezza, leccando dal basso fino al clitoride, infilando la lingua, succhiando con forza, alternando leccate lunghe a brevi risucchi proprio nel punto che mi faceva perdere il controllo. Le gambe mi tremavano. Cercavo di reggermi al tavolo, ma ogni volta che mi apriva e mi succhiava in quel modo sentivo di sciogliermi.
—Non fermarti… non fermarti, cazzo… —ansimai.
Mi rispose afferrandomi meglio per i fianchi e affondando il viso con più fame. Leccò il mio clitoride in cerchio, poi rapidamente, poi lo succhiò mentre mi infilava due dita e le piegava dentro di me cercando quel punto che mi manda in pezzi. La combinazione fu troppo. Inarcai la schiena, strinsi le cosce sulle sue spalle e venni tremando sulla sua bocca, gemendo forte, ormai dimentica di ogni prudenza.
Lui si alzò lentamente, si pulì la bocca con il pollice e mi mostrò i miei stessi fluidi.
—Questo sì che merita una telecamera.
Lo baciai di nuovo e mi sapeva di me. Quel dettaglio mi fece impazzire. Gli sbottonai del tutto la camicia, la gettai sul pavimento e tornai ad accarezzargli il cazzo, ancora duro, umido di saliva. Lui mi girò di nuovo verso il tavolo, mi prese per la nuca e mi fece piegare di più.
—Voglio vederti aperta quando te lo infilo.
Sentii la punta sfiorarmi tra le labbra e quasi urlai per l'anticipazione. La fece scorrere su e giù, bagnandola bene con la mia umidità. Poi spinse lentamente, solo la testa all'inizio, appena quanto bastava a torturarmi.
—Infilamelo tutto —gli ordinai.
Lo fece. Mi strinse per i fianchi e me lo seppellì con una spinta, tutto, fino in fondo. L'impatto mi tolse il fiato e mi strappò un grido sporco, sincero, di quelli che vengono dal ventre. Rimasi immobile per un secondo, sentendolo dentro di me, grosso, duro, mentre mi riempiva completamente.
—Così volevo sentirti —disse dietro di me.
Cominciò con un ritmo deciso, ampio, entrando e uscendo tutto intero. Ogni spinta mi faceva sbattere contro il tavolo. La telecamera era ancora lì, e saperlo mi eccitava ancora di più. Aprivo maggiormente le gambe, spingevo il culo indietro per riceverlo meglio, e ogni volta che mi entrava fino in fondo sentivo il clitoride pulsare per il puro morboso piacere.
—Cazzo… sì… così… —gemevo senza controllo.
Mi afferrò i capelli e mi inarcò la schiena.
—Dillo.
—Che cosa?
Mi piantò un'altra spinta.
—Che ti piace essere guardata.
Gemetti con la faccia schiacciata sul tavolo.
—Sì… mi piace… mi eccita che mi guardino…
Tornò a scoparmi più forte, con colpi secchi che mi facevano tremare le tette dentro il reggiseno mezzo abbassato. Sentivo l'umidità colarmi lungo le cosce e il suono delle nostre spinte riempire la stanza. Non c'era niente di elegante. Solo sesso crudo e il piacere brutale di fare esattamente ciò che avevo sempre fantasticato.
Mi sfilò di colpo e mi girò per farmi sedere sul bordo del tavolo. Mi separò le gambe e me ne sollevò una, appoggiandola sulla sua spalla. Da quella posizione tornò a penetrarmi, questa volta guardandomi in faccia. Il suo cazzo entrava e usciva con un ritmo profondo, e io potevo vedere il suo addome tendersi, la mascella serrata, il sudore brillargli sul petto. Quella vista mi accese ancora di più.
Infilai una mano tra i nostri corpi per strofinarmi il clitoride mentre lui mi scopava. Non me lo impedì. Anzi, mi guardò farlo con un'espressione di pura fame.
—Così. Toccati per me.
Lo feci. Rapida, bagnata, senza distogliere gli occhi dai suoi. Ogni volta che me lo spingeva fino in fondo io mi strofinavo più forte, sentendo l'orgasmo cominciare a crescere di nuovo. Lui abbassò la mano e mi afferrò il polso.
—No. Voglio farlo io.
Mi tolse le dita e prese il loro posto con le sue, premendo proprio dove mi scioglievo. La coordinazione tra la sua mano e le sue spinte fu esatta, spietata. Mi scopava e mi strofinava contemporaneamente, senza concedermi un secondo per riprendere fiato.
—Sto per venire —gli dissi quasi piangendo dal piacere.
—Fallo.
Venni con una scossa che mi attraversò tutto il corpo, gemendo così forte che non m'importò più se qualcuno poteva sentirmi dall'altra parte della parete. Lui non rallentò. Continuò a infilarmelo mentre ancora tremavo, approfittando di quella sensibilità estrema che rende tutto quasi insopportabile e delizioso allo stesso tempo. Questo mi fece gemere ancora di più, supplicare, chiedergli ancora e ancora di non fermarsi.
Poi mi fece scendere dal tavolo e mi portò fino al letto. Mi spinse dolcemente sulla schiena, sul materasso, mi tolse finalmente la biancheria dalle caviglie e la gettò lontano. Mi aprì le gambe e rimase per un attimo a guardarmi, senza toccarmi, osservando soltanto la mia fica gonfia e bagnata, il petto che si alzava e si abbassava, l'uniforme stropicciata e mezza sfilata. Quella pausa mi fece sentire più esibita di qualsiasi altra cosa.
—Guardati —disse indicando lo specchio laterale dell'armadio.
Voltai la testa. Potevo vedermi con le gambe aperte, spettinata, la gonna alla vita e l'espressione di una donna completamente eccitata. L'immagine mi colpì in pieno. Era volgare, sì. Era anche esattamente ciò che desideravo da anni.
Salì sul letto, mi prese per le cosce e me le spinse verso il petto. Da quella posizione mi penetrò di nuovo, lentamente all'ingresso e selvaggiamente non appena cominciò a muoversi. Sentii ogni centimetro. Ogni strattone. Ogni colpo in fondo. Mi aprì di più con le mani e mi scopò guardandomi nello specchio. Io vedevo il mio corpo tremare a ogni spinta e le mie tette rimbalzare libere fuori dal reggiseno. Vederlo era quasi eccitante quanto sentirlo.
—È così che ti immaginavi, vero? —disse tra un ansimo e l'altro—. Aperta, registrata, scopata senza pudore.
—Sì… sì, cazzo… proprio così…
Lasciò una mano per accarezzarmi la gola, senza stringere, tenendomi soltanto con fermezza. Quel gesto di dominio controllato mi eccitò ancora di più. Aprii la bocca, ansimando, e lui ne approfittò per infilarmi due dita. Le succhiai senza pensarci, guardandolo mentre lo facevo. Vedere la sua faccia quando notò la mia sporca obbedienza mi procurò un'altra scarica di piacere.
Il letto scricchiolava con forza. Il sudore ci incollava la pelle. Ormai non pensavo ad altro che a quanto fosse bello quel cazzo che entrava e usciva ancora e ancora, al misto di umiliazione e orgoglio nel sapermi così aperta, così disponibile, così felice di essere guardata in quel modo. Avevo sempre temuto di sentirmi usata. La verità fu un'altra: mi sentii potente perché lo desideravo così tanto.
—Mettiti a quattro —mi disse infine.
Obbedii immediatamente. Mi sistemai sulle ginocchia, con la gonna ancora sollevata e l'uniforme mezza penzolante dalle braccia. Lui si mise dietro di me e mi aprì il culo con entrambe le mani per guardarmi. Quel semplice gesto mi fece stringere le lenzuola.
—Che vista —mormorò.
Mi diede una pacca secca su una natica. Non troppo forte, ma abbastanza da farmi ansimare. Poi un'altra. Dopo me lo infilò di nuovo da dietro, duro, diretto, senza alcuna preparazione teatrale. L'angolazione fu brutale. Sentii che mi apriva completamente e lanciai un gemito soffocato contro il cuscino.
Da quella posizione mi scopò come se volesse strapparmi via tutta la vergogna a forza di spinte. Io muovevo il culo all'indietro per riceverlo, sempre più eccitata, più rilassata, più abbandonata. Lui mi afferrava per la vita e poi per le natiche, scandendo il ritmo, affondando fino a farmi perdere le parole.
—Così… così… non fermarti… —ripetevo.
Infilò una mano sotto il mio ventre e cominciò a strofinarmi il clitoride mentre mi scopava da dietro. Il mix fu devastante. Mi irrigidii tutta. Lui se ne accorse e accelerò, colpendo più rapidamente, più sporco, respirando con difficoltà crescente.
—Voglio sentirti venire di nuovo —disse—. Voglio che tu venga mentre ti registrano.
Quel dettaglio mi esplose dentro. L'idea di restare registrata così, mentre gemevo, aperta e scopata senza il minimo pudore, mi fece schizzare l'orgasmo. Venni scuotendomi, con le gambe deboli e la fica che lo stringeva con forza. Lui ringhiò sentendolo e continuò ancora per qualche spinta, ormai fuori controllo.
—Sto per venire —avvisò, stringendomi forte per i fianchi.
Voltai il viso verso di lui quanto bastava per parlare tra gli ansimi.
—Fallo dove vuoi.
Uscì da me con un gemito profondo e mi fece stendere sulla schiena. Si masturbò rapidamente, per appena qualche altro secondo, mentre si posizionava sopra di me. Poi cominciò a venire sulle mie tette e sul ventre, caldo, denso, in diverse contrazioni. Lo guardai farlo con la bocca socchiusa, eccitata fino al midollo da quell'immagine. Quando ebbe finito, raccolsi parte del suo sperma con le dita e me le portai alla bocca.
Lui lasciò sfuggire una risata incredula e si lasciò cadere al mio fianco. Io respiravo affannosamente, con il corpo ancora tremante, sentendomi assurdomente piena. Non era amore. Non era romanticismo. Era qualcosa di più semplice e più sincero: avevo toccato la fantasia con le mani.
***
Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti. Poi si alzò, spense la telecamera e tornò con un asciugamano. Mi pulì lentamente, quasi con cura, e quel contrasto dopo tanto sesso crudo mi sembrò stranamente intimo. Quando ebbe finito, mi diede un bicchiere d'acqua e si sedette davanti a me sul letto.
—Potresti farlo —disse senza giri di parole—. Non ti mancano il corpo, l'atteggiamento o la fame. Ma funziona soltanto se vuoi davvero farti carico di ciò che comporta.
Guardai l'asciugamano, poi lo specchio, poi le mie gambe ancora aperte. La vera domanda non era se potessi farlo. Era se avessi il coraggio.
—È questa la parte che mi ha sempre frenata —ammisi.
—Allora forse la tua vera fantasia non è la fama —rispose—. Forse è questo confine. Restare sul punto. Provarci. Sapere che puoi.
Le sue parole mi lasciarono a riflettere più di quanto mi aspettassi. Mi vestii lentamente, sistemando l'uniforme sulla pelle ancora sensibile. Prima che me ne andassi, mi porse una piccola chiavetta.
—Portatela via. Guardala quando vuoi. Decidi dopo chi vuoi essere.
La presi senza promettere nulla. Uscii dalla suite con le gambe molli e la fica ancora pulsante. Scesi in ascensore come se portassi un segreto vivo tra le cosce. Quando mi vidi nello specchio della hall, spettinata quel tanto che bastava e con la bocca gonfia di baci, capii che qualcosa era cambiato.
Non diventai subito un'attrice porno. Non corsi a cercare studi né a gridare al mondo la mia voglia di essere al centro di tutti gli sguardi. Ma quella notte mi diede una verità che non potei più negare: la mia fantasia non era un capriccio passeggero né una posa. Era parte di me. Il desiderio di esibirmi, di essere registrata, di lasciare che mi vedano godere, di offrire il mio corpo senza vergogna perché mi piace farlo.
E da allora, ogni volta che chiudo la porta della mia stanza e tiro fuori quella chiavetta, torno a guardarla. Mi vedo a quattro zampe, mi vedo aperta, mi vedo mentre succhio, mi vedo venire davanti a una telecamera. A volte mi masturbo fino a venire con il giocattolo sepolto dentro e l'altra mano stretta alle lenzuola. A volte mi fermo proprio prima e lascio che la frustrazione mi bruci.
Perché forse questo è il mio vizio più grande: non solo fantasticare di essere guardata, ma restare a un passo dal realizzarlo completamente. Sapere che ho potuto farlo. Sapere che posso ancora farlo. Sapere che, se un giorno mi stancherò di fingere, basterà aprire le gambe e guardare dritto nell'obiettivo.
E allora sì, che mi guardino tutti.

