Il contratto che accettò per essere la sua schiava
Dieci anni dopo l’addio, lui la osservò sopra il caffè e seppe esattamente come aiutarla. E cosa avrebbe chiesto in cambio.
Dieci anni dopo l’addio, lui la osservò sopra il caffè e seppe esattamente come aiutarla. E cosa avrebbe chiesto in cambio.
Le avevano detto che il secondo giorno non ci sarebbe stata pietà. Quello che non sapeva era fin dove fossero disposte a spingersi le due signore della sala bianca.
Bruno credeva di avere il controllo su tutto: la sua ragazza, l’amante e il suo orgoglio. Non sapeva che quella notte avrebbe perso tutto insieme.
Lo legai con un guinzaglio sottile attorno a tutto ciò che gli importava e, quando tirai per la prima volta, seppi che quella notte sarebbe stata mia dall’inizio alla fine.
Quando la porta dell’armadio si chiuse e restammo al buio, sentii la sua mano risalirmi la gamba. Avevamo solo dieci minuti.
Ho sempre avuto una fissazione strana. Quel pomeriggio decisi che il mio migliore amico sarebbe stato il primo a obbedirmi, in ginocchio e senza nulla da nascondere.
Avevamo firmato l’accordo e scelto una parola di sicurezza, ma nulla mi preparò all’istante in cui la sua ombra emerse dal tunnel e smisi di sapere cosa fosse un gioco.
Pensavo che il mio segreto fosse al sicuro dietro una porta socchiusa. Non immaginavo che sarebbe finito stretto dentro il suo pugno.
Chiuse a chiave la porta del magazzino e si infilò il mazzo nel grembiule. Solo allora capii che quel pomeriggio non sarebbe finito con una predica.
Quando il suo ragazzo se ne andò sbattendo la porta, lei rimase in piedi nella mia cucina, scalza, in attesa che io dicessi la prima parola della sua nuova vita.
Ogni volta che battevo la fiacca pagavo con ortiche, frustate e i suoi stivali infangati. E la cosa peggiore era che una parte di me ormai aspettava la punizione successiva.
Passò a prendermi, indicò la sua guancia perché la baciassi e capii che stavolta gli ordini non sarebbero rimasti in camera: sarebbero iniziati salendo in macchina.
Era rimasto un mese legato al suo desiderio. Quella notte, Selene avrebbe deciso quando, come e quanto dovesse soffrire prima di lasciarlo finalmente venire.
Prima di ogni ripresa indossava la maschera e smetteva di essere se stesso. Sapeva che lei non avrebbe finto neanche uno dei colpi, ed era proprio questo che pagava.
L’ho scoperto mentre si masturbava da solo e avrei dovuto andarmene vergognandomi. Invece sono rimasta, scalza davanti a lui, in attesa che mi dicesse cosa fare del mio corpo.
Per un anno avevo ingoiato in silenzio le sue prese in giro. Quel pomeriggio, quando mi afferrò la camicia per umiliarmi, la mia mano trovò dove stringere.
Quando mi cambiarono il collare rosso con quello verde, capii che non c’era più nessuno a impedire a quei canini di affondare nella parte più sensibile del mio corpo.
La vidi legata al carro, nuda e in silenzio, e invece dell’orrore provai invidia. Il mio padrino mi avvertì che non c’era ritorno; io volevo solo sapere come si firmava.
Quando mi svegliai spezzata sul letto di marmo, capii che esisteva una sola persona al mondo capace di farmi sentire amata: l’uomo che mi insegnò a desiderare il dolore.