Quello che ho fatto prima di darle il primo colpo
Il culo di Renata è lì, offerto, grande e rotondo, raccolto su se stesso, duro e sollevato. Una fessura verticale lo attraversa dall’alto in basso come una bocca sul punto di parlare. Non si muove. È esposto, in posizione di punizione, con l’insolenza di chi sa di avere qualcosa di cui vantarsi. Lo noto nel modo in cui la sua pelle regge la luce del pomeriggio e la restituisce tiepida, quasi grata.
Quelle natiche si aprono per me perché mi appartengono. E questo mi accende in un modo che non so spiegare con parole pulite. Le guardo e qualcosa nello stomaco mi si contrae. Non è fame. È la sensazione di respirare di colpo dopo aver trattenuto il fiato troppo a lungo sott’acqua.
Mi avvicino piano, ma non sono tranquillo. Il corpo mi bolle, le cosce tese, il cazzo già a spingere la patta dei pantaloni di pelle. Sono stato io a imporle questa postura e lei ha obbedito. Cammino quel tanto che basta perché mi senta, perché il suo culo presagisca che qualcosa sta arrivando. Lo inarca ancora un po’, lo presenta quasi volesse che glielo disegnassi con le dita.
Il pavimento di legno scricchiola sotto i miei stivali. Fisso gli occhi sulla sfera perfetta formata dai suoi glutei, sul modo in cui si incurvano con grazia per unirsi alle cosce. C’è un sudore precoce che le scende lungo la curva della natica sinistra, denso, salato, e si insinua tra le pieghe come una confessione che lei non vuole fare ad alta voce. Il suo respiro diventa consapevole. Ogni volta che prende aria, la schiena le si tende di un millimetro in più.
È esposta. Assorbe il desiderio e lo trattiene dentro, in quella fessura di calore che mi offre. Il culo resta immobile, ma trema appena, anticipando il dolore che ancora non arriva. Aspetta l’inevitabile. Sola, carica di una potenza che cresce, dipendendo dal fatto che il suo padrone decida di aver pietà o di abbandonarsi al proprio sfrenamento. Sogna che le mie mani la accarezzino. Sogna che la mia frusta osi segnarla.
Alzando lo sguardo vedo i suoi seni pendere, coronati da capezzoli tesi che ora guardano il pavimento. Salgono e scendono a ogni respiro, come se aspettassero di essere munte. Il gesto successivo è ancora reversibile. Tutto è sospeso in quell’istante precedente.
Non c’è più fretta. La fretta non serve davanti a chi esige di arrendersi. Ci accordiamo su un unico battito, calibrato, preparandoci al primo colpo.
Mi avvicino ancora di un passo, con rispetto. Il suo odore di sesso eccitato e di culo aperto mi arriva dritto. La pelle è di un bianco pallido con riflessi di ocra addormentata, e si fa ombra azzurra dove la luce non arriva. C’è un pelo biondissimo, ritto, pronto a essere schiacciato dal rossore che penso di provocarle. La valle che si apre tra le sue natiche mi fa sentire come Mosè davanti al mare diviso. I suoi fianchi sostengono insieme la paura del dolore e il desiderio del mio dominio. È terra da conquistare, da possedere, da insegnare.
Il suo sesso spunta timido tra le cosce. Due labbra carnose, morbide e completamente depilate lasciano filtrare un’umidità lenta. In me cresce un impulso quasi infantile di gridare per celebrare il mio stesso desiderio. La frusta riposa nella mia mano, ancora vergine d’uso, con quella quiete limpida che hanno gli oggetti prima di compiere il loro destino. Il cuoio conserva una tenue lucentezza, come se ricordasse ancora l’animale da cui è nato.
Osservo come il suo ano si contragga appena. I bordi si arricciano e si distendono, trattengono un’umidità che non si vede, solo si intuisce in piccole perle sulla pelle. Il corpo capisce prima della testa. E lo capisce meglio quando lei fa forza per aprire di più le natiche e chiamarmi con un movimento oscillante dei fianchi. Le dita si aggrappano ai bordi dei glutei e li tirano. Tira finché tutto non è una fessura.
So perfettamente che cosa pretende.
Vuole che mi avvicini e le ficchi il cazzo nel buco. Che dimentichi la punizione e, con un po’ di fortuna, le conceda il permesso di venire. Mi trattengo senza staccare gli occhi da quel culo magnifico. Fa male, mi tortura, ma questo è il piacere del padrone: dire di no. Lei sa che con ogni scossa di fianchi sono un po’ più dentro, un po’ più vinto. E questa lotta interiore mi riempie di potere. La sua capacità di seduzione aumenta quando le sue tette spingono ansimi spezzati che cercano di attrarre il maschio.
Renata è già tesa prima di sentire il primo strappo. È come se qualcosa mi tirasse in avanti, non da fuori, ma da un punto interno che ha deciso di avanzare senza consultarmi. Il fuoco è lì davanti. Resisto ancora una volta. Non molto. Quel tanto che basta per verificare che sono ancora io a decidere. E in questa resistenza appare qualcosa di inatteso: una forza più densa, più primitiva, che nasce proprio dal freno.
Il mio corpo si fa pesante, compatto, ogni fibra che tira in direzione opposta al desiderio. Eppure avanzo. Millimetri. Il culo non cede, ma non si consegna del tutto neppure. Contratta. Seduce.
Un piacere scuro e denso mi sale dal cazzo e mi attraversa la gola come un lungo sorso di mezcal. Brucia. Rimane. Striscia piano, cerca il suo posto dentro di me. Non posso espellerlo. Non voglio nemmeno.
La sua figa batte, rossa, e non è un rosso qualunque. È un rosso che riconosco, che mi chiama perché riconosce me. Crede che cederò. Ma sa che non arriverò debole. C’è qualcosa in quella vicinanza, nella sua sottomissione già pronta, che la rende irresistibile.
Indurisco lo sguardo. Lo affilo per sottomettere il fuoco invece di lasciarmi consumare da esso. C’è un modo di governarlo senza entrarci, di avvicinarsi senza scomparire. Ho imparato a tendermi abbastanza da arrivare intero. E in mezzo a questa esatta contraddizione, qualcosa dentro di me si fa padrone.
— Metti le mani sul tavolo e non muoverti —le ordino con la voce del padrone che rinasce a ogni sessione.
***
Tocco il culo con la punta delle dita. È caldo prima ancora di cominciare, un calore onesto che promette. Sa di umidità trattenuta, di fame, di attesa. Se appoggio tutta la palma ne sento la fermezza senza concessioni, il suo rifiuto assoluto di cedere. Si offre, seduce, resta.
La fessura mi attira. Voglio infilare le dita. È una ferita senza sangue, una storia da aprire. Là le natiche si spezzano un po’, come se avessero deciso di fidarsi. La accarezzo a lungo. Non penso. Cerco di capire la forma, la curva, il peso, quelle due cunette che uniscono i globi voluminosi alle gambe. Ascolto ciò che mi chiede con il solo tatto.
La luce scende obliqua e accende i bordi, disegna ombre morbide che mi mostrano il rilievo, le piccole promesse dove forse le mie dita troveranno rifugio. La temperatura della stanza accompagna: né spinge né trattiene. Tutto sembra sospeso in questo istante preliminare, come se il mondo sapesse che qualcosa sta per esplodere e tacesse per non rovinarlo.
Dentro di me cresce una passione trattenuta, lenta, profonda. La mia mente si sospende nella stessa sfera in cui lei respira, ed è lì che ci incontriamo. Sento la forza nelle braccia, sì, ma soprattutto sento il cazzo schiacciarmi contro la patta di pelle, che non può fare altro che cedere in un’elevazione nera e tesa. Quell’erezione è ancorata alla piena attenzione del momento.
Non voglio sottometterla ancora. Voglio eccitarla. Voglio provocare quel grido ancestrale fatto di pressione e fiducia, degli errori piccoli e dei minimi successi che abbiamo commesso per arrivare a questo patto. Ma non ancora. Adesso la accarezzo soltanto con appena aria tra la mia mano e la sua natica, respirando con lei, lasciandoci trascinare dalla gravità e dal tempo.
Lei si spazientisce. Anch’io, un po’. Ci sono istanti che sono come pomelli di una porta sul punto di cedere, e questo è uno di quelli. So che quando mi lancerò non sarà un atto di forza, ma di rivelazione. Perché prima di segnarla, ha già cominciato a appartenermi un po’ di più.
Tengo la frusta ferma per un momento senza muoverla.
Il cuoio è lungo, flessibile, perfettamente equilibrato, come un serpente. Il peso non cade morto nell’impugnatura né si perde nella coda: si distribuisce, scorre, c’è continuità. Ogni tratto risponde al precedente come una catena di pensiero ben tracciata. Passo la coda lungo la fessura di Renata. Compatta, chiusa, senza vuoti. L’intreccio fine parla di ore di mano paziente, di qualcuno che sapeva esattamente quanta tensione dovesse sopportare ogni striscia.
Appoggio il manico sul suo ano. Ha un peso breve che rassicura: né troppo leggero, che renderebbe goffo il gesto, né troppo pesante, che ammazzerebbe la velocità. Lo spingo appena contro la carne che sprofonda. Si incastra come si incastrano le mie dita nella sua figa. Appena un sospiro. Un ansito che resta sospeso nel silenzio del nostro rituale, prima delle urla e delle suppliche.
Lo distendo nell’aria. Un metro e mezzo, forse un po’ di più contando la coda, disegna una linea morbida. Il cuoio ha un odore profondo: grasso, fumo lieve, terra secca. Un odore antico che risveglia qualcosa di primordiale.
Le natiche di Renata si tendono, poi si rilassano e si riaprono. Il suo respiro accelera. Le gambe le tremano con una vibrazione sorda.
L’aria adesso è diversa. Più sottile. Più sincera.
— Lo senti? —le chiedo senza toccarla, mentre faccio volare la coda della frusta a un palmo dalla sua pelle.
Non risponde subito. Trattiene l’aria. Il suo culo occupa tutto il centro della scena.
— Non ancora… —dice infine, con la voce stretta—. Ma lo desidero, mio padrone.
Sorrido, anche se lei non mi vede.
— Non ho ancora cominciato. Sto ancora godendo della tua postura e del tuo culo.
Arrossisce. Lo sento persino sulla pelle delle natiche.
Il suo corpo si china di un millimetro in avanti. Il culo si offre meglio.
— Sento che… —ingoia saliva— che se non lo fai già adesso, la fica mi esploderà, signore.
— Non ancora.
La frase cade pulita, senza ornamenti.
Lei gira un poco la testa, quanto basta per cercarmi senza smettere di guardare il pavimento.
— Te lo supplico, mio padrone.
Lascio passare un secondo. Quel tanto che basta.
— Ti ho dato permesso di guardarmi? Non sei pronta ancora.
La risposta apre qualcosa di scomodo tra noi. Lei preme le dita dei piedi contro il pavimento e chiude le mani su se stesse.
— Ma sono in posizione —dice—. Sono già pronta, signore.
— Quella posizione non è quella giusta e lo sai.
Un’altra pausa, più lunga.
— Così, mio signore?
Allarga un po’ le gambe. Il petto sale, resta in alto un istante, i capezzoli scendono lentamente. La schiena si inarca del tutto. La sua testa resta immobile, inclinata. Troppo perfetta per non fermarmi un momento ad ammirarla.
— Ho paura, signore —dice infine, senza giri di parole.
— Bene.
— Ma lo desidero —corregge, più tesa—. La mia resa è completa.
Faccio un altro passo verso il suo culo, lucido per la luce del pomeriggio. Proprio al limite in cui la mia voce la raggiunge.
— È arrivato il momento —le annuncio—. Sei pronta?
Corruga la fronte e ansima come se avesse appena corso. Qualcosa si incastra nel suo corpo.
— Sono pronta, padrone.
— Ti sbagli.
La certezza ordina al posto mio.
— Puoi frustarmi —aggiunge lei—. Signore?
Il cuoio scricchiola nella mia mano come se sapesse che il suo destino dipende da un ultimo gesto, come se tutta la sua ragione d’essere fosse sospesa in questo istante in cui non è ancora accaduto niente.
— Sto aspettando —le dico.
Lei chiude gli occhi per un istante. Li riapre. Guarda di nuovo davanti a sé, come se cercasse di vedere oltre il muro che ha davanti.
— Sono pronta… —dice—. Frustami, signore.
Il movimento nasce piccolo. Uno spostamento minimo del mio braccio all’indietro che non si corregge più. La coda vola dritta verso il suo destino ed esplode contro la carne. Lei si contrae e respira a fondo.
— Uno, sono tua, padrone.