La notte nel club in cui mia moglie non volle fermarsi
Scesi in pista pensando di avere tutto sotto controllo. Tre ore dopo ero diventato un semplice osservatore di qualcosa che non mi apparteneva più.
Scesi in pista pensando di avere tutto sotto controllo. Tre ore dopo ero diventato un semplice osservatore di qualcosa che non mi apparteneva più.
Quando tolsero il confinamento, avevo troppo desiderio da sopportare. Uscii di casa deciso a trovare ciò di cui avevo bisogno, senza immaginare che sarebbero stati in tre.
Alcuni mi chiedono foto prima ancora del ciao. Altri mi chiamano cose che non avevano il permesso di dire. Ecco le perle che conservo nella posta, con nomi ben cambiati.
Salii le scale con il cuore che mi martellava come a un adolescente. Lei mi aspettava sopra, e io non sapevo ancora che quella sarebbe stata la notte che mi avrebbe lasciato senza niente.
Avevo vent’anni e un ragazzo che mi aspettava a casa. Quel pomeriggio di caldo, accanto alla piscina, scoprii quanto può bruciare il corpo quando si decide di lasciarsi andare.
Portavo in testa un solo pensiero fisso da settimane, e quella domenica sugli spalti del campo da rugby trovai finalmente il modo di realizzarlo.
Si accovacciò per mostrarmi i suoi braccialetti e il suo sguardo scese sul mio seno. In quell’istante capii che non avrei lasciato quella spiaggia essendo ancora la stessa donna.
Ci sono cose che una non racconta mai a nessuno. Questa è quella che mi sono tenuta per anni, quella che ancora mi fa tremare quando passo davanti a quel cinema.
Llevavo settimane a masturbarmi ogni notte immaginando quello che lei viveva davvero. Finché un giovedì mi misi davanti allo specchio e decisi di smettere di immaginarlo.
Quella notte siamo scese ventidue scalini fino al seminterrato dove suonava il sax. Quello che è successo laggiù non l’ho mai detto a nessuno.
Quando Carla mi ha chiesto se volevo rifarlo, sapevo già la risposta prima che finisse la frase. Non sapevo fino a che punto sarei arrivata quella notte.
Gli aprii la porta per farlo riparare dal diluvio. Non immaginavo che sarei finita in ginocchio davanti a lui, né che anche i suoi quattro amici avrebbero bussato.
Sono salita al settimo con il secchio in mano e il cuore a mille. Nessuno dei due credeva più alla scusa delle pulizie, e a me smise di importare.
Incrociai le braccia per nascondere ciò che il freddo della sala aveva tradito in me. Poi si sedette accanto a me, senza chiedere permesso, come se il posto fosse suo.
Scendevo le scale di quel seminterrato con il cuore in gola e, prima ancora di pensarci due volte, ero già in ginocchio nella cabina in fondo.
Facevo pagare caro e sceglievo con chi. Quell’invito sullo yacht sembrava uno qualunque, finché in spiaggia non apparve l’unico che non volle trattarmi come le altre.
Mi radevo, indossavo la parrucca e i tacchi, e parlavo alla camera come se qualcuno sarebbe venuto davvero. Una notte, qualcuno venne.
La prima notte sotto il lampione, col freddo che mi tagliava il viso, capii che la mia androginia poteva essere un’arma. Dovevo solo resistere fino ad avere il corpo che avevo sempre desiderato.
Quando il vecchio mi disse «vieni quindici giorni e non fare domande», avrei dovuto rifiutare. Invece presi la borsa e salii sul furgone senza guardarmi indietro.
Salì quegli scalini con il cuore a mille, senza immaginare che sarebbe uscita dall’appartamento trasformata in un’altra persona e con un nome di donna sulle labbra.