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Relatos Ardientes

Io e mia madre in quella stanza di luce bianca

Carla sentì la porta e le si illuminò il viso prima ancora di rendersene conto. Mateo entrò con i capelli incollati alla fronte dal sudore dell’allenamento, lasciò cadere lo zaino e restò a guardarla come se la vedesse per la prima volta. Lei aveva trentacinque anni, cresceva da sola suo figlio dai diciassette, lavorava come segretaria in un negozio di articoli sportivi e a quell’ora del pomeriggio sapeva di disinfettante e di stanchezza. Eppure lui la guardava così.

—Ciao, tesoro mio —sussurrò, aprendosi a un abbraccio diventato ormai abitudine.

Il corpo del ragazzo si adattò al suo con una naturalezza nuova. Diciannove anni appena compiuti, un palmo più alto di lei, le spalle indurite da due stagioni consecutive di rugby. E allora lo sentì. Duro, preciso, premuto sotto l’ombelico attraverso i pantaloni di lui. Un’erezione. Un cazzo davvero duro, grosso, che si segnava contro il suo ventre per stringere lei tra le braccia.

Avrebbe dovuto staccarsi. Non lo fece. Restò immobile, misurando il proprio tradimento nell’elettricità che le correva lungo la schiena. È mio figlio, pensò, sto perdendo la testa. Ma la sua mano salì sulla nuca di lui, giocando con i capelli corti e umidi, senza permesso.

—Vai a farti una doccia —disse infine, colpendogli il petto con due dita proprio dove, un secondo prima, aveva sentito la prova di quel desiderio—. Puzzi di ragazzo sudato.

Mateo non si mosse subito. La guardò con una nuova intensità, gli occhi scuri che le percorrevano il viso come se stesse incidendo una mappa.

—Sei più bella che mai, mamma —disse a bassa voce.

Non era il complimento di un bambino. Era la dichiarazione di un uomo a una donna. A Carla salì il calore alle guance e, sotto il sottile vestito primaverile con cui stava pulendo, sentì i capezzoli indurirsi contro la stoffa. Sorrise come poté e lo spinse verso il bagno con una battuta che non le uscì del tutto.

***

Il colpo alla porta arrivò quando lui era ancora sotto la doccia. Non era un richiamo: era un pugno. E poi la voce che Carla odiava più di ogni altra.

—Apri la porta, puttana! So che sei lì!

Dario, il padre biologico di Mateo, entrò senza permesso, odorando di birra scadente e disgrazia altrui. Veniva a chiedere soldi, come sempre. Cinque volte in due anni. Questa volta con la scusa di un viaggio e di una presunta nuova famiglia che nessuno aveva mai visto.

—Non hai nessuno nella tua cazzo di vita —gli sputò Carla—. Nessuno ha mai potuto sopportarti. Sparisci da casa mia.

Dario alzò la mano. Lei si ritrasse. Il colpo non arrivò: dal corridoio uscì Mateo, con l’asciugamano ancora al collo, il corpo ancora bagnato e il viso irrigidito da qualcosa che lei non gli aveva mai visto addosso.

—Non parlargli mai più così.

—E tu chi ti credi di essere, ragazzo?

Il primo pugno del padre colpì Mateo alla mascella. Carla gridò. Il secondo, quello che restituì Mateo, fece vacillare Dario contro il tavolo. Quello che venne dopo fu rapido e brutto: due uomini che si picchiavano per lei, per il suo onore, per una casa che all’improvviso sapeva di sudore e sangue. Carla compose il numero della polizia con dita tremanti e mentì: «stanno arrivando». Bastò. Dario sputò a terra, promise che sarebbe tornato e se ne andò.

—Maledizione, tesoro mio, fammi vedere —Carla lo fece sedere sul divano e gli avvolse la mandibola in un panno con ghiaccio. Le tremavano le mani. Lui la guardava senza sbattere le palpebre.

—Grazie per avermi difeso —sussurrò lei—. Come un uomo vero.

—Vale la pena lottare per una donna come te.

Lo disse lentamente, pesando ogni parola. E si chinò verso di lei. Fu solo un bacetto, uno sfiorarsi di labbra, ma Carla sentì una corrente scenderle per il corpo, dritta al cazzo. Mateo si ritrasse, come stupito della propria audacia. Si guardarono. Lui vide nei suoi occhi qualcosa che non era gratitudine. E si chinò di nuovo.

Questo secondo bacio fu diverso. Fu un bacio vero, con la bocca aperta, con la lingua timida che cercava la sua, con tutti gli anni di affetto trattenuto che spingevano per uscire tutto insieme. Carla non si tirò indietro. Carla rispose, succhiandogli il labbro inferiore, lasciando che la lingua del figlio le entrasse in bocca come se non avesse mai fatto altro.

Una sirena lontana li riportò al mondo. Si separarono come se bruciasse. La polizia venne, prese nota e se ne andò promettendo una pattuglia che non sarebbe mai arrivata.

***

Quella notte, Carla non riuscì a dormire da sola. Andò nella stanza di suo figlio in camicia da notte, scalza, e gli chiese in un sussurro di dormire con lei. Lui non fece domande. Si stesero schiena contro petto, con un abisso di aria finta tra i due, finché il braccio di Mateo non le passò sopra la vita e la mano calda si posò sul suo ventre.

—Non avere paura, mamma. Sono qui.

Carla sentì di nuovo la pressione dura contro le natiche attraverso la camicia da notte. Il cazzo del ragazzo, incastrato perfettamente tra le due mezze lune del suo sedere, che pulsava. E ancora una volta non si mosse. Gli piace sentirsi desiderato, pensò, nauseata di sé stessa e, nello stesso tempo, bagnata come non lo era da anni, con le mutande che cominciavano ad appiccicarsi al cazzo.

All’alba aveva già deciso la fuga. Qualche giorno in strada, lontano da Dario. Il vecchio furgone, uno zaino con i panini, la strada aperta. La sua capa, doña Beatriz, le firmò il permesso senza fare domande. Mateo era ancora in vacanza dalla scuola. Partirono a mezzogiorno del giorno dopo, con la radio accesa e una falsa sensazione di libertà.

Il primo motel lungo la strada aveva solo una stanza libera, con letto matrimoniale. Carla guardò la chiave nella sua mano come se fosse una sentenza. Quella notte si sdraiò vicino al bordo del materasso, in maglietta e mutandine di cotone, sentendo suo figlio respirare a trenta centimetri da lei. Quando si svegliò in piena oscurità, aveva una mano d’uomo sulla natica. Non era casuale. Le dita si muovevano, esploravano, prendevano possesso attraverso la stoffa sottile, stringendo la carne morbida del culo, scendendo fino a sfiorare la piega calda tra le cosce. Carla finse di girarsi nel sonno e la mano si ritirò come quella di un ladro sorpreso. Ma il calore tra le cosce era già lì, traditore, in attesa, a inzuppare il cotone.

Il giorno dopo, in strada, Mateo non guardava il paesaggio: le guardava le cosce ogni volta che lei cambiava marcia e la gonna corta si sollevava di un centimetro. Carla, invece di abbassarsi il vestito, lo lasciò fare. Qualcosa era cambiato dentro di lei e si rifiutava di dargli un nome.

***

La luce apparve dopo le undici di sera, quando non c’era più benzina e nessun motel li accettava. Una sola luce bianca, troppo bianca, troppo concentrata, che veniva dritta incontro dalla strada vuota. Carla spense i fari e frenò sul ciglio.

—Mamma, quello non è un camion.

La luce cambiò traiettoria e si abbatté direttamente su di loro. Carla girò la chiave nel quadro. Niente. Provò ad aprire la portiera. Bloccata. Non ci fu rumore, non ci fu esplosione: solo un bianco assoluto che inghiottì tutto, come il flash di una macchina fotografica grande quanto l’universo.

***

La prima cosa che tornò fu un ronzio nel cranio. Carla aprì gli occhi e non c’era né sopra né sotto: solo candore. Era sdraiata su qualcosa di liscio e, cercando di muoversi, scoprì che poteva soltanto girare il collo. Era nuda. La consapevolezza bastò a farle scattare il panico.

Tre figure si materializzarono dall’aria. Tre sagome grigie, slanciate, senza bocca né orecchie, con due pozzi neri al posto degli occhi. Una si avvicinò alla sua fronte e, senza aprire nulla che somigliasse a una bocca, le parlò dentro la testa.

«Tuo figlio sta bene. Sei stata incosciente per otto ore. La tua specie accumula troppo stress. Avevi bisogno di riposare.»

Carla tentò di urlare. La voce non uscì. Solo il pensiero disperato: dov’è Mateo?. La risposta arrivò come un’onda tiepida che spense il panico.

«Qui. Si sta svegliando.»

Girò il collo e lo vide: disteso su una barella bianca identica alla sua, completamente nudo. La paralisi cedette prima nel collo, poi nelle spalle, poi in tutto il resto. Si mise seduta lentamente sulla superficie fredda, con le braccia incrociate sul seno in un gesto inutile. Mateo si sollevò nello stesso momento, coprendosi il sesso con le mani. E la guardò. E lei, per una volta, non riuscì a fingere di non vedere ciò che vedeva: il rigonfiamento del cazzo del figlio che spingeva per uscire tra le dita.

—Stai bene, mamma?

—Sì, tesoro mio. E tu?

I tre grigi li circondarono in silenzio. Carla, esausta, lasciò uscire dell’ironia:

—Bene, Numero Uno, Numero Due, Numero Tre. Non potreste darci un asciugamano?

«La nudità è il vostro stato naturale. Non c’è bisogno di coprirla.»

***

Parlavano senza bocca. Le parole entravano direttamente nella testa, senza volume, senza accento. Dicevano di venire da lontanissimo, di non aver mai fatto del male a un essere umano e di voler solo osservare. Osservare, dissero, la dinamica tra una madre e un figlio maschio adulto giovane. Più avessero collaborato, prima li avrebbero riportati a casa.

Le ore si sciolsero. Carla e Mateo si abituarono all’aria impeccabile, al silenzio senza fondo, a stare nudi l’uno davanti all’altra. Parlarono di sciocchezze per non impazzire. Delle caramelle alla menta che lei portava sempre in borsa. Del video di un gatto che suonava la batteria e che lui non si stancava mai di guardare. E, poco a poco, le braccia si stancarono di coprirsi.

—Mateo, è ridicolo —disse lei, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi—. Sono stufa di coprirmi. Sembriamo modelli di un pittore frustrato.

Il seno rimase scoperto, sodo e pallido sotto la luce bianca. I capezzoli, scuri, irti, due punti a cui Mateo non poté non guardare. Lui ci mise di più. Ingoiò saliva, abbassò lentamente le braccia, e lì c’era: un cazzo duro impossibile da nascondere, grosso, giovane, sfacciato, che puntava verso l’alto contro il ventre piatto.

—Sei bellissimo, tesoro mio —gli disse lei, e la frase le uscì da sola, senza chiedere il permesso a nessuno. Le occhi andarono al glande gonfio, alla rete di vene lungo il fusto, ai coglioni stretti sotto.

Lui abbassò lo sguardo al triangolo scuro di peli tra le sue cosce, al contrasto con la pelle bianca, e gli sfuggì un sospiro quasi un gemito.

—È normale alla tua età —mormorò Carla, cercando di tornare nel ruolo di madre.

—Lo è. Ma questa è per te.

Lo disse senza sbattere le palpebre. Carla si morse il labbro. Ci fu un silenzio lungo, denso. Si avvicinò a lui e gli diede un bacio sulla fronte. Poi si sedette accanto a lui.

***

Allora apparve Numero Due. Senza transizione, senza porta, senza spiegazione.

«Perché considerate che questa attrazione sia sbagliata?»

—Perché ce l’hanno insegnato —rispose Mateo.

«Chi?»

—La scuola. La chiesa. La gente.

«E perché non lo mettete mai in discussione?»

Nessuno dei due ebbe una risposta. Numero Tre si materializzò accanto all’altro e continuò a spingere con la stessa calma chirurgica.

«L’avete accettato come avete accettato le guerre, la povertà, i patti sociali che non avete scelto. È programmazione, non convinzione.»

—Maledetti degenerati! —sbottò Carla, incrociando le braccia. Il gesto, nella sua nudità, non fece che sottolineare ancora di più il seno—. Volete che mi riproduca con mio figlio? È questo?

«Non vogliamo nulla. Stiamo solo segnalando che la vostra resistenza è ereditata, non ragionata. E che il desiderio tra voi due è presente da tempo, prima ancora di salire su questa nave.»

Il silenzio che seguì fu diverso da quello di prima. Pesante, preciso. Carla abbassò la testa e lasciò che i capelli le cadessero sul viso. Mateo la guardò come se la vedesse davvero per la prima volta. Le due figure grigie si dissolsero nell’aria.

***

Passarono ore. O forse minuti: lì il tempo non obbediva a nessuno. La sete cominciò a graffiare loro la gola. Carla sentì, per la prima volta, la possibilità concreta di non uscire più.

—Non voglio separarmi da te —disse Mateo, senza guardarla.

—Lo dici adesso —rispose lei, con la voce strozzata—. Ma te ne andrai. Se ne vanno tutti.

—Non sono come mio padre.

E si avvicinò. La strinse tutta, pelle contro pelle, senza niente tra loro. Carla sentì di nuovo il cazzo duro contro la coscia, a segnare la carne, lasciandole una scia umida di liquido preseminale sulla pelle. E questa volta non si raccontò nessuna bugia. Gli diede un bacio sulla fronte. Lui glielo restituì sulla bocca.

Carla si arrese. Gli restituì il bacio con la lingua, con fame, con tutti gli anni di solitudine stretti dietro i denti. Mateo rispose con una ferocia che sorprese perfino lui. Le mani di lui scesero lungo la sua schiena, trovarono la curva della vita, misurarono il fianco, si riempirono con le sue natiche. Lei gli portò le mani alla nuca e gli afferrò i capelli, mentre la punta del cazzo di suo figlio le si premeva contro il ventre, bagnandola sempre di più tra le gambe.

—Mamma… —mormorò lui contro il suo collo, scendendo con la bocca a leccarle il cavo della clavicola.

—Non dire niente. Non parlare.

Gli spinse la testa in basso, fino alle tette. Mateo aprì la bocca e le ingoiò il capezzolo destro per intero, succhiandolo come se avesse atteso quella bocca per diciannove anni. Carla lasciò uscire un gemito basso, animale, che non le usciva da anni. La lingua del figlio le girava intorno al capezzolo, lo premeva contro il palato, lo mordicchiava. L’altra mano di lui, quella libera, le strinse il seno sinistro, lo impastò, le pizzicò il capezzolo finché lei non inarcò la schiena.

—Cazzo, tesoro mio, così… così…

Lo spinse dolcemente finché non si sedette sulla barella bianca. Si inginocchiò sul pavimento, davanti a lui, con il viso all’altezza giusta. Il cazzo del ragazzo, duro, grosso, rosso in punta, le sfiorava il mento. Mateo aprì la bocca per chiedere e lei si portò un dito alle labbra.

—È la tua prima volta, tesoro mio. Deve essere qualcosa che ricordi per sempre. La mamma ti insegnerà come si fa.

Gli prese il membro con una mano, chiudendo le dita intorno al fusto, misurandone lo spessore, sorpresa da quanto fosse duro, da come pulsasse contro il palmo. Con l’altra mano gli accarezzò i testicoli, pesandoli, facendoli rotolare tra le dita con una delicatezza che fece tremare le cosce al ragazzo. Gli baciò la punta, un bacio umido, lungo, con la lingua che usciva a leccare la goccia di preseminale che brillava sul glande.

—Cazzo, mamma… —ansimò lui.

—Shhh. Guarda.

E se lo mise in bocca lentamente, molto lentamente, misurando ogni centimetro come se volesse memorizzarlo. Abbassò la testa fino a sentire il glande sfiorarle il fondo della gola, resistette lì un secondo e risalì succhiando con le guance infossate, lasciandolo uscire con un piccolo schiocco umido. Poi di nuovo. E ancora. Ogni volta più a fondo, ogni volta con più rumore, un gorgoglio osceno che riempiva la stanza bianca di suono carnale. La saliva cominciò a colarle sui coglioni del figlio e lei la raccolse con la mano libera per masturbarlo mentre lo succhiava.

Mateo le mise la mano sulla testa, non per spingere, ma per sorreggersi, con le dita impigliate nei suoi capelli. Una sola sillaba: «mamma». Un avvertimento. Le cosce gli tremavano. I coglioni si ritraevano dentro la sua mano.

Fu troppo veloce per lui. Ancora tre movimenti profondi, con Carla che lo guardava dal basso, gli occhi fissi nei suoi, la bocca piena di suo figlio, e venne, con uno spasmo che gli scosse tutta la colonna vertebrale. Carla lo accolse per intero, getto dopo getto che le colpiva il palato, la lingua, il fondo della gola, respirando dal naso, senza muoversi, ingoiando quello che poteva e lasciando che il resto le scivolasse dall’angolo della bocca fino al mento. Sapeva di sale, di figlio, di anni proibiti. Il suo stesso orgasmo la colse di sorpresa: senza essersi toccata, sentì il cazzo contrarsi in un’onda lunga, profonda, più mentale che fisica, alimentata dalla trasgressione, dal fatto puro e semplice di avere la sborra di suo figlio che le scendeva per la gola.

Quando lui si rilassò, lei non lo lasciò. Se lo tenne in bocca, morbido, ancora pulsante, sentendolo di nuovo indurirsi contro la lingua pochi secondi dopo. Il cazzo di Mateo, giovane, non aveva finito. Tornò a farsi duro dentro di lei.

Carla alzò lo sguardo. Ingoiò lentamente, fissandolo negli occhi, pulendosi il mento col dorso della mano e poi leccandosela. Mateo, col petto che salì e scese, non riusciva a credere a ciò che aveva appena visto.

—Mamma…

—Shhh. Che nessuno senta. Non abbiamo ancora finito.

Si rialzò, salì sulla barella e lo spinse sulla schiena. Si mise a cavalcioni sopra di lui, con le ginocchia ai lati dei fianchi, e sentì il glande del figlio, di nuovo duro, incastrarsi proprio all’ingresso fradicio del suo cazzo. Non servì guidarlo. Si lasciò scivolare giù lentamente, centimetro per centimetro, con la bocca aperta e gli occhi chiusi, finché non lo ebbe tutto dentro. Il cazzo del figlio che la riempiva per la prima volta. Il cazzo disteso intorno a lui, pulsante.

—Oh, tesoro mio… oh, amore mio… com’è grande, mio figlio…

Cominciò a muoversi. Su e giù, piano all’inizio, guardandolo negli occhi, appoggiando le mani aperte sul petto del ragazzo. I seni le sobbalzavano a ogni discesa. Mateo, con le mani sulla sua vita, non sapeva cosa fare, dove guardare, come respirare. Guardava in basso, dove il suo cazzo entrava e usciva dal cazzo di sua madre, lucido, umido, coperto di secrezione bianca.

—Guardami, tesoro mio —gli chiese lei, prendendogli il viso—. Guarda la mamma che ti scopa. Guarda come te la prendo tutta.

Accelerò. I fianchi cominciarono a rimbalzare contro i suoi con un rumore umido, carnale, osceno. Mateo, imparando, le affondò le dita nelle natiche e iniziò a spingere verso l’alto, trovandola a ogni discesa. I coglioni del figlio sbattevano contro il culo di lei. Carla gettò la testa all’indietro e gemette senza coprirsi, un gemito lungo, spezzato, che rimbalzò sulle pareti bianche.

—Così, figlio, così, non fermarti… fottemi, fottemi come un uomo…

Lui la afferrò, la girò con una forza che lei non gli sospettava, e la mise faccia in giù sulla barella. Le aprì le gambe con le ginocchia e la penetrò da dietro, con una sola spinta, fino in fondo. Carla si morse l’avambraccio per non urlare. Mateo la teneva per i fianchi e la prendeva con tutta la rabbia trattenuta di anni, con la forza del rugby, con la disperazione del figlio che finalmente possedeva la madre. Ogni stoccata le strappava un gemito corto, acuto, che lei lasciava andare contro la superficie fredda.

—Sì, amore mio, così, falla a pezzi, spaccale il cazzo alla mamma…

Le passò una mano sotto, cercò il clitoride gonfio e lo sfregò al ritmo delle spinte. Bastò mezzo minuto. Carla venne con un urlo lungo, stringendo il cazzo del figlio dentro di sé, e il tremore del suo cazzo intorno a lui lo disarmò. Mateo strinse i denti, la afferrò più forte, spinse altre tre, quattro volte più a fondo, e venne dentro di lei, riempiendola, marchiandola con una sborra calda che lei sentì colarle lentamente dentro.

Restarono così a lungo, incastrati, respirando forte, senza dire niente. Lui, ancora dentro. Lei, mordendosi le labbra, con lacrime che non seppe da dove venissero.

Quando finalmente il cazzo del figlio le scivolò fuori, lasciando un sottile filo bianco, Mateo si lasciò cadere al suo fianco. La abbracciò da dietro. Le baciò il collo, la spalla, la nuca. Le mise la mano aperta sul ventre, proprio dove era iniziato tutto, nello stesso punto in cui le aveva appoggiato l’erezione il primo pomeriggio.

—Grazie, mamma —disse lui piano.

—Grazie a te —rispose lei, girandosi per baciarlo, carezzandogli la guancia—. Mi hai fatto sentire quello che ormai credevo di non riuscire più a sentire.

Lei capì, in quel momento, che li stavano ancora osservando. Lo capì con la stessa certezza con cui sapeva qualsiasi altra cosa. Che guardino, pensò, con la sborra del figlio ancora che le colava lungo la coscia. Che imparino. Se quella stanza bianca era tutto ciò che restava loro, non avrebbe chiesto perdono per essere felice lì dentro.

Mateo chiuse gli occhi e appoggiò la testa sulla sua spalla. Carla sentì il peso di suo figlio, del suo uomo, del suo tabù, e non si mosse. Fuori dal silenzio, i tre grigi prendevano nota di qualcosa che da secoli non riuscivano a comprendere.

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