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Relatos Ardientes

Ciò che io e mio figlio abbiamo fatto durante il confinamento

Metterò per iscritto quello che è successo negli ultimi anni della mia vita, prima che il cancro finisse il suo lavoro. Non cerco perdono, né scandalo. Voglio solo che questo resti da qualche parte, dove qualcuno lo legga con la mente aperta e capisca perché ho preso le decisioni che ho preso.

Mi chiamo Beatriz, ho quarantaquattro anni, sono infermiera di cure palliative in un ospedale del centro di Zaragoza. Ho passato metà della mia vita ad accompagnare altri nei loro ultimi mesi, quindi quando è arrivato il mio turno sapevo benissimo cosa avevo davanti.

Mio marito è morto un anno prima che il mondo si chiudesse per la pandemia. Una malattia lunga, senza sorprese, che mi ha lasciato vuota e con un figlio giovane che adoravo. Mateo aveva diciannove anni quando abbiamo seppellito suo padre. Era un ragazzo timido, casalingo, troppo serio per la sua età. Tra noi due ci siamo chiusi a riccio come due soldati nella stessa trincea, e da quella perdita è nata una complicità che molti matrimoni invidierebbero.

Poi arrivò marzo, e con marzo il confinamento. Da un giorno all’altro passammo a vivere ventiquattr’ore su ventiquattro nello stesso appartamento, due persone adulte in settanta metri quadrati, parlando di tutto e di niente. Parlammo di suo padre, parlammo di me, dei miei ex, della sua prima fantasia sessuale con una compagna di università. Ci confidammo come non avevamo mai fatto.

Dovrei descrivermi, perché importa per quello che viene. Sono alta, ho un seno generoso, i fianchi larghi e il viso, secondo quanto mi hanno detto per tutta la vita, piacevole. Suo padre e io non ci siamo mai nascosti davanti a Mateo: in questa casa ci si baciava, ci si toccava e si rideva in ogni angolo. È cresciuto vedendoci. Non lo ha traumatizzato, lo ha educato.

La mia vita sessuale, che con suo padre era stata intensa, si era interrotta di colpo con la vedovanza. Lo sentivo sulla pelle, nell’umore, nel modo in cui dormivo. E Mateo, che era un ragazzo osservatore, lo notava anche lui. Sapeva benissimo che si masturbava quasi ogni giorno in camera sua, ma curiosamente non trovai mai pornografia sul suo computer. Quello che trovai, invece, senza volerlo, furono cartelle piene di mie foto. Foto che aveva scattato lui stesso in casa, chiedendomi pose sciocche, suggerendomi vestiti, ridendo come se fosse un gioco.

Il giorno in cui compì vent’anni, lo festeggiammo soli io e lui con una torta del supermercato e una bottiglia di cava. Quella notte, già un po’ brilli, avemmo la conversazione che cambiò tutto.

—Mamma —mi disse, guardando il bicchiere—, non hai pensato di ricominciare a uscire con qualcuno? So che il sesso ti manca. Non la vedrei male, davvero.

—Figlio, certo che mi manca —gli risposi, senza pensarci fino in fondo—. Ma adesso non ne ho voglia. Non mi vedo a conoscere nessuno.

—Dimmi come potrei aiutarti io.

Scoppiai a ridere, nervosa.

—E come dovrebbe fare un moccioso ad aiutare sua madre in una cosa del genere?

—Siamo soli. Potremmo giocare a carte togliendoci i vestiti, sfidarci a toglierci dei capi. Potrei farti un servizio fotografico piccante. Non so, magari ti tiro su il morale.

—E a te, di passaggio, si tira su anche un’altra cosa, no?

Lui rise, ma non distolse lo sguardo. E nemmeno io distolsi il mio. Abbassai per un secondo gli occhi fino al rigonfiamento che già gli si vedeva sotto il pantalone del pigiama, e tornai a guardarlo senza fingere nulla. Se ne accorse. Ce ne accorgemmo entrambi.

Quella conversazione mi accompagnò tutta la notte. Mi misi a letto e, per la prima volta da mesi, mi toccai pensando a qualcosa di preciso. Pensando a lui. Al suo cazzo duro sotto il pigiama, a come gli si sarebbe gonfiato guardandomi le gambe accavallate sul divano, a come sarebbe stato sentire quella bocca giovane tra le cosce. Mi infilai due dita e venni in meno di un minuto, mordendo il cuscino per non farmi sentire dall’altra parte della parete. Mi addormentai a disagio con me stessa e, al risveglio, la prima cosa che pensai fu che volevo rifarlo.

Due giorni dopo feci un doppio turno in ospedale e, uscendo, avevo un appuntamento con lo specialista per alcuni dolori alla schiena che mi portavo dietro da settimane. Me lo dissero in una visita breve e pulita, come facciamo noi professionisti quando non c’è margine per addolcire nulla. Cancro. Stadio due. Con i trattamenti disponibili, una ragionevole aspettativa di cinque anni.

Uscii dall’ospedale camminando piano. Non piansi. Non ne fui capace. Potevo pensare solo a Mateo. Suo padre se n’era andato un anno prima, e adesso sua madre se ne andava a breve. Non era giusto, cazzo, non era giusto per lui.

***

Mi presi i due giorni di permesso che mi diedero per decidere come avrei vissuto quello che mi restava. Non gliel’avrei detto subito. Non avrei distrutto anche il confinamento. Quello che decisi, però, fu un’altra cosa: che finché mi fosse rimasto un corpo, l’avrei usato.

Al mio ritorno a casa lo trovai sul divano, con quello sguardo da cucciolo preoccupato.

—Ciao, mamma. Com’è andata in questi due giorni?

—Bene, figlio. Lasciami fare la doccia e poi continuiamo la conversazione del compleanno, va bene?

Vidi come gli si illuminò il viso. Sapevo benissimo cosa gli passava per la testa, e a me in testa c’era solo un’immagine: la sua, nuda. Ero più eccitata di quanto lo fossi stata in anni.

Uscii dal bagno con una vestaglia allacciata male, senza reggiseno e con un tanga piccolo. Mi sedetti davanti a lui sul divano, con le gambe accavallate in modo che la vestaglia si aprisse quanto bastava. Mateo rimase senza parole. Vidi il suo cazzo gonfiarsi sotto i pantaloncini, vidi deglutire senza riuscire a staccare gli occhi dalle tette che mi spuntavano dalla scollatura della vestaglia.

—Sei bellissima, mamma —mormorò.

—Allora, figlio. Quello che mi dicevi l’altro giorno. Mi interessa.

Portava dei pantaloncini, e attraverso la stoffa si vedeva tutto. Morivo dalla voglia di vederlo. Morivo, letteralmente, di rompere quella barriera. Sapevo che era sbagliato, sapevo che non si fa, sapevo che se suo padre fosse stato vivo non lo avrei fatto. Ma suo padre non c’era, io stavo morendo, e mio figlio mi guardava come se fossi l’unica cosa al mondo. Per una volta nella mia vita avrei fatto quello che mi pareva, senza sensi di colpa.

—Mamma, pensavo a farti stare bene —disse, piano.

—Senti, Mateo, giochiamo a quello che vuoi. Ma adesso quello che mi serve è che ti spogli, che io mi spogli e che tu me la faccia scendere con la bocca. Sono molto eccitata, figlio. E poi voglio mangiarlo io.

Gli si spalancarono gli occhi. Non disse nulla. Si sfilò la maglietta dalla testa e lottò con il laccetto dei pantaloncini senza riuscirci, finché non se li abbassò di colpo insieme ai boxer. Il suo cazzo schizzò in alto, più grosso di quanto avessi immaginato, con la punta già bagnata di pre-cum. Rimasi a guardarglielo senza dissimulare. Era un cazzo giovane, rigido, con le vene in rilievo, la pelle tirata fino al glande rosato. E stava aspettando me.

Mi aprii del tutto la vestaglia. Mi tolsi il tanga con due dita e lo lasciai cadere a terra. Aprii le gambe sul divano con una calma che nemmeno io mi riconoscevo, mostrandogli la figa bagnata, gonfia, lucida sotto la luce del salotto. Lo vidi abbassare lo sguardo, fissarsi tra le mie cosce, respirare a fondo. Il cazzo gli diede un sobbalzo nell’aria.

—Vieni qui, figlio. Vieni.

Lo attirai a me e gli diedi un lungo bacio sulla bocca. Gliela aprii con la lingua, gli leccai dentro, mentre gli passavo entrambe le mani sulla schiena e gli afferravo il culo sodo, da ragazzo giovane. Gli leccai le labbra, il collo, il mento. Abbassai una mano fino al suo cazzo e glielo presi intero. Era duro, pulsante, con la pelle calda. Lo strinsi piano, feci scorrere la pelle indietro per scoprire il glande, poi la riportai su e giù. Lui lasciava sfuggire piccoli gemiti contro i miei capelli, con il respiro spezzato.

—Guardami, Mateo. Guardami mentre ti impugno il cazzo.

Alzò il viso e mi guardò negli occhi, la bocca aperta, mentre gli facevo un pompino lento, seduta sul divano. La punta gli stillava pre-cum, che io spargevo col pollice su tutto il glande. Vidi le sue cosce tremare. Stava per venire solo per quello.

—Frena, figlio, frena. Non venirmi ancora. Sdraiami e scendi.

Mi sdraiai supina sul divano, con le gambe aperte e un ginocchio contro lo schienale. Lui si inginocchiò sul tappeto, tra le mie cosce, e restò un momento a guardarmi la figa come se non sapesse da dove cominciare. Gli presi la testa con entrambe le mani e lo feci scendere.

—Lecca. Lecca piano, dal basso verso l’alto. Cercami il clitoride con la lingua.

E lo fece. Impacciato all’inizio, cercandomi, ma con una fame che mi fece inarcare la schiena al primo contatto. Mi passò la lingua per tutta la fessura, dall’alto in basso, tastando. Trovò il clitoride e si fermò lì, succhiandomi con le labbra, dandoci piccoli, dolci strattoni con la bocca.

—Così, figlio, così… infilamela, infilamela adesso.

Mi infilò tutta la lingua dentro, tutto quello che ci stava, mentre mi pizzicava i capezzoli con le mani. Mi stava mangiando la figa come se l’avesse aspettata per anni. Abbassai una mano e mi allargai le labbra per lui, così che mi leccasse meglio dentro. Mi leccò le labbra, il clitoride, mi succhiò il succo che gli colava sul mento.

—Aspetta —gli dissi, senza fiato—. Mettiti sopra. Al contrario. Che anch’io voglio.

Lo sistemai sopra di me in sessantanove. Il suo cazzo mi rimase proprio all’altezza della bocca, duro, puntato su di me. Lo presi con una mano e me lo ficcai tutto in un colpo, senza preavviso. Lo sentii piegarsi sopra di me per il puro piacere, un gemito soffocato contro la mia figa. Il suo odore era diverso da quello di suo padre, più giovane, più pulito, più animale. Cominciai a succhiarglielo lentamente, salendo e scendendo con la bocca lungo tutto il cazzo, succhiandogli il glande, sfilandomelo del tutto per passargli la lingua sotto, sui testicoli, e infilandomelo di nuovo fino in fondo alla gola.

Lui, sopra, continuava a mangiarmi senza fermarsi. Ora con più tecnica, succhiandomi il clitoride con pressione costante mentre mi infilava due dita e le muoveva dentro. Ogni spinta delle sue dita mi faceva mordere il suo cazzo con le labbra. Stavo per venirmi.

—Mamma, mamma… che piacere —ripeteva tra una leccata e l’altra, afferrandomi i capelli senza tirare, come se avesse paura di farmi male.

—Succhiami più forte, figlio. Che vengo. Che vengo in faccia a te.

Venni nella sua bocca dopo pochi secondi, con una violenza che mi sorprese. Chiusi le cosce intorno alla sua testa e lasciai uscire un grido che mi scappò da dentro. Sentii la figa pulsare contro la sua lingua, l’orgasmo salirmi per la pancia, per le tette, fino al collo. Lui non smise di leccarmi, si ingoiò tutto il succo, se lo tenne addosso. E con il cazzo nella mia bocca, venne lui quasi nello stesso momento. Sentii il primo getto schiaffeggiare il palato, caldo, denso, poi altri due che mi scivolarono in gola. Me lo ingoiai tutto senza pensarci, stringendogli il culo con entrambe le mani perché non uscisse nemmeno l’ultima goccia.

Ci separammo ansimando. Ci riunimmo sopra, a baciarci condividendo il sapore —la mia fica nella sua bocca, il suo seme nella mia—, abbracciati come due amanti e non come madre e figlio. Il suo cazzo restava duro contro il mio ventre. Non gli era sceso nemmeno di un centimetro.

Lo guidai dentro di me senza avvertirlo. Gli passai la mano sotto, glielo posizionai contro la figa e spinsi i suoi fianchi. La punta mi affondò da sola.

—Fottimi, figlio. Non c’è niente che desideri di più. Fino in fondo. Non fermarti.

E lui non si fermò. Spinse d’un colpo, fino in fondo, e gememmo entrambi nello stesso istante. Mi infilò il cazzo intero e rimase un secondo immobile, sentendo la figa chiudersi intorno a lui. Poi iniziò a pompami con l’urgenza dei vent’anni, con la testa sepolta nel mio collo, senza sapere bene cosa fare con le mani. Ne presi una e me la misi su una tetta, perché stringesse. L’altra la portai sul mio culo, perché me lo aprisse mentre mi scopava.

—Più forte, Mateo. Spaccami. Sono tua madre e mi stai scopando, figlio, dimmelo.

—Mamma… mamma, ti sto scopando, ti sto scopando —ansimò, ogni spinta più profonda—. Che figa hai, mamma, che figa…

Mi girò sul divano, mi mise a quattro zampe e me lo infilò di nuovo da dietro. Adesso entrava più a fondo, sbattendo contro il fondo a ogni spinta. Mi afferrava i fianchi con entrambe le mani e mi prendeva con colpi sempre più rapidi, con le tette che pendevano e oscillavano a ritmo. Sentii le sue palle sbattermi contro il clitoride. Chiusi gli occhi e mi lasciai scopare.

—Vieni dentro, figlio. Vieni dentro, non tirartelo fuori. Riempimi.

Venni quattro o cinque volte di fila, persi il conto. Una dietro l’altra, come onde, senza darmi tempo di riprendermi. Quando lui finì dentro di me, con un lungo ringhio e le mani conficcate nei miei fianchi, sentii i getti caldi spingermi dentro. Si lasciò cadere sulla mia schiena, ansimando, e piangevamo entrambi un po’, senza sapere esattamente perché.

Quella notte non cenammo. Dormimmo insieme per la prima volta. Scopammo altre due volte prima che sorgesse il sole: una a letto, piano, di lato, guardandoci negli occhi; un’altra nella doccia dell’alba, con l’acqua che cadeva, lui dietro di me, mordendomi la spalla mentre veniva. Alle sette del mattino avevo la figa in carne viva e un sorriso che non mi stava in faccia.

***

Le settimane successive furono le più felici che ricordi. Diventammo dipendenti l’uno dall’altra. Giravamo per l’appartamento mezzo nudi, giocavamo a giochi assurdi —carte, monopoli, qualsiasi cosa— con i vestiti in palio, con le carezze come punizione. Inventavamo qualsiasi scusa per finire intrecciati sul divano, sul piano della cucina, contro la porta del bagno.

A lui piaceva soprattutto vedermi da dietro, e a me piaceva farmi vedere così. Mi mettevo a quattro zampe sul tappeto del salotto, col culo alzato, e lo obbligavo a guardarmi mentre mi toccavo da sola. Poi veniva da dietro, mi apriva con le dita, mi passava la lingua sulla figa e sul buco del culo finché non lo supplicavo di mettermelo dentro. A volte mi scopava nella figa, a volte mi chiedeva di venire in bocca, a volte mi chiedeva di mettermi in ginocchio e me lo eiaculava in faccia e sulle tette. Io gli chiedevo tutto. Tutto.

Imparammo a succhiarlo meglio, ad aspettare l’orgasmo dell’altro, a giocare con le dita, con la bocca, con il culo. Un giorno mi beccò sotto la doccia e me lo mise da dietro mentre ero voltata, con l’acqua che ci scorreva addosso, senza dire nulla. Un altro giorno mi svegliai in piena notte con la sua testa tra le mie gambe, che mi mangiava nel sonno. Perdemmo la vergogna. Perdemmo qualsiasi tipo di vergogna.

Una domenica, quando tornai da un turno lungo, lo trovai con una sorpresa preparata in tavola. Candele, una cena ridicola e vino pessimo. Sfruttai quel momento per dirgli ciò che avevo tenuto dentro per mesi.

—Figlio, sono più felice adesso che in tutta la mia vita.

—Anch’io, mamma.

—Devo dirti una cosa.

E glielo dissi. Piano, con le parole giuste, come tante volte lo avevo detto alle famiglie in ospedale. Mi ascoltò senza muoversi. Poi si spezzò. Pianse contro il mio petto come un bambino piccolo, ripetendo che non era giusto, che non potevo andarmene anche io.

—Mateo, guardami. Non voglio che torniamo a parlare di questo. La vita è troppo bella per sprecarla aspettando il peggio. Va bene?

Quella notte ci lasciammo trascinare in posti dove non eravamo mai stati. Cominciammo nella vasca da bagno, con la schiuma fino al collo, lui seduto dietro di me e io appoggiata al suo petto. Mi passò le mani sulle tette, mi pizzicò i capezzoli sotto l’acqua, scese fino alla pancia e continuò a scendere. Mi toccò il clitoride con due dita, in lenti cerchi, mentre mi mordeva il collo. Io portai la mano all’indietro e gli afferrai il cazzo, già duro contro la mia bassa schiena. Ci toccammo così per mezz’ora, senza fretta, sussurrandoci cose all’orecchio. Gli dissi che volevo succhiarlo. Mi inginocchiai accanto alla vasca, con le tette bagnate che penzolavano, e glielo presi in bocca piano, sfilandolo per leccargli i testicoli, infilandomelo fino in gola, guardandolo in faccia mentre lo facevo. Glielo succhiai finché stava per venire, e in quel momento glielo tolsi dalla bocca e lo guardai.

—Trattami come vuoi. Come la tua puttana. Come la tua troia. Dimmelo tu.

Ci asciugammo a fatica e andammo a letto. Io, che ero sempre stata la donna forte della casa, scoprii che mi piaceva da morire mettermi nelle sue mani. Mi sdraiai supina e gli chiesi qualcosa che non avevo mai chiesto a nessuno: di darmi schiaffi sulla figa. All’inizio non osava. Gli presi la mano e lo feci fare. Schiaffo lieve. Un altro. Uno più forte. Io aprivo sempre di più le gambe, gli chiedevo di più, più forte. Ogni schiaffo mi saliva lungo la colonna vertebrale, mi induriva i capezzoli. Mi stavo bagnando così tanto che gli macchiavo la mano.

—Adesso infilamelo e chiamami di tutto, figlio. Tutto quello che ti viene in mente.

Mi infilò il cazzo con una spinta e cominciò a scoparmi insultandomi. Impacciato, arrossito, ma obbedendo. Che ero una puttana, che ero la puttana migliore che avesse mai avuto, che ero la sua puttana. Che sua madre era una troia che si faceva scopare dal figlio. Venni come una pazza. Gli chiedevo cose che mi vergognava sentirmi uscire dalla bocca, e lui, impacciato ma totalmente preso, le faceva tutte. Gli chiesi di mettermi un dito nel culo mentre mi scopava la figa. Gli chiesi di tirarlo fuori, pulirmelo in bocca e rimettermelo dentro. Gli chiesi di venire sulle mie tette e poi farmelo leccare dalle mie stesse dita. Gli chiesi tutto. Tutto quello che per vent’anni non avevo chiesto a nessuno. E quella notte intera la passammo così, scopando in ogni angolo dell’appartamento, senza parlare di cancro, senza parlare di nulla che non fosse mangiarci vivi.

Dopo tre mesi mi diedero la malattia professionale, proprio quando la pandemia cominciava a rallentare. Passavamo le giornate nudi. Lui mi riprendeva, non per mostrarlo a nessuno, ma per rivederlo con me, abbracciati nel letto, ridendo di noi come due ventenni.

E poi arrivò la sorpresa che non avevo previsto.

—Mateo, credo di essere incinta.

Saltò dal divano come se avesse vinto alla lotteria. Non seppe cosa dire. Mi abbracciava e mi baciava la pancia, ancora piatta, come se potesse percepire qualcosa. Non sapevo quanto tempo mi restasse, non sapevo se sarei arrivata a vederla, non sapevo nemmeno se fosse una buona idea. Ma l’idea di lasciargli qualcosa, qualcosa di nostro, qualcosa di vivo, mi sembrava l’ultimo regalo che potessi fargli.

La mia unica sorella, Carmen, due anni più giovane di me, venne a sapere della gravidanza quasi il giorno in cui mi si ruppero le acque. L’avevo tenuta fuori dall’appartamento apposta.

—Beatriz, sul serio? Non volevi dirmi niente, troia? —mi disse tra risate e rimproveri.

—Non volevo fare un circo. È venuto, l’ho accettato, e capirai.

Le raccontai del cancro. Non le raccontai il resto. Da brava sorella qual è, non mi chiese chi fosse il padre. Rimase con me fino al parto, aiutò Mateo, pianse in silenzio nel corridoio dell’ospedale. Mia figlia nacque sana. La chiamammo Lucía.

***

Tornai a casa con una bambina in braccio, dolori sempre più forti e un sorriso che nessuno nel quartiere riusciva davvero a capire. Non smettemmo mai di toccarci. Quando Lucía dormiva, Mateo e io continuavamo a essere noi.

Una delle ultime notti, quando a malapena riuscivo a stare in piedi senza pastiglie, gli chiesi qualcosa di preciso.

—Oggi lasciami legarti io.

Lo legai al testiere del letto con due foulard, polso contro polso, e gli bendai gli occhi con un terzo. Gli sussurrai di stare fermo, di non parlare, di non muoversi finché non glielo avessi detto io. Gli passai un dito dalla fronte al mento, sul collo, sul petto, disegnandogli la sagoma. Gli venne la pelle d’oca e il cazzo cominciò subito a gonfiarsi contro il ventre.

Cominciai dalla nuca. Gli passai la lingua all’attaccatura dei capelli, dietro le orecchie, lungo tutto il collo, così piano che sentii il suo polso accelerare sotto la mia lingua. Scesi sulle spalle, sulle clavicole, fino al petto. Gli mordicchiai i capezzoli molto lentamente, prima uno, poi l’altro, finché tutto il corpo non gli si tese e inarcò la schiena contro i legami.

—Fermo, figlio. Nemmeno una parola.

Gli baciai l’ombelico, gli passai la lingua intorno, gli morsi il fianco, quelle ossa da ventenne che gli si vedevano. Gli leccai l’interno delle cosce senza toccargli il cazzo, che era già durissimo, puntato al soffitto, con la punta lucida. Ogni volta che mi avvicinavo a lui lasciava uscire un ansimo aspettando il contatto, e io saltavo oltre, verso l’altra gamba. Gli risalii dall’altro lato, al ginocchio, alla coscia, all’inguine. Gli leccai la piega tra la gamba e i testicoli, e finalmente gli passai la lingua intera sotto le palle, riempiendole di saliva, succhiandogliele una per una. Si contorceva nel letto, tirando i foulard, ma io lo ignoravo.

Gli risalii sulla pancia, sulle costole, sotto le ascelle. Gli passai la lingua intera sotto l’ascella e lo sentii rabbrividire. Gli leccai l’interno del braccio, fino al gomito. Gli morsi un capezzolo, stavolta forte, e vidi il cazzo balzargli contro il ventre, un filo di pre-cum che gli pendeva fino all’ombelico.

Quando tornai giù, non resisteva più. Gli presi il cazzo con due dita, lo misi in verticale, e gli passai solo la punta della lingua sul glande. Un lecco. Un altro. Un bacio sulla punta. Gli circondai il glande con le labbra, senza scendere oltre, succhiandolo solo lì, e con l’altra mano cominciai a carezzargli l’ano con un dito bagnato della mia saliva, senza arrivare a infilarlo, solo girandogli intorno.

—Mamma, mamma, sto per venire… —gemette, senza poter muovere le mani, la testa girata da un lato all’altro sotto la benda.

Continuai a succhiargli solo la punta. Gli spinsi un po’ il dito contro il culo, facendo entrare la prima falange.

—Resisti, figlio. Resisti un po’.

—Non ce la faccio, mamma, non ce la faccio…

Venne senza che glielo mettessi del tutto in bocca, a getti che gli macchiarono il ventre, il petto, uno gli arrivò fino al mento. Non l’avevo mai visto venire così. Aveva la faccia rossa, il collo inarcato, tutto il corpo che tremava contro le cinghie. Io gli continuavo a far scorrere lentamente il dito dentro il culo mentre uscivano gli ultimi getti, strizzandolo fino all’ultima goccia. Poi mi chinai e gli leccai tutto il ventre, raccogliendogli tutto con la lingua, ingoiandolo. Gli ripulii il petto a baci. Io, con la pancia piena di cicatrici e di medicinali, mi sentii, per un momento, più viva che mai.

—Adesso ti scopo io —gli dissi.

Mi sedetti sopra di lui, ancora legato, ancora bendato. Il cazzo gli si era abbassato a metà, ma appena sentì la mia figa bagnata sfregarsi contro la punta, si rizzò di nuovo in pochi secondi. Gli afferrai il cazzo, lo posizionai all’ingresso e mi lasciai cadere piano, centimetro dopo centimetro, sentendomelo riempire fino in fondo. Rimasi ferma un momento, seduta sopra di lui, assaporandolo dentro.

Mi mossi lentamente, senza fretta, avanti e indietro, lasciando che il suo cazzo mi sfregasse proprio dove volevo. Gli leccai di nuovo le ascelle, inspirai il profumo da ragazzo che si era sudato tutto addosso. Gli sussurrai sciocchezze all’orecchio, cose che avevo pensato tutta la settimana e non avevo osato dirgli. Che lo amavo. Che se fossi rinata, sarei rinata per scoparmelo. Che era il miglior amante che avessi mai avuto. Che il suo cazzo era mio. Che il suo seme era mio.

Ci misi più di un’ora a venire, incatenando piccoli orgasmi che riuscivo a sostenere come potevo, senza lasciar arrivare quello grande. Quando cominciava a salirmi, mi fermavo, restavo immobile, respiravo. Lui mi supplicava di muovermi, di scoparlo, diceva che stava impazzendo. Io gli dicevo di resistere. Quando finalmente arrivò quello grande, mi lasciai andare tutta, cominciai a rimbalzare sopra di lui sempre più in fretta, appoggiando le mani sul suo petto, guardandogli la bocca aperta sotto la benda. Venni gridando il suo nome, con le tette che rimbalzavano, con la figa che gli strizzava il cazzo fino a mungerlo. Sentii che veniva anche lui, che mi riempiva per la seconda volta quella notte, che lo sperma caldo mi colava lungo le cosce.

Mi lasciai cadere su di lui e ci abbracciammo come se volessimo fonderci. Poi lo slacciai, gli tolsi la benda, gli baciai gli occhi rossi. E lasciai che fosse lui a legarmi, e ripeté il rituale con me, passo dopo passo, con una pazienza che nessun uomo della mia vita aveva mai avuto. Mi leccò ogni centimetro. Mi mise la lingua nel culo per la prima volta, trattenendosi lì, mangiandomelo finché non lo supplicai. Mi fece venire tre volte solo con la bocca prima di infilarmi il cazzo. Quando finalmente lo fece, non mi restava più forza per parlare. Potei solo mordergli la spalla e piangere contro il suo collo mentre veniva dentro di me, molto lentamente, sapendo entrambi, senza dircelo, che non avremmo avuto molte altre notti come quella.

***

Il giorno in cui Lucía compì un anno, invitai Carmen e la sua famiglia a casa. Sapevo che era un piccolo addio, anche se nessuno volle dirlo ad alta voce. Presi un momento da sola con mia sorella per chiederle di stare vicina a Mateo e alla bambina quando io non ci sarei più stata. Non mi chiese nulla. Mi strinse solo la mano e mi disse che Lucía sarebbe stata come una figlia in più per lei.

Dopo poche settimane fui ricoverata, e dal letto dell’ospedale finii di scrivere questo. Chiesi a un amico del lavoro, Diego, di farlo arrivare a qualcuno che sapesse raccontarlo senza moralismi. Confido che lo legga chi deve leggerlo.

Mio figlio sta bene. Lavora in un capannone industriale alla periferia, turno del mattino, e passa i pomeriggi con Lucía. Mia sorella arriva a casa la mattina e resta finché lui non torna. Non mi spetta giudicare quello che succeda tra loro. Non mi compete. Desidero soltanto che siano felici, tutti e tre, nel modo in cui gli pare.

Lucía è la prova che quel confinamento è esistito e che tra noi è successo ciò che è successo. Non ho paura che si sappia. Ho paura che si dimentichi.

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