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Relatos Ardientes

La notte in cui smisi di guardare mio padre come una figlia

L’estate in cui compii diciannove anni, mia madre ci lasciò. Non ci fu nessuna lite, né porte sbattute, né lacrime a colazione. Semplicemente, una mattina non c’era più: era andata via con un uomo che conoscevamo appena, per cominciare un’altra vita in Italia, lontano dalla casa che aveva condiviso con noi per tutta la mia infanzia.

Mio padre la amava troppo per riprendersi. Passò i mesi successivi in una specie di lutto silenzioso, senza cercare nessuno, senza voler sentire nemmeno il nome di un’altra donna. Lo vedevo sedersi ogni sera nella stessa poltrona, lo sguardo perso in un punto del soffitto, e capii che la stava ancora aspettando anche se lei non sarebbe mai tornata.

Ciò che nessuno dei due aveva previsto era il problema che rappresentavo io. Durante quell’anno crescii, lasciai alle spalle gli ultimi tratti da bambina e, mese dopo mese, il mio viso si trasformò in quello di mia madre. La stessa bocca, gli stessi zigomi, lo stesso modo di ridere. Ogni volta che mio padre mi guardava, non vedeva soltanto me: vedeva lei.

***

La prima volta che qualcosa cambiò tra noi fu per caso. Mio padre era uscito con un vecchio amico ed era rientrato dopo mezzanotte, con il passo incerto e il fiato carico di whisky. Lo accompagnai in camera tenendolo per un braccio, gli tolsi le scarpe e la camicia, e lo aiutai a sdraiarsi sul letto che sapeva ancora del profumo di mia madre.

Quando mi chinai su di lui per sistemargli il cuscino, le sue mani mi cercarono nel buio. Non cercavano me, ovviamente. Nel suo delirio da ubriaco mormorò il nome di lei e mi accarezzò un seno con una tenerezza che non era per sua figlia. Rimasi immobile, senza osare respirare, sentendo il calore delle sue dita che schiacciavano la carne attraverso il tessuto leggero, cercando il capezzolo, pizzicandolo goffamente finché non si indurì contro il cotone. Sentii le mutandine bagnarsi di colpo, un rivolo caldo che mi macchiò l’inguine, e dovetti stringere le cosce per non gemere. Un attimo dopo si addormentò con la mano ancora posata sul mio petto, e io uscii dalla stanza con il cuore che mi martellava contro le costole e la figa zuppa che mi pulsava tra le gambe.

La mattina dopo non ricordava niente. Mi servì il caffè come qualsiasi altro giorno, mi chiese se avessi dormito bene, e io risposi di sì mentre una parte di me si domandava perché non riuscissi a dimenticare il contatto di quelle mani, e perché quella notte, nel mio letto, mi fossi masturbata tre volte di fila infilandomi le dita fino in fondo e mordendo il cuscino per non gridare «papà».

***

Da allora cominciai a notare delle cose. Il modo in cui i suoi occhi si posavano su di me quando credeva che non lo vedessi, e come si spostavano di scatto appena mi voltavo, come se lo avessi sorpreso a fare qualcosa di proibito. Lungi dal mettermi a disagio, quello sguardo mi nutriva. Significava che gli importavo, che per lui esistevo oltre il ricordo di mia madre.

Avrei mai trovato un uomo che mi desiderasse come lui aveva desiderato lei?

E poi accadde qualcosa che mi spaventò per quanto mi risultò naturale: cominciai a provare gelosia. Gelosia di mia madre, che se n’era andata senza meritarselo e che continuava comunque a occupare tutto il suo cuore. Ogni volta che lui la nominava con quella voce spezzata, io la odiavo un po’ di più, e mi promettevo in silenzio che sarei stata capace di cancellarla. L’avrei cancellata con la mia figa, con la mia bocca, con le mie tette. Gli avrei dato ciò che lei non aveva saputo dargli.

***

Un pomeriggio lo trovai seduto nella poltrona del soggiorno, a leggere. Senza pensarci troppo, mi sedetti sulle sue ginocchia come facevo da piccola. Ma non ero più una bambina, e lui se ne accorse prima di me. Sentii il suo cazzo indurirsi contro il mio culo, rapido, inarrestabile, una verga che cresceva di secondo in secondo sotto il tessuto finché non mi si piantò tra le natiche come un’asta bollente. Mosse appena i fianchi, fingendo di sistemarmi, e notai come il rigonfiamento si adattava alla fessura del mio culo, segnandomi, cercandomi attraverso i vestiti.

Ribaltai la testa all’indietro, con le guance in fiamme, e lo guardai negli occhi. Mi sfuggì un gemito basso, quasi un sospiro, e quel suono lo riportò di colpo alla realtà. Le sue mani mi spinsero via con bruschezza. Si alzò, attraversò il soggiorno senza dire una parola e si chiuse in camera. Sentii il clic della serratura e capii di averlo spaventato. Un po’ dopo, appoggiata alla porta, sentii il rumore inconfondibile: il respiro pesante, la mano che saliva e scendeva sul cazzo, un gemito soffocato che suonò pericolosamente simile al mio nome. Mi portai le dita alla bocca per non ridere dalla pura vittoria.

Se volevo arrivare a lui, dovevo essere più paziente. Più sottile.

***

Cambiai strategia. Cominciai a lasciare piccoli segnali, distratti, innocenti in apparenza. Dimenticavo un tanga usato sul bordo del lavandino, sempre con l’inguine ancora umido delle mie perdite, perché odorasse di me. A volte lasciavo la porta del bagno appena socchiusa proprio quando uscivo dalla doccia, e mi trattenevo a lungo ad asciugarmi davanti allo specchio, con le gambe appena divaricate, offrendogli una vista chiara dei peli rifilati e delle labbra gonfie della figa, fingendo di non sentire i suoi passi nel corridoio.

Quando la porta si apriva, invece di coprirmi e voltargli le spalle con vergogna, mi giravo lentamente verso di lui, lasciando che vedesse tutto ciò che avevo da offrirgli: le tette dritte con i capezzoli duri e rosati puntati verso il suo viso, la pancia piatta, la fessura del sesso lucida ancora dell’acqua. Durava appena un secondo, il tempo sufficiente perché l’immagine gli restasse impressa prima che lui mormorasse una scusa e si ritirasse con le mani davanti ai pantaloni per mascherare l’erezione.

Non seppi per quanto tempo passò prima di capire che i miei sforzi stavano dando frutto. La volta successiva che «dimenticai» un tanga, memorizzai il punto esatto in cui l’avevo lasciato. Quando tornai ore dopo, non era più lì. Lo trovai spostato, in un altro angolo, e sentii una fitta di vittoria. Lui lo aveva toccato, lo aveva avuto tra le mani. Lo esaminai da vicino e vidi la macchia recente, biancastra e appiccicosa, che si stava asciugando sul pizzo dell’inguine. Si era sborrato sulle mie mutandine. La sola idea che l’avesse portato vicino al viso per respirare il mio odore mentre si segava pensando a sua figlia mi fece tremare dalla testa ai piedi. Mi infilai il tanga in bocca lì per lì, succhiai la macchia di sperma ancora tiepida e mi infilai due dita tra le gambe fino a venire appoggiata al bordo del lavandino.

***

Da lì in poi approfittai di ogni occasione per toccarlo. Tornavo dalla palestra con leggings aderenti e un top di lycra che mi fasciavano il corpo, ancora con la pelle tiepida per lo sforzo, e lo salutavo gettandogli le braccia al collo. Premetti le mie tette contro il suo petto quel tanto che bastava perché sentisse la fermezza dei seni, la durezza dei capezzoli attraverso il tessuto leggero, e gli schiacciavo il pube contro l’inguine in un contatto che fingevo casuale. Ogni abbraccio durava un secondo più del precedente, e ogni volta mi staccavo con la figa più bagnata dentro i leggings.

All’inizio mio padre si mostrava rigido, a disagio, come un uomo che cerca di non scivolare sul bordo di un precipizio. Ma la sua resistenza si consumò settimana dopo settimana. Arrivò un punto in cui sembrava aspettare il mio saluto, e le sue mani, invece di lasciarmi andare, mi stringevano a sé con una forza che lo tradiva. Mi si appoggiavano sulla parte bassa della schiena, scendevano millimetro dopo millimetro fino alla radice del culo, e un pomeriggio sentii chiaramente il cazzo indurirsi contro il mio ventre mentre mi mormorava all’orecchio che stavo così bene.

Cominciai a usare le minigonne in casa. Passavamo sempre più pomeriggi insieme, seduti in salotto a guardare qualsiasi cosa in televisione, parlando del niente. E il niente era più facile: mi sistemavo nella poltrona e lasciavo che la gonna salisse, piano, fino a mostrargli il bordo delle mutandine e, molte volte, la macchia scura di umidità che cresceva nell’inguine. Lo guardavo di sbieco e sapevo, dalla tensione della mandibola e dal rigonfiamento che gli segnava i pantaloni, che gli piaceva quello che vedeva. A volte mi toccava distrattamente sopra il tessuto mentre parlava, appena un cerchio attorno al clitoride, e io mi divertivo a vedere come gli si spezzava la voce a metà di una frase.

***

E arrivò il giorno del mio ventesimo compleanno.

—Che facciamo stasera? —mi chiese al mattino.

—Usciamo a cena e a bere qualcosa da qualche parte —gli dissi—. È il mio compleanno, decido io.

Quella sera, mentre mi preparavo, lui bussò alla porta della mia stanza per chiedermi se fossi pronta. Per un secondo pensai di aprire così com’ero, con la lingerie bianca di pizzo e il reggicalze, niente altro. Ma non era ancora il momento. Non potevo mettergli davanti l’immagine di sua figlia mezza nuda e aspettarmi che non scappasse di nuovo.

—Quasi —risposi sporgendo la testa.

Finìi di vestirmi con una gonna corta e aderente sopra la lingerie, e una camicetta bianca così sottile da lasciare intuire il pizzo sotto e l’ombra scura dei capezzoli. Quando uscii nel corridoio, lo sentii schiarirsi la gola. Era nervoso quanto me?

—Mia figlia è diventata una donna bellissima —disse, e la sua voce tremò appena sull’ultima parola. I suoi occhi scesero dritti alle mie tette e vi si fermarono senza il minimo pudore.

***

Cenammo in un ristorante tranquillo e poi andammo in un bar dove la gente ballava. Lo trascinai in pista quasi con la forza. Lui resisteva, diceva di essere troppo vecchio per certe cose, ma alla fine cedette. Era il mio compleanno, dopotutto.

Mi dispiacque avere la gonna così stretta; altrimenti avrei potuto intrappolargli una coscia tra le mie e strofinare la figa contro di lui al ritmo della musica fino a venire bagnandogli i pantaloni. Il desiderio mi colava lungo le gambe, letteralmente, e lo vedevo riflesso, senza alcun pudore, sul viso di mio padre. Mi appoggiai con la schiena contro di lui e ruotai il culo contro la sua patta, sentendo il cazzo sollevarsi in pochi secondi, duro, lungo, marcato contro il tessuto.

Mi avvicinai al suo orecchio e sussurrai:

—Papà, sento quanto cazzo ce l’hai duro contro il mio culo. È meraviglioso. Sono fradicia, lo sai? Mi cola tra le cosce.

Mi spinse via con un colpo secco. Si voltò senza guardarmi e tornò al bancone.

—Non farlo mai più —disse piano, quasi supplicando—. Comportati.

Mezz’ora dopo tornavamo a casa in silenzio.

***

Nell’ingresso, il suo sguardo cadde di nuovo sul mio inguine proprio mentre il mio cercava il rigonfiamento evidente dei suoi pantaloni. Nessuno dei due distolse gli occhi stavolta.

—Buonanotte, papi —mormorai.

Mi avvicinai e lo abbracciai, facendogli scivolare la coscia destra tra le mie. Non so chi fece il primo passo. All’improvviso le nostre bocche si incontrarono, aperte, impacciate per il desiderio trattenuto. Lasciai che la mia lingua entrasse nella sua bocca e bevvi il suo fiato caldo e spezzato mentre i nostri corpi si strofinavano l’uno contro l’altro nella penombra del corridoio. La mia figa si strinse contro la sua coscia e cominciai a cavalcarla attraverso il tessuto, strofinando il clitoride su e giù sulla cucitura dei pantaloni, bagnandoglieli con il mio succo finché la macchia non fu visibile a occhio nudo. Il suo cazzo pulsava duro contro il mio fianco e io abbassai una mano per stringerglielo sopra i pantaloni, misurandolo, sentendo come si agitava a ogni sfregamento.

Mi staccai e feci un passo indietro, ansimando. Una macchia umida si allargava sul tessuto dei suoi pantaloni. Lo avevo portato al limite. Eppure capii, guardandolo negli occhi, che non era ancora il momento. Lui non era pronto a fare il passo finale, e io non volevo rovinare tutto per la fretta.

Avevo aspettato tanto. Potevo aspettare ancora un po’. Mio padre non mi sarebbe più sfuggito.

Lo vidi entrare in camera lasciando la porta aperta. Io lasciai la mia allo stesso modo. Appena due minuti dopo sentii il suo respiro affannoso, il suono inconfondibile di una mano che sale e scende su un cazzo bagnato, lo schiocco umido di un uomo che si dà piacere dall’altra parte del corridoio. Allora mi spogliai e mi gettai sul letto con le gambe ben aperte verso la porta. Mi succhiai due dita e me le infilai nella figa fino in fondo, senza smettere di gemere, senza tacere, lasciando che ogni «papi» mi uscisse forte perché gli arrivasse. Con l’altra mano mi pizzicavo i capezzoli e li tiravo, immaginando che fosse la sua bocca. Quando lo sentii gemere più in fretta, accelerai anch’io, finché venimmo quasi nello stesso momento, ciascuno nel proprio letto, separati da pochi metri di corridoio. Sentii l’orgasmo esplodermi tra le gambe a ondate calde, e rimasi un po’ ad accarezzarmi, fradicia, ascoltando il suo respiro calmarsi dall’altra parte. Mi addormentai quasi subito, soddisfatta come non mai, con due dita ancora dentro.

***

La mattina dopo ci incontrammo a colazione e nessuno disse una parola. Ci guardammo sopra le tazze, e in quel silenzio c’era più che in qualsiasi conversazione.

Nel pomeriggio indossai un tanga minuscolo e una maglietta senza niente sotto. Mio padre mi guardò senza fiato, gli occhi che mi percorrevano come se volessero divorarmi, fermandosi sui capezzoli in rilievo e sulla striscia minima di tessuto che mi copriva appena la figa. È difficile spiegare quanto godetti esponendomi a quello sguardo, senza pudore, sapendo esattamente l’effetto che stavo provocando. La consapevolezza di essere sua figlia accendeva in me qualcosa di bruciante e oscuro, un brivido che mi scendeva dritto tra le gambe e mi bagnava il tanga.

Si sedette su una sedia in sala da pranzo e, per la prima volta, fu lui a dare l’ordine.

—Vieni. Siediti sulle ginocchia di tuo papi.

Il cuore mi balzò in gola. Per la prima volta prendeva l’iniziativa, per la prima volta mi chiedeva qualcosa. Mi sedetti a cavalcioni su di lui e cominciai a sfregare la figa contro la coscia, piano, guardandolo negli occhi. Il tessuto del tanga mi si infilò tra le labbra del sesso e lui poté sentire chiaramente, attraverso i pantaloni, quanto fossi bagnata. Gli macchiai il tessuto con un cerchio scuro che cresceva a ogni spinta dei miei fianchi.

—La tua bambina è molto cattiva, papà —gemei—. Non riesco a evitare di essere sempre così calda. Mi cola la figa solo a guardarti.

—No —confermò lui con la voce roca, e mi afferrò il culo con entrambe le mani, stringendolo, guidandomi contro la sua gamba—. Non puoi evitarlo. —E dopo una pausa aggiunse—: In ogni caso, ormai non importa. Lasceresti che il tuo papi ti leccasse lì?

—Papi può farmi quello che vuole —risposi.

***

Mi prese per mano e mi portò nella sua stanza, nel letto che aveva condiviso con mia madre. Rimase in piedi davanti a me, e il suo cazzo era già completamente eretto, tese il tessuto, segnando tutta la lunghezza sotto i pantaloni. Vederlo così, così vicino, dopo tanti mesi di attesa, mi lasciò senza fiato. Bastava allungare la mano.

—Ti voglio sentire dappertutto —sussurrai.

Si spogliò completamente e il cazzo balzò libero, grosso, con la punta rossa e lucida di precum, tremando contro il ventre. Era più grande di quanto avessi immaginato in tante notti. Mi inginocchiai sul pavimento prima che potessi fermarmi e lo presi con entrambe le mani, sentendo il peso e il calore della carne dura che pulsava contro i miei palmi. Me lo avvicinai alla bocca e leccai lentamente la punta, assaporando il gocciolio salato, strappandogli il primo gemito profondo. Poi lo avvolsi con le labbra e scesi, ingoiandolo fino in fondo fin quasi ad avere un conato, e risalii succhiando con forza, lasciandogli fili di saliva pendere dal glande.

—Figlia... figlia, dio mio —ansimava lui, con le dita intrecciate ai miei capelli, tirando appena—. Che bocca deliziosa che hai, come lo succhi bene.

Glielo succhiai a lungo, con foga, schioccando, passandogli la lingua sul frenulo, prendendomelo tutto in gola fino a farle aprire intorno alla punta. Leccai anche i suoi coglioni, uno per uno, succhiandoglieli in bocca mentre la mano gli correva su e giù per il cazzo bagnato di saliva. Tremava tutto, e sapevo che se avessi continuato così mi avrebbe sborato in bocca. Non ancora. Lo volevo dentro.

Si sedette sul bordo del letto. Mi tolsi i vestiti con la stessa fretta, lasciandomi soltanto le calze e il reggicalze, e lo feci sdraiare supino. Prima di salirgli sopra, mi chinai sul suo viso. Lui capì senza bisogno di parole: mi afferrò dai fianchi e mi tirò su finché non gli cavalcai la bocca. La sua lingua si infilò tutta tra le labbra della mia figa e cominciò a leccare, lunga, lenta, dal basso verso l’alto, fermandosi sul clitoride per succhiarmelo tra le labbra. Mi aggrappai alla testiera e gli cavalcai la faccia senza pudore, oscillando i fianchi contro la sua bocca, strofinandogli la figa fradicia sul naso, sulla barba, sul mento. Mi sfuggivano grida che nemmeno riconoscevo.

—Papi, così, mangiami, non fermarti, non fermarti —gemevo, stringendo le cosce intorno alla sua testa.

Mi infilò due dita mentre continuava a succhiarmi il clitoride, e così mi strappò il primo orgasmo del pomeriggio. Mi convulsai sopra di lui, bagnandogli la faccia, e lui continuò a leccare ogni goccia che mi cadeva, ingoiandomela.

Scesi lentamente, ancora tremante, e mi lasciai scivolare lungo il suo corpo fino a ritrovarmi seduta sul suo ventre. Afferrai il suo cazzo duro come una pietra da dietro e lo guidai tra le mie gambe tremanti.

La punta sfiorò il mio clitoride gonfio e si fermò proprio all’ingresso, esattamente dove ne avevo bisogno. Lo sfregai lì per un po’, su e giù, inzuppandoglielo del mio flusso, torturandoci entrambi. Sentivo tutto il corpo chiedere di più, l’ansia di una penetrazione profonda. Scivolai lentamente e lo accolsi tutto, centimetro per centimetro, sentendo come mi apriva dentro, come mi riempiva fino in fondo, finché scomparve del tutto dentro di me e il mio culo toccò le sue cosce. Gememmo entrambi nello stesso istante.

—Sei così stretta, figlia, così stretta —ringhiò lui, con gli occhi chiusi e le mani conficcate nei miei fianchi.

Ero io a tenere il controllo. Salii e scesi, ruotai i fianchi, mi contorsi sopra di lui segnando un ritmo sempre più esigente. Sentivo il cazzo farsi strada dentro di me, colpendomi in profondità contro un punto che mi faceva vedere le stelle, mentre il mio corpo ondeggiava sorretto solo dalle sue mani forti strette alla mia vita. Le sue dita cercarono la curva delle mie natiche e si fermarono lì, premendo, reclamando ogni centimetro di me. Mi aprì le tette con la bocca, mi succhiò i capezzoli uno dopo l’altro, li morse appena, e io gridavo a ogni morso.

—Scopami, papà, scopami forte —lo supplicai—. Spaccami. Sono tua, fammi quello che vuoi.

Mi girò di colpo e rimasi a pancia in giù, con il viso contro il cuscino che era stato di mia madre. Mi aprì le gambe con il ginocchio, mi afferrò per i fianchi e me lo spinse dentro da dietro con un’unica spinta, fino in fondo. Cominciò a scoparmi forte, tirandomela quasi tutta fuori e poi seppellendola di nuovo con un rumore umido che riempiva la stanza, schiaffeggiandomi il culo a ogni colpo. Io stringevo il cuscino tra i denti e gemevo come una pazza, inarcata, offrendogli il culo ben alto perché mi colpisse più a fondo.

—Sono abbastanza brava per te, papà? —ansimai contro il tessuto—. Scopi tua figlia meglio di mamma?

—Meglio, molto meglio, figlia di puttana —ringhiò, e mi conficcò un dito bagnato di saliva nell’occhio del culo, strappandomi un ululato di puro piacere.

Mi montò da dietro per minuti che sembrarono eterni, afferrandomi i capelli, tirandomi la testa all’indietro, sussurrandomi porcherie all’orecchio. Mi fece venire una seconda volta stringendomi il clitoride con le dita mentre me la infilava fino in fondo. Sentii la figa chiudersi intorno al cazzo in lunghi spasmi, succhiandolo verso l’interno.

Lo capii dalla sua voce prima ancora di sentirlo. Era al limite, sul punto di finire dentro di me.

—Papà... papà... dentro, sborrami dentro, riempimi —gridai, senza riuscire a trattenermi.

Sentì la mia figa stringerlo e non resistette più. Mi diede tre ultime spinte, brutali, e sentii come si svuotava dentro di me, getto dopo getto caldo che mi colpiva in fondo, riempiendomi la pancia di sperma. Una corrente elettrica mi percorse dalla nuca ai talloni. In mezzo all’orgasmo mi resi conto che finalmente ero una donna intera. Finalmente ero sua, e la certezza che lo sarei stata per sempre mi trascinò in un terzo spasmo più violento dei precedenti. Sentii la sua sborra colarmi dentro, scivolarmi lungo le cosce quando lui finalmente uscì, e mi abbassai bocconi sul letto, tremando, con il culo sollevato e lo sperma che mi gocciolava dalla figa spalancata.

Lui si lasciò cadere accanto a me, senza fiato, e mi attirò contro il petto.

—Mio caro papà, quanto ti desideravo —mormorai contro il suo petto, con la mano ancora appoggiata sul suo cazzo bagnato e appiccicoso—. Adesso sono tua.

Non fui solo io a piangere lacrime di felicità travolgente. Anche i suoi occhi, spalancati e lucidi, brillavano.

—Figlia mia —balbettava ancora e ancora, accarezzandomi i capelli—. Ti amo. So che è proibito. E ti amo lo stesso.

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