La notte in cui scoprii che sapore ha un uomo addormentato
Damián e io stavamo insieme da quasi un anno, volendoci bene come due persone che non sanno più vivere separate. Io mi sentivo sua moglie dal primo giorno, e lui mi trattava come tale: con quella miscela di impaccio e tenerezza che hanno solo i ragazzi che non capiscono ancora del tutto cosa gli succede dentro. Sognavo una casa nostra, svegliarci insieme ogni mattina e non dover inventare scuse per vederci.
La scusa di sempre erano i videogiochi. Dicevo a mia madre che Damián si fermava a dormire perché con la console facevamo tardi, e nessuno faceva altre domande. La verità era un’altra. La verità cominciava quando si spegneva la luce del corridoio ed entrava sotto le mie lenzuola con la cazzo già duro che mi batteva contro la coscia.
Quel pomeriggio avevamo scopato come tante altre volte, senza fretta, cercandoci piano. Mi ero montata sopra di lui, con il suo cazzo ben piantato fino in fondo, sentendolo riempirmi tutta mentre mi mordeva i capezzoli e mi sussurrava porcherie all’orecchio. Mi aveva fatta venire due volte prima di svuotarsi dentro di me, con quella scossa roca che già conoscevo a memoria. Ma c’era qualcosa di diverso. Da settimane avevo in testa un’idea, una curiosità che mi vergognavo perfino ad ammettere con me stessa. Non gli avevo mai succhiato il cazzo. Non avevo mai osato prendermelo in bocca, succhiarglielo come lo succhiavano nei video che guardavo di nascosto. E quella notte, finalmente, decisi che l’avrei fatto.
***
Quando finimmo, lui si addormentò quasi subito, come un bambino dopo aver giocato. Gli succedeva sempre così: veniva, sbuffava, mi dava un bacio sulla fronte e dopo cinque minuti russava già, con il cazzo ancora umido di me. Io, invece, rimasi sveglia, ascoltando il suo respiro lento, fissando il soffitto, sentendo il seme tiepido scivolarmi tra le cosce e il desiderio restare vivo in me quando in lui si era già spento.
Eravamo arrivati talmente stanchi dall’istituto che non si era nemmeno cambiato dopo il secondo colpo. Si era addormentato con l’uniforme addosso: la camicia stropicciata, il maglione della scuola ancora sul petto, i pantaloni grigi che tante volte gli avevo slacciato a tentoni sotto il tavolo della cucina. In quell’immagine c’era qualcosa che mi accendeva senza che sapessi spiegarmelo. Il ragazzo che adoravo, sfinito, vestito, completamente consegnato al sonno e, senza saperlo, completamente alla mia mercé.
Mi girai verso di lui molto piano. Il letto scricchiolò appena e trattenni il respiro, ma Damián non fece una piega. Dormiva profondamente. Poi successe.
Abbassai la zip dei suoi pantaloni con una lentezza che sfiorava la tortura, millimetro dopo millimetro, attenta a ogni dente del metallo perché non facesse rumore. Slacciai il bottone in vita. Cominciai a tirare giù il tessuto con cautela, fino a lasciarlo solo in boxer. Lui si mosse appena, sospirò e tornò immobile, con il rigonfiamento morbido che si disegnava sotto il cotone bianco.
Fino a quella notte non sapevo di avere questa debolezza per gli odori.
***
Mi avvicinai a lui come ci si avvicina a un segreto. I boxer conservavano ancora il calore e il sudore di tutta la giornata, e quell’odore mi colpì in un modo che non mi aspettavo. Odore di cazzo, di palle, di sudore dell’inguine, di sperma vecchio mescolato al mio. Non era sgradevole. Era intimo, animale, profondamente suo. Rimasi lì un momento a respirarlo, con il naso quasi incollato alla stoffa, sentendo la figa bagnarsi senza che mi fossi toccata nemmeno un po’.
Pensai a tutte le volte che l’avevo desiderato senza osare. Alle notti in cui lui si addormentava e io restavo a guardarlo, chiedendomi come sarebbe stato averlo in bocca, sentirlo crescere tra le labbra, notare sulla lingua quel sapore di uomo di cui parlavano le altre ragazze. Mi aveva sempre frenata la paura: che si svegliasse, che mi guardasse strano, di soffocare, di non essere capace. Quella mattina, per la prima volta, la paura stette zitta e rimase solo il desiderio.
Piano piano gli tirai fuori il cazzo dall’apertura dei boxer. Lo liberai tutto, con le palle fuori anche loro, appoggiate molli sulla coscia. Lo trovai davanti a me, addormentato e morbido, e mi sorprese la tenerezza con cui lo guardavo. Eravamo mesi che scopavamo, l’avevo sentito dentro di me tantissime volte, mi aveva riempita la fica di schizzate innumerevoli, ma non l’avevo mai assaggiato. Non l’avevo mai avuto così, tutto per me, per guardarlo senza fretta, per studiarlo come se fosse un oggetto sacro.
All’inizio provai qualcosa di simile al disgusto. Era una frontiera che non avevo mai attraversato, e il mio corpo esitava. Ma la curiosità vinse. Mi avvicinai e cominciai a annusarlo, piano, seguendone tutta la lunghezza con il naso, dalla base tra le palle fino alla punta raggrinzita. Sapeva di uomo. Sapeva di lui. E mentre lo annusavo, senza che io facessi quasi nulla, il cazzo cominciò a svegliarsi prima del suo padrone.
Lo vidi indurirsi poco a poco, lento e deciso, gonfiarsi contro la mia faccia come se avesse vita propria. Prima si raddrizzò, poi si fece grosso, le vene marcate sotto la pelle tirata, il glande che spuntava violaceo e lucido dal prepuzio. Una goccia trasparente apparve sulla punta, tremando nella fessura come una perla. Fu proprio allora, vedendo quella goccia tremare sotto la luce che entrava dalla finestra, che decisi che non si poteva più tornare indietro.
***
Gli annusai il glande a lungo, ipnotizzata, con il naso incollato al buchino umido. Mi soffermavo su ogni vena, su ogni rilievo, accarezzandogli i testicoli con la punta delle dita, sentendoli pesanti, caldi, pesandoli nel palmo come due frutti. Gli passai l’indice sul frenulo, su quella pelle finissima sotto il glande, e sentii il cazzo sussultare nell’aria. Damián restava perso nel suo sonno, del tutto ignaro, e quell’idea — quella di stargli smanacciando il cazzo senza che lui lo sapesse, di averlo duro alla mia mercé — mi bagnava tra le gambe in un modo che mi faceva anche un po’ paura.
La prima cosa furono i baci. Piccoli, timidi, quasi d’addio. Sfioravo appena le labbra contro la sua pelle calda. Gli baciai il glande, il fusto, le palle una per una, sentendole contrarsi sotto la mia bocca. Poi tirai fuori la lingua e cominciai a leccarlo, prima lungo il fusto, dal basso verso l’alto, seguendo la vena grossa che gli correva sotto tutta la parte inferiore, e poi con delicatezza sulla punta, girando intorno al glande gonfio.
Il suo sapore mi sorprese. Era salato, intenso, con quel fondo magro e virile che avevo immaginato mille volte senza sapere se mi sarebbe piaciuto. Mi piacque. Mi piacque troppo. Raccolsi con la lingua la goccia trasparente che gli pendeva dalla punta e la assaporai lentamente, chiudendo gli occhi. Era qualcosa di istintivo, una di quelle cose per cui nessuna parola ti prepara finché non le senti davvero.
Mi spogliai completamente. Mi tolsi il pigiama, le mutandine, tutto. Avevo bisogno di stare pelle contro lenzuolo, senza niente addosso, con i capezzoli duri che sfregavano sul materasso e una mano libera per infilarmi le dita nella figa mentre gliela succhiavo. E continuai. Lo baciavo, lo leccavo, me lo mettevo in bocca un po’ di più ogni volta, ingoiandolo fino a dove riuscivo, cercando di imitare quello che avevo visto nei film che guardavo di nascosto sotto le coperte. All’inizio solo il glande, avvolgendolo con le labbra, succhiando piano. Poi metà del fusto, sentendolo riempirmi la bocca, graffiandomi il palato con quella vena grossa. Quando provai a prenderlo fino in fondo mi venne quasi un conato, e dovetti tirarlo fuori e respirare a fondo. Imparai in fretta: se respiravo dal naso e rilassavo la gola, entrava di più.
Cominciai a succhiarglielo a ritmo, salendo e scendendo con la testa, aiutandomi con la mano alla base, stringendo piano. Mi riempivo la bocca di saliva apposta, fino a farla colare lungo il fusto, sulle palle, e da lì sulle lenzuola. Glielo resi tutto lucido, bagnato, fino a farlo scivolare tra le labbra con un rumorino umido ogni volta che lo infilavo e lo tiravo fuori. La sensazione era contraddittoria, vertiginosa: profondamente erotica e allo stesso tempo proibita, come se stessi rubando qualcosa che nessuno mi aveva offerto.
***
Così mi passò metà della notte. Io nuda, in ginocchio sul letto, con due dita affondate nella mia fica grondante, scopandomi da sola allo stesso ritmo con cui gli succhiavo il cazzo. Damián dormiva con il cazzo duro che puntava al soffitto e il respiro sempre più affannato, senza avere la minima idea di quello che il suo corpo stava vivendo. A volte aggrottava la fronte, altre accennava un sorriso appena percettibile, altre ancora gli scappava un gemito basso che mi faceva fermare di colpo per paura di svegliarlo. La sua faccia diceva tutto. Era duro nel sonno, godeva nel sonno, e io ero la padrona di quel sogno.
Lo facevo piano, fermandomi ogni tanto per guardarlo, per ascoltarlo, per assicurarmi che dormisse ancora. Quando lo sentivo tendersi troppo, quando notavo che le palle gli risalivano e il cazzo gli diventava ancora più duro tra le mie labbra, mi fermavo e tornavo ai baci, alla lingua lenta sulla punta, lasciandolo scendere. Volevo che durasse. Volevo restare lì, in quella notte che sembrava non finire mai, con il suo cazzo in bocca e la mia fica che si bagnava da sola, scoprendomi attraverso di lui.
Osai perfino succhiargli le palle, una prima, poi l’altra, prendendomele intere in bocca, giocando con loro con la lingua mentre gli facevo una sega lenta con la mano. Gli leccai la base, gli leccai la piega dell’inguine dove il sudore sapeva più forte, tornai su, me lo ingoiai di nuovo. Stavo imparando. Stavo capendo perché le donne parlavano di questo, perché avevo amiche che dicevano che preferivano succhiarla piuttosto che scopare.
Ma il suo corpo aveva un suo orologio. Lo sentii irrigidirsi in un altro modo, farsi ancora più grosso, pulsare contro la mia lingua con colpetti brevi e rapidi, e capii che mancava poco.
Fino a quando, finalmente, venne.
***
Il primo getto mi arrivò in bocca, tiepido, denso e improvviso, e mi colse così di sorpresa che mi ritrassi senza volerlo. Il secondo mi colpì la guancia, caldo, e mi colò fino al mento. Il resto lo sparò addosso a sé, in scosse lunghe che gli uscivano dal cazzo mentre lui continuava a dormire: gli cadde sull’addome, sull’uniforme, sui pantaloni abbassati a metà, sul maglione della scuola, formando fili bianchi e lucidi che si impigliavano nei peli del pube. Rimase tutto macchiato, e lui non aprì nemmeno gli occhi. Lasciò solo uscire un lungo sospiro, gli sfuggì un gemito rauco da chissà dove nel sogno, e sprofondò un po’ di più nel cuscino.
Rimasi immobile per un momento, con il cuore impazzito, il seme che mi colava dalla commessura e un sapore nuovo e denso sulla lingua. Deglutii. Deglutii quello che avevo in bocca, piano, sentendolo scendermi giù per la gola, salato e caldo. Poi mi passai un dito sulla guancia, raccogliendo il filo che mi pendeva, e me lo succhiai anche quello. Non volevo perdere nemmeno una goccia. La luce della luna entrava dalla finestra e mostrava tutta la scena: il ragazzo che amavo, sfinito e soddisfatto senza saperlo, fradicio della propria sborrata, e io nuda al suo fianco, con la bocca sporca, avendolo reso felice persino dentro un sogno che non avrebbe ricordato.
Mi sentii stranamente piena. Realizzata. Come se finalmente avessi capito qualcosa di me che da anni aspettava di venire fuori. Non era solo il desiderio. Era la certezza che prendermi cura di lui, compiacerlo, essere sua moglie in ogni possibile senso — anche con la bocca, anche in ginocchio, anche ingoiando il suo sperma mentre dormiva — fosse esattamente ciò che volevo essere.
Rimasi ancora un po’ così, seduta sui talloni, con le gambe aperte e la fica che ancora pulsava, a guardarlo dormire con il respiro ormai tranquillo. Fuori, in lontananza, abbaiava un cane e una macchina attraversò la strada, ma dentro la stanza il mondo intero si era ridotto a noi due. Al suo petto che saliva e scendeva, al mio cuore che tardava a calmarsi, a quel segreto appena nato che ormai non avrei più potuto restituire.
***
Mi alzai con cautela e andai in bagno. Presi della carta, mi pulii la faccia, il mento, il petto dove una goccia mi era scivolata fino al capezzolo, e tornai a letto per pulire lui il meglio che potevo. Passai la carta sull’addome, raccolsi le pozze dense rimaste attaccate ai peli, ripulii la stoffa dei pantaloni, del maglione, cercando di cancellare le tracce di quello che era successo. Il suo cazzo si ammorbidì poco a poco tra le mie mani, ancora scivoloso di saliva e sperma, e io lo ripulii con tenerezza, accarezzandolo, salutandolo per quella notte. Avevo ancora il respiro invaso dal suo odore, con il sapore della sua sborrata sul palato, come se me lo fossi tenuto dentro per sempre.
Gli diedi un ultimo bacio sulla punta, tenero, quasi di gratitudine. Gli rimisi il cazzo ormai molle nei boxer, gli tirai su i pantaloni, gli sistemai il maglione come meglio potevo. Poi mi rimisi il pigiama sulla pelle ancora sudata, mi stesi accanto alla sua schiena e, con il suo calore che mi avvolgeva e il sapore del suo sperma ancora sulla lingua, riuscii finalmente ad addormentarmi.
Da quella notte adorai l’aroma e il sapore di un uomo. Quell’odore penetrante, salato, maschile, quella durezza che si arrende alla lingua, quel modo in cui un cazzo addormentato cresce dentro la tua bocca fino a riempirtela tutta. Qualcosa si era aperto in me e non si sarebbe più richiuso.
***
La mattina dopo rimasi in silenzio. Lo guardai fare colazione con l’uniforme stropicciata, parlarmi della console, della partita del giorno prima, di qualunque cosa, senza il minimo sospetto. Io sapevo. Io ero l’unica a sapere quello che era successo tra noi nel cuore della notte, l’unica a sapere che sapore avesse la sua sborrata, l’unica ad aver avuto il suo cazzo intero in gola.
Le macchie si erano seccate sui vestiti, lasciando quelle impronte pallide e rigide che tradiscono dove un uomo si è svuotato. Ma solo il suo corpo e io conoscevamo la verità. Ci eravamo amati nell’intimità più assoluta, un’intimità che neppure lui condivideva con me.
Lo accompagnai alla porta e lo baciai come ogni mattina, sapendo che quelle stesse labbra gli avevano succhiato il cazzo fino a farlo venire nel sonno. Lui mi sorrise, ignaro, perfetto, e se ne andò. Io rimasi appoggiata allo stipite, a guardarlo allontanarsi lungo la strada, custodendo il mio segreto come si custodisce un tesoro.
Quella notte sarebbe tornato. E io sapevo già esattamente cosa volevo fare quando si fosse addormentato.



