Provai quel vestito da sposa e scoprii un'altra persona
Entrai nel negozio senza sapere bene perché lo stessi facendo, spinto da quell’inerzia strana che a volte ci porta in luoghi che non avevamo mai pensato di visitare. Era un pomeriggio di marzo, grigio e umido, uno di quei pomeriggi in cui il cielo resta sospeso nella minaccia di una pioggia che non finisce mai per cadere. Camminavo senza meta per una strada stretta del centro che non calpestavo quasi mai, una strada di vecchi edifici schiacciati gli uni contro gli altri e di esercizi commerciali che sopravvivevano a stento tra caffetterie alla moda e locali vuoti.
Il negozio dell’usato stava all’angolo, con la vetrina stipata di oggetti sistemati senza alcun criterio: una lampada da terra con il paralume storto, due valigie antiche impilate, un manichino senza testa con un cappotto di tweed. Sulla vetrina appannata avevano attaccato un cartello scritto a mano che diceva Qui niente finisce davvero di morire, con una calligrafia tremante che mi fece pensare a mani vecchie.
Non mi serviva nulla. Questa è la verità più onesta che posso offrire su quel momento: non cercavo niente, non mi mancava niente. Avevo trentadue anni, un lavoro che non mi dispiaceva ma che non mi appassionava, un piccolo appartamento che dividevo con un coinquilino che vedevo appena, e una costante sensazione di stare aspettando qualcosa che non sapevo nominare. Entrai perché la porta era aperta e perché dentro sembrava caldo, e perché a volte si entra in un posto solo per smettere di stare fuori.
L’odore fu la prima cosa ad accogliermi: polvere antica, legno vecchio, tessuti che hanno assorbito decenni, pelle consumata e qualcosa di vagamente floreale, come lavanda dimenticata in fondo a un cassetto. Non risultava sgradevole, ma rassicurante in un modo strano, come se varcando la soglia fossi entrato anche in un altro tempo. La donna al banco alzò appena lo sguardo; mi fece un vago cenno con la mano che interpretai come il permesso di guardare ciò che volessi.
Mi addentrai con quell’indifferenza finta che adottiamo quando non abbiamo alcuno scopo, lasciando che le dita sfiorassero le cose: il dorso di un libro di cucina degli anni Settanta, un vaso con una scheggiatura sul bordo, il velluto consumato di un cuscino che un tempo era stato rosso. C’era qualcosa di ipnotico nel vagare senza meta, qualcosa che mi permetteva di svuotare la mente e semplicemente esistere nel presente, tra oggetti appartenuti a sconosciuti e che ora attendevano che qualcuno li reclamasse.
Fu allora che lo vidi. O, per essere più preciso, fu lui a trovare me, perché non lo stavo cercando e tuttavia eccolo lì, appeso in fondo a una barra di abiti, mezzo nascosto tra cappotti invernali. Un vestito da sposa. Bianco, di quel bianco che non è bianco del tutto ma ha sfumature d’avorio, un bianco caldo che suggeriva morbidezza prima ancora di toccarlo. Una fodera di plastica trasparente lo proteggeva dalla polvere, ma attraverso di essa si intuiva la caduta del tessuto, il corpetto che si stringeva prima di aprirsi in una gonna ampia, il pizzo che correva lungo le maniche disegnando motivi come fiori.
Rimasi immobile, come se mi avessero messo radici nel pavimento di legno. Sentii una stretta al petto che non era dolore né benessere, qualcosa di simile al capogiro di chi si sporge sull’orlo di un precipizio sapendo che non salterà ma senza riuscire a non immaginarlo. È bellissimo. Questo fu il mio primo pensiero. Il secondo fu chiedermi perché diavolo mi fossi fermato davanti a un vestito da sposa come se avesse una qualche rilevanza per me. Il terzo, più traditore, fu notare che il mio cazzo si era indurito nei pantaloni senza permesso, pulsando contro la stoffa con un’insistenza che mi fece deglutire.
Avrei dovuto continuare a camminare. È ciò che avrebbe fatto chiunque. Invece feci un passo, poi un altro. La fodera frusciò quando la sfiorai, un suono piccolo che nel silenzio mi parve assordante, e per un istante rimasi paralizzato, convinto che la donna al banco avrebbe alzato lo sguardo e mi avrebbe chiesto cosa stessi facendo. Non lo fece. Nessuno mi stava guardando. E quella solitudine mi diede il coraggio — se coraggio si può chiamare qualcosa di tanto minuscolo e tanto spaventoso insieme — di scostare la plastica e toccare il tessuto.
Era morbido. Incredibilmente morbido, con quella consistenza setosa dei tessuti scelti con cura per un giorno importante. Le mie dita percorsero il pizzo quasi senza che io glielo permettessi, seguendo i contorni di quei motivi floreali, e sentii che qualcosa si muoveva dentro di me. Qualcosa che dormiva da moltissimo tempo e che all’improvviso era ben sveglio, a guardarmi dall’interno del mio stesso petto con occhi che non riconoscevo. Il mio cazzo pulsò una seconda volta, più forte, e avvertii un’umidità tiepida spuntare sulla punta, macchiando il cotone delle mutande con una goccia densa di liquido preseminale.
Ritrassi la mano come se il tessuto bruciasse, anche se non bruciava. Feci un passo indietro, poi un altro, senza smettere di guardarlo. Il cuore mi batteva contro le costole con un’urgenza assurda, avevo i palmi umidi e un nodo in gola. Sapevo che non aveva nulla a che fare con l’ansia e tutto a che fare con l’immagine che mi aveva attraversato la mente per una frazione di secondo e che ora cercava di cancellarsi: io stesso, vestito di bianco, la stoffa che cadeva sul mio corpo, il cazzo duro sotto la gonna, mentre mi guardavo in uno specchio che non esisteva.
Uscii senza comprare nulla. Passai accanto al banco con la testa bassa, mormorai un «grazie» che la donna nemmeno sentì e spinsi la porta con più forza del necessario. L’aria fredda mi colpì il viso e camminai in fretta, quasi correndo, con l’erezione ancora stretta contro la patta, ripetendomi che non era successo niente, che avevo solo visto un vestito bello e lo avevo toccato, e che non significava assolutamente nulla.
***
Ma non lo dimenticai. Quella notte, disteso al buio mentre il traffico filtrava dalla finestra, il vestito tornò a me con una chiarezza che mi spaventò. Potevo vederlo nel buio delle palpebre, bianco e brillante, e sentivo ancora sulle punte delle dita la consistenza del pizzo. Con esso arrivavano domande che non volevo pormi, domande accumulate per anni in qualche angolo oscuro della mia mente. Perché mi ha colpito così tanto? Cos’era quella cosa che ho sentito, quel misto di paura e fascinazione così simile al desiderio? Non ero pronto a rispondere, ma il mio corpo sì, e sotto le lenzuola il cazzo si rizzò di nuovo, duro come non lo era stato da mesi, così gonfio da fare male. Mi infilai la mano nelle mutande quasi senza decidere. Era bagnata, intrisa di liquido preseminale, scivolosa. Mi afferrai alla base e cominciai a masturbarmi lentamente, immaginando il pizzo contro il petto, la gonna ampia che mi sfiorava le cosce, il corpetto che mi stringeva la vita. L’immagine fu sufficiente. In meno di un minuto venni a fiotti sul mio stesso ventre, mordendomi le labbra per non gemere, e quando finii sentii un calore strano in faccia, un misto di vergogna, sollievo e un bisogno ancora intatto che l’orgasmo non aveva spento. Mi ripulii con la maglietta, la lanciai sul pavimento e mi voltai, e feci come sempre: seppellii tutto sotto strati di negazione e mi costrinsi a pensare alle bollette, al lavoro, a qualsiasi cosa che non fosse quel tessuto bianco.
I giorni successivi furono strani. Andavo in ufficio, parlavo con i colleghi, sorridevo quando dovevo sorridere, ma dentro ero altrove. Il vestito mi perseguitava. Lo vedevo quando chiudevo gli occhi, lo vedevo riflesso nelle vetrine sulla strada per la metropolitana, nelle spose dei film che il mio coinquilino guardava la sera in soggiorno. Ogni notte, senza eccezione, finivo con la mano sul cazzo e il vestito in testa, venendomi sotto la doccia, nel letto, una volta persino nel bagno dell’ufficio, mordendomi il pugno per non lasciarmi sfuggire un gemito. Era come se il mondo intero si fosse messo d’accordo per non farmi dimenticare ciò che avevo provato quel pomeriggio.
Quattro o cinque notti dopo lo sognai. Nel sogno il negozio era vuoto, senza scaffali né mobili, solo il vestito appeso nel nulla sotto una luce senza origine. Mi avvicinavo con il cuore in gola e, quando tendevo la mano, il vestito scivolava via dalla gruccia e fluttuava verso di me come se avesse vita propria. E allora io lo indossavo. Non ricordo come; so solo che all’improvviso ero dentro, avvolto nel tessuto, e mi guardavo in uno specchio apparso dal nulla. La persona che mi restituiva lo sguardo ero io e non ero io: qualcuno che non conoscevo e che tuttavia riconoscevo, che sorrideva con un sorriso piccolo e segreto, come a dire finalmente, finalmente, finalmente. Nel sogno la gonna si sollevava da sola e comparivano le mie mani sotto, ad accarezzarmi il cazzo che spuntava tra le pieghe bianche, e venivo dentro il vestito, macchiando il pizzo di sborra tiepida mentre continuavo a sorridere dallo specchio.
Mi svegliai con le lacrime agli occhi e con le mutande zuppate di sperma vero, non sognato, le lenzuola appiccicose contro la coscia. Non sapevo bene perché stessi piangendo. Mancavano ore alla sveglia, ma capii che non mi sarei più riaddormentato, così mi sedetti sul divano con un tè che non avevo voglia di bere e, per la prima volta, mi concessi di pensare a quello che stava succedendo senza scappare. C’era qualcosa dentro di me che voleva indossare quel vestito. E qualcosa di più: c’era qualcosa dentro di me che voleva venire dentro quel vestito, fottersi da solo sotto quella gonna, sentire il pizzo contro i capezzoli mentre si menava fino a crollare. Quelle erano le verità nude che per giorni avevo cercato di non vedere, e nel formularle a parole, anche solo parole dentro la testa, mi sentii stranamente più leggero.
***
Cominciai a informarmi, all’inizio quasi senza rendermene conto. Cercavo di notte articoli su uomini che indossavano abiti femminili, con la scusa di capire cosa mi stesse succedendo, ma poco a poco la scusa si cancellò e le ricerche diventarono un’esplorazione. Scoprii di non essere l’unico, che c’erano migliaia di persone come me, che provavano attrazione per capi che il mondo aveva deciso non spettassero loro. Lessi testimonianze di uomini che descrivevano la prima volta in cui avevano indossato un vestito, la pace improvvisa di sentirsi finalmente al posto giusto nella propria pelle, e mi riconobbi nelle loro parole anche se la mia esperienza si limitava ancora a una carezza di dita sul pizzo in un negozio polveroso. Lessi anche forum più oscuri, thread anonimi con foto sfocate dove altri come me si masturbavano in abito da sposa, col cazzo che spuntava tra strati di tulle, venendo sul corpetto mentre si dicevano «troia», «sgualdrina», «puttana». La prima volta che mi imbattei in quelle immagini mi si rizzò il cazzo così forte che dovetti spegnere il computer e masturbarmi in piedi contro la scrivania, sputando la sborra sulla tastiera nel giro di pochi minuti.
Più leggevo, più capivo che quella non era un’aberrazione ma una parte di me che aspettava di essere scoperta, e più difficile diventava resistere al richiamo del vestito. A volte, camminando per strada, i piedi mi portavano verso quella zona del centro senza che me ne accorgessi, e dovevo costringermi a cambiare direzione. Perché quella era la cosa peggiore: la certezza irrazionale che il vestito fosse ancora lì, paziente, sapendo che sarei tornato.
La decisione arrivò una mattina, quasi un mese dopo. Non ci fu nessun detonante; mi svegliai semplicemente con una determinazione tranquilla che somigliava alla pace. Sarei tornato, avrei comprato il vestito, l’avrei portato a casa e lo avrei provato da solo, nell’intimità della mia stanza, senza che nessuno lo sapesse o mi giudicasse. Mi terrorizzava pensare a ciò che questo avrebbe potuto significare per la persona che credevo di essere. Ma ero stanco, infinitamente stanco della recita, dello sforzo di mantenere le apparenze. Volevo sapere come si sarebbe sentito il tessuto contro la mia pelle, come sarebbe caduta la gonna attorno alle mie gambe, come mi si sarebbe rizzato il cazzo sotto il pizzo, come mi avrebbe guardato la persona nello specchio quando finalmente avesse smesso di nascondersi.
Il tragitto mi sembrò eterno e brevissimo allo stesso tempo. Quando svoltai l’angolo e vidi la vetrina, con la lampada storta e il manichino senza testa, sentii un misto di sollievo e terrore che mi tolse il fiato. La porta era aperta, la donna con gli occhiali era ancora al suo posto, e l’odore familiare mi avvolse come un abbraccio. Camminai verso il fondo con il cuore in gola, e per un orribile momento pensai che non ci fosse più, che fosse stato venduto. Ma era ancora lì, esattamente dove lo avevo lasciato, con la sua fodera trasparente e il suo bianco che brillava nella penombra.
Mi avvicinai lentamente, ma nei miei passi non c’era più terrore, solo attesa. Scostai la fodera e toccai il tessuto, e fu come lo ricordavo, forse meglio: morbido, setoso, caldo nonostante il freddo del negozio, come se avesse conservato il calore di tutte le mani che lo avevano sfiorato prima. Cercai l’etichetta del prezzo che pendeva da una manica, e quando vidi la cifra — assurdamene bassa per qualcosa di così bello — capii che non c’era scusa possibile.
Lo sganciai con mani che tremavano un poco e lo portai alla cassa cercando di mantenere un’espressione neutra, come se comprare abiti da sposa fosse la cosa più normale del mondo. La donna alzò lo sguardo per la prima volta, e per un attimo temetti che chiedesse per chi fosse. Non disse nulla. Digitò la cifra su un vecchio registratore di cassa che emise un colpo metallico aprendosi, infilò il vestito in una grande borsa di carta e me la porse con un sorriso stanco.
—Buona scelta — disse, con quella voce rauca di chi ha visto troppe cose per stupirsi di qualsiasi cosa.
La ringraziai con un filo di voce e uscii in strada con la borsa stretta al petto, sentendo il peso del vestito attraverso la carta e anche il peso del mio cazzo, già semiduro solo a immaginare quello che avrei fatto con lui appena arrivato a casa. E capii che la persona che entrava in quel negozio non era la stessa che ne usciva.
***
Feci il ritorno quasi correndo, spinto da un bisogno di stare da solo con il vestito che era diventato fisico, impossibile da ignorare. Il mio coinquilino non c’era — il martedì lavorava fino a tardi — e quando chiusi la porta, il silenzio che mi accolse fu perfetto. Andai dritto in camera, posai la borsa sul letto e tirai fuori il vestito, stendendolo sulle lenzuola bianche che per una volta sembravano la cornice adatta a quella bianchezza più grande. Fuori dal negozio, sotto la luce della mia lampada, era ancora più bello: il corpetto di pizzo intricato, le maniche che cadevano come ali, la gonna che si apriva in onde morbide.
Mi spogliai lentamente, con una solennità che il momento sembrava esigere, piegando ogni indumento fino a restare nudo davanti allo specchio a figura intera che avevo comprato anni prima e non avevo mai usato se non per controllare che i vestiti non fossero stropicciati. Mi guardai davvero, forse per la prima volta nella mia vita: le linee delle spalle, il pelo sul petto, le gambe lunghe, il cazzo già mezzo eretto che penzolava pesante tra le cosce, i testicoli stretti e tesi, il viso un misto di paura e speranza. Non era un corpo da donna. Era, innegabilmente, il corpo di un uomo. E tuttavia, in quel momento, capii che non importava, che i corpi sono solo corpi e i vestiti sono solo vestiti, e che le categorie in cui insistiamo a dividerci non sono altro che linee tracciate sulla sabbia.
Presi il vestito con mani che tremavano già in un altro modo, più attesa che paura, e cercai la zip nascosta sul fianco. La aprii del tutto, infilai i piedi nell’apertura della gonna e cominciai a tirare il tessuto su per le gambe, sui fianchi, sulla vita, fino a infilare le braccia nelle maniche di pizzo e sentire il vestito accomodarsi sulle spalle come un abbraccio che avevo atteso per tutta la vita. La zip oppose un po’ di resistenza — il vestito non era fatto su misura per me, stringeva troppo in alcuni punti e restava largo in altri — ma alla fine cedette, e quando l’ultimo dente si incastrò dovetti chiudere gli occhi, perché quello che sentivo era troppo intenso per essere elaborato guardando.
Il tessuto era fresco sulla mia pelle, non freddo ma fresco, con quella piacevole freschezza che non irrita e non punge, che si sente come una carezza continua. Il pizzo del corpetto mi sfiorava il petto, i bordi delicati di quei motivi floreali in contatto diretto con i capezzoli, e fu una sensazione completamente diversa da qualsiasi altra avessi mai provato vestendomi. I capezzoli mi si indurirono all’istante, tanto che si disegnavano contro la stoffa, e ogni movimento li sfregava mandandomi piccole scariche fino al cazzo. La gonna mi cadeva pesante intorno alle gambe, e quando mi mossi leggermente sentii la stoffa ondeggiare e sussurrare con me, diventare un’estensione di me stesso invece di qualcosa di estraneo. Sotto, il mio cazzo si era indurito del tutto, così gonfio da sollevare la parte anteriore della gonna formando un piccolo rigonfiamento rivolto allo specchio.
Aprii gli occhi lentamente, quasi temendo ciò che avrei visto, e mi ritrovai davanti al mio riflesso. E quello che vidi mi tolse il fiato. Ero io, indiscutibilmente io — lo stesso volto, gli stessi capelli, gli stessi occhi di ogni mattina — eppure allo stesso tempo ero qualcun altro, qualcuno che non avevo mai visto ma che riconoscevo all’istante, come se si fosse nascosto dietro un velo per tutta la vita e avesse finalmente deciso di fare un passo avanti. Il vestito non mi stava perfettamente: le maniche erano corte, il corpetto si increspava dove il mio corpo non aveva le curve per cui era stato disegnato, la gonna sfiorava il pavimento chiedendo tacchi che non avevo. Ma niente di tutto questo importava. Ciò che importava era come mi sentivo, e mi sentivo bene in un modo che non sapevo spiegare, come se tutti i pezzi di un puzzle si fossero finalmente incastrati.
Mi portai una mano al petto, ancora senza guardare in basso, e mi pizzicai un capezzolo sopra il pizzo. La sensazione fu brutale: la stoffa ruvida che grattava la punta ipersensibile, la dolce fitta che mi saliva dallo sterno alla gola. Lasciai sfuggire un piccolo gemito, involontario, e nello specchio vidi le labbra socchiudersi in quel sorriso idiota e imbarazzato di chi scopre per la prima volta qualcosa che avrebbe dovuto scoprire anni prima. Mi pizzicai l’altro capezzolo, più forte, torcendolo tra due dita fino a far diventare la stoffa carta vetrata e il piacere una lama. Sotto la gonna il mio cazzo ebbe uno strappo brutale, così forte che sentii una grossa goccia di liquido preseminale scivolare lungo il glande e colare verso il basso, bagnando la fodera del vestito.
—Cazzo — sussurrai, e la mia voce suonò come un’oscenità nella stanza silenziosa.
Sollevai la gonna lentamente, con entrambe le mani, e cominciai a raccoglierla fino alla vita, finché nello specchio apparve il mio cazzo, teso, rosso, lucido sulla punta, puntato verso il soffitto come se avesse vita propria. Vederlo spuntare tra gli strati bianchi di tulle e pizzo fu un’immagine così pornografica, così carica, che mi scappò un altro gemito. Lo afferrai alla base con la mano destra, stringendo forte, e mi concessi la prima lunga e lenta pompata, dai testicoli al glande, strappandomi uno spasmo che mi fece piegare le ginocchia.
—Guardati — mi dissi a bassa voce, con una voce roca e sconosciuta —. Guardati bene. Vestita da sposa e con il cazzo fuori. Che gran troia che sei.
La parola uscì da sola, senza permesso, e mi sorprese la scarica elettrica che mi attraversò sentendola dalla mia stessa bocca. Me la dissi di nuovo, più piano, assaporandola. Troia. Sgualdrina. Sposa sporca. Ogni insulto che mi lanciavo dallo specchio mi faceva indurire il cazzo ancora di più, se possibile. Cominciai a menarmelo sul serio, a ritmo, con la mano chiusa ben stretta e il pollice che scivolava sul frenulo a ogni salita, mentre con l’altra mano mi tenevo la gonna per non perdere la vista del mio cazzo incorniciato dal bianco del vestito.
Il piacere saliva a ondate, ognuna più profonda della precedente. Non era solo l’attrito fisico della mano sul cazzo; era l’insieme intero, il pizzo che sfregava i capezzoli eretti a ogni movimento del braccio, la gonna pesante che mi scivolava sulle cosce nude, il corpetto che mi stringeva le costole come un abbraccio fermo, e soprattutto quell’immagine nello specchio, quella di un uomo vestito da sposa che si masturbava con la faccia rossa e la bocca aperta, la sposa troia che per trentadue anni era rimasta nascosta dentro di me e che ora emergeva senza filtri.
Mi leccai il palmo della mano sinistra per bagnarla di saliva e portai di nuovo le dita ai capezzoli, questa volta infilandomi sotto il corpetto per toccare direttamente la pelle con la punta umida, mentre la destra continuava a lavorarmi il cazzo. La combinazione fu devastante. Sentii che stavo per venire troppo presto, così strinsi la base del cazzo con forza per rimandare, ansimando, con le cosce che mi tremavano.
—Non ancora — dissi a quello nello specchio —. Resisti ancora un po’, puttana.
Mi costrinsi a rallentare il ritmo. Mi passai la mano su tutta la gonna, sentendo il volume del tulle, la dolce ruvidità del pizzo, la caduta del tessuto contro la parte posteriore delle cosce. Mi girai lentamente per vedermi di lato, poi di schiena, guardando oltre la spalla come il vestito disegnasse la curva del mio culo sotto la stoffa, e portai la mano libera proprio lì dietro, accarezzandomi le natiche sopra la gonna, stringendole, poi infilando le dita sotto fino a trovare la pelle nuda. Mi accarezzai la fessura del culo sopra il pelo, su e giù, e scoprii di essere così sensibile che solo con quello mi scappò un altro lungo gemito.
Tornai frontale. Mi lasciai andare la gonna per un momento per sputarmi nella mano e la riafferrrai ben bagnata, e questa volta cominciai davvero a menarmelo, senza freni, con il polso veloce e il piccolo, osceno schiocco di saliva e liquido preseminale che si mescolavano. I testicoli salivano e scendevano contro la mano a ogni pompata, stretti, caldi, pronti. Nello specchio la mia faccia era sconvolta, la bocca aperta, gli occhi socchiusi, i capelli appiccicati alla fronte per il sudore. Ero bellissimo. Ero osceno. Ero, per la prima volta, intero.
—Sto per venire — annunciai al riflesso, e lui mi sorrise con quello stesso sorriso segreto del sogno, quello del finalmente, finalmente, finalmente.
L’orgasmo mi colpì come un treno. Sentii la fitta partire dai testicoli, attraversarmi il basso ventre ed esplodere lungo il cazzo nel primo getto lungo e denso che schizzò verso l’alto e atterrò proprio sul corpetto, inzuppando il pizzo bianco con una striscia viscida di sperma. Il secondo getto fu ancora più forte, e poi un altro, e un altro, spruzzandomi il vestito di grosse gocce che colavano lentamente sulla stoffa, seguendo i rilievi dei motivi floreali, insinuandosi tra i fili del pizzo. Stavo venendo su me stesso, sul mio vestito da sposa, e mentre lo facevo non smisi di guardarmi allo specchio neanche per un secondo, né di gemere piano, né di ripetermi la parola che avevo scoperto essere mia: troia, troia, troia, mia, mia, mia.
Quando l’ultimo spasmo mi scosse e il cazzo cominciò a cedere tra le dita, stillando ancora l’ultima goccia che cadde sul pavimento, rimasi immobile per un lungo momento, con il fiato interrotto, sentendo lo sperma tiepido iniziare a raffreddarsi sul corpetto e filtrare attraverso la stoffa fino a sfiorarmi la pelle del petto. Avrei dovuto provare disgusto. Non ne provai nessuno. Provai invece una pienezza così assoluta che gli occhi mi si riempirono di lacrime di nuovo, proprio come nel sogno, e questa volta seppi davvero perché stavo piangendo.
Lasciai andare la gonna lentamente e la feci ricadere, coprendo il cazzo ormai molle e gocciolante. Rimasi davanti allo specchio a lungo, così a lungo da perdere il conto dei minuti, girandomi per vedermi da angolazioni diverse, alzando le braccia per sentire scendere le maniche, facendo qualche passo per ascoltare il fruscio della gonna e le macchie di sperma che si asciugavano sul corpetto come dolci cicatrici. E mentre lo facevo, qualcosa dentro di me si rilassò, come un muscolo che è rimasto teso così a lungo da non accorgerti più della tensione finché non scompare. Non so se fosse felicità, esattamente; la parola sembra troppo semplice. Era piuttosto riconoscimento, la sensazione di tornare a casa dopo un viaggio lunghissimo, di trovare finalmente un posto dove poter essere me stesso senza dover spiegare o giustificare nulla.
***
Non so quanto sarebbe durato quello stato quasi meditativo se non avessi sentito una chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Il mio coinquilino. Era tornato prima del previsto, e io ero lì, vestito da sposa, con macchie del mio stesso sperma ormai quasi secche sul corpetto, con la porta socchiusa e la luce accesa. Il panico fu istantaneo, cancellando di colpo ogni pace, e le mie mani volarono verso la cerniera mentre sentivo i suoi passi nell’ingresso, il rumore delle chiavi che cadevano nella ciotola di ceramica.
—Sei in casa? — disse la sua voce dal corridoio.
—Un momento — gridai, e la mia voce mi parve strana persino a me, troppo acuta —. Mi sto cambiando.
La scusa era patetica, ma fu l’unica che mi venne in mente, e per qualche miracolo funzionò: i suoi passi si fermarono.
—Va bene, ordino qualcosa per cena. Prendo anche per te?
—Sì, qualsiasi cosa — risposi, e mi rinchiusi nel bagno accanto per liberarmi del vestito senza rischiare che aprisse la porta all’improvviso. La cerniera si inceppava a ogni tentativo, e quando finalmente riuscii a toglierlo, quando lo ebbi tra le mani stropicciato invece che cadente con delicatezza sul mio corpo, sentii una perdita che mi sorprese per la sua intensità, come se mi avessero strappato qualcosa che mi apparteneva. Le macchie di sperma sul corpetto erano lì, bianche sul bianco, indurite, e per un momento mi portai il tessuto al viso e le annusai, e l’odore del mio stesso sperma mescolato all’odore di vecchia lavanda del vestito mi fece tornare il cazzo di nuovo mezzo duro, esausto com’era.
Lo piegai con tutta la cura possibile, lasciando le macchie all’interno perché non si vedessero contro la coperta, lo nascosi in fondo all’armadio sotto una vecchia coperta e mi misi i miei soliti vestiti, che all’improvviso mi risultavano stranamente scomodi, stranamente estranei, come se fossi io a travestirmi indossando quei pantaloni e quella felpa che avevo portato mille volte.
Quella sera, mentre mangiavamo la pizza e io fingevano di ascoltare i suoi racconti sul lavoro, pensai al vestito nascosto nel mio armadio, alla sensazione del tessuto sulla pelle, alle macchie della mia sborra che si asciugavano tra i fiori di pizzo, alla persona che mi aveva guardato dallo specchio con occhi che finalmente sembravano riconoscermi. E seppi, con una certezza allo stesso tempo terrificante e liberatoria, che quello non era stato un esperimento isolato. Era l’inizio di qualcosa. Non sapevo di cosa, né dove mi avrebbe portato, né come si sarebbe conciliato con la persona che il mondo credeva io fossi. Ma sapevo che il vestito sarebbe tornato fuori da quell’armadio, che me lo sarei rimesso, che mi sarei masturbato di nuovo dentro di esso fino a venire sul pizzo, che avrei cercato ancora nello specchio quella versione di me stesso. E per la prima volta da molto tempo, forse per la prima volta nella mia vita, quella prospettiva non mi faceva paura. Mi dava speranza.