Sola in casa e il cassetto di mia madre
Ricordo quel pomeriggio con una chiarezza che ancora oggi mi sorprende. Non l’anno esatto, nemmeno la stagione, ma sì l’odore della casa vuota: di detersivo, di silenzio, di possibilità. Mia madre era uscita con mia zia a fare la spesa del mese e mi aveva lasciata sola fino a sera.
Non so come spiegare quello che provavo in quell’epoca senza farlo sembrare qualcosa che non era. Fin da piccola c’era in me qualcosa che guardava il mondo in modo diverso. Le riviste di moda che mia madre lasciava ammucchiate sul mobile del salotto mi attiravano più di qualsiasi altra cosa. Le attrici che vedevo in televisione, con i loro vestiti attillati e quel modo particolare di muoversi, mi suscitavano un fascino che non era esattamente lo stesso dei miei amici. Loro guardavano e desideravano. Io guardavo e volevo essere.
C’erano artiste che mi facevano quell’effetto. Donne che nelle loro canzoni o nei loro video trasmettevano qualcosa che non riuscivo a definire con le parole: un miscuglio di potere, sensualità e sicurezza che associavo al femminile. La donna che seduce e sa di sedurre. Quella che sceglie chi la guarda e chi se la scopa. Mi attraeva, e non nello stesso modo in cui si desidera un’altra persona, ma in una forma più profonda, come se riconoscessi qualcosa di mio in quell’immagine che si muoveva sullo schermo.
Notavo anche come mi comportavo con gli altri. Non ero mai quella che guidava il gruppo, mai quella che prendeva l’iniziativa. Seguivo, ascoltavo, cercavo approvazione. Mi sentivo a mio agio in quel posto e non lo mettevo troppo in discussione. Ma a volte, nei momenti di quiete, mi chiedevo perché quel ruolo mi risultasse così naturale mentre l’altro, quello che avrei dovuto avere, mi stesse addosso come un vestito della taglia sbagliata.
***
Quel pomeriggio, dopo che la porta si chiuse dietro mia madre, rimasi ferma nel corridoio per alcuni minuti. La casa respirava in modo diverso quando era vuota. Più grande. Più permissiva, come se anche le pareti lasciassero andare qualcosa quando non c’era nessuno a osservare.
Andai in camera mia, mi sedetti sul letto e rimasi a fissare il soffitto a lungo. Sapevo cosa volevo fare. L’avevo pensato prima, molte volte, in quei momenti appena prima di addormentarmi quando i pensieri arrivano senza filtro e la mano mi andava da sola dentro le mutande, il cazzo duro contro il palmo, immaginandomi vestita, immaginandomi aperta, immaginandomi riempita. Ma in casa c’era sempre qualcuno, sempre una ragione per non farlo. O forse quello che c’era era paura, che è diverso da una ragione anche se ci somiglia moltissimo.
Quel pomeriggio non c’era nessuna delle due cose.
Mi alzai, uscii nel corridoio e camminai fino alla camera dei miei genitori. Spinsi la porta piano, anche se non c’era nessuno che potesse sentirmi. Il cuore mi batteva forte e quella sensazione, quella del pericolo inventato, del segreto sul punto di accadere, era parte di ciò che mi spingeva avanti. Sentivo già il cazzo gonfiarsi dentro i pantaloni, premere contro la stoffa, umido in punta.
Mi fermai davanti alla cassettiera di mia madre.
Il cassetto in alto custodiva la sua biancheria intima. L’avevo visto aperto una volta senza farci caso, di sfuggita, ma adesso lo guardavo con un’intenzione completamente diversa. Lo tirai molto lentamente, come se una parte di me si aspettasse che ci fosse una serratura.
***
Quello che trovai dentro era più di quanto mi aspettassi. C’erano diversi completi piegati con cura: una vestaglia di raso color bordeaux, due perizomi di pizzo di colori diversi, un corpetto nero con dettagli dorati nelle cuciture, e un babydoll color crema con spalline sottili e un drappeggio di tessuto semitrasparente. In fondo, dietro a tutto, c’era un piccolo flacone di lubrificante.
Rimasi a guardare tutto senza toccare nulla per un momento che non so quanto durò. Come se il primo contatto fosse irreversibile. Come se nell’istante in cui le mie mani avessero toccato quel tessuto, qualcosa si fosse spostato per sempre.
Presi il babydoll.
Il tessuto era morbido, più morbido di quanto immaginassi. Andai in bagno con quello e chiusi la porta, anche se ero sola in casa. La chiusi lo stesso. Mi spogliai davanti allo specchio lungo che occupava tutta la parete e mi vidi nuda, il cazzo già mezzo duro che penzolava tra le gambe, le palle tirate contro il corpo, e provai a guardarmi in modo diverso, come se gli occhi che mi osservavano dall’altra parte del vetro non fossero esattamente gli stessi di sempre.
Mi passai il babydoll dalla testa e lo lasciai scendere. Mi arrivava a metà coscia. Il tessuto semitrasparente lasciava intravedere la pelle sotto, e le spalline sottili facevano sembrare le spalle più strette. Nello specchio vidi qualcosa che non mi aspettavo di vedere: una figura che poteva, se non la si guardava troppo da vicino, avere qualcosa di femminile. Non era esattamente ciò che volevo essere, ma era più vicino a quello di qualsiasi cosa avessi visto prima.
Tornai al cassetto per il tanga abbinato.
Lo posai a terra, lo aprii, infilai un piede, poi l’altro, e lo tirai su per le gambe molto lentamente. Quando il triangolo di stoffa arrivò al mio inguine dovetti sistemare il cazzo, spingerlo verso il basso per farlo stare dentro il pizzo, e il semplice sfregamento del tessuto contro il glande mi strappò un gemito basso. Il filo dietro scivolò tra le natiche, aderente, stringendosi contro il buco del culo con una sensazione che non aveva ancora un nome, ma che era completamente nuova. Lo tirai su fino alla vita e mi guardai nello specchio.
Rimasi così per un momento, immobile, con il cazzo segnato sotto il tanga, il rigonfiamento bagnato che spingeva la stoffa in avanti. Sentivo il filo infilarsi nel culo a ogni respiro profondo, come se mi stesse accarezzando l’orifizio dall’esterno, ricordandomi che lì c’era qualcosa che voleva essere aperto.
Non era paura. Era qualcos’altro. Una specie di riconoscimento, come quando arrivi in un posto per la prima volta e hai la sensazione di conoscerlo già.
***
Provai uno per uno gli altri capi. Il corpetto nero mi stava largo, ma la consistenza del pizzo sul petto, graffiandomi i capezzoli che si fecero subito duri, era una sensazione che non avevo previsto. Passai i palmi sopra, premendo il tessuto contro i capezzoli, e sentii una fitta diretta tra le gambe, il cazzo che pulsava più forte. La vestaglia di raso mi diede qualcosa di diverso: più coperta, più avvolta, il tessuto freddo che scivolava sulla pelle calda, sfiorandomi la punta del cazzo a ogni movimento.
A un certo punto del processo, mentre mi guardavo allo specchio con il babydoll e il tanga crema, decisi che mi serviva un nome. Non il nome che mi avevano dato, ma uno che fosse mio in un altro modo, che appartenesse a questa versione di me che esisteva solo qui dentro, in questo bagno vuoto, con la porta chiusa e il pomeriggio fuori che seguiva il suo corso senza sapere nulla. Rimasi a guardarmi finché un nome non emerse da solo, senza sforzo: Camila.
Camila. Sì. Questo.
Me lo dissi sottovoce, quasi senza muovere le labbra, come se fosse una parola che si sarebbe potuta rompere se l’avessi detta troppo forte. E poi, guardandomi negli occhi nello specchio, lo dissi di nuovo, un po’ più forte:
—Camila. Sono Camila. E voglio che mi scoprano.
Sentirmi dire quelle parole ad alta voce, da sola, con il babydoll che mi cadeva sulle cosce e il cazzo stretto dentro un tanga di mia madre, mi fece tremare. Portai la mano al rigonfiamento sopra il pizzo e strinsi piano, e una goccia densa bagnò la stoffa all’interno.
***
Il lubrificante era ancora sul bordo della cassettiera dove l’avevo lasciato. Ogni volta che lo guardavo sentivo che faceva parte di quello che quel pomeriggio aveva in serbo per me. Avevo pensato anche a questo, al desiderio di sentire qualcosa dentro, di essere aperta, di avere il culo pieno come vedevo nei video che guardavo di notte col volume spento. Non avevo le parole esatte per ciò che volevo, ma l’idea era quella, ed era chiara quanto qualsiasi altra cosa avessi mai provato nella mia vita.
Presi il flacone, tornai in bagno e mi abbassai il tanga fino alle caviglie. Mi misi a quattro zampe davanti allo specchio, con il culo puntato all’indietro e la testa girata per potermi vedere. Il babydoll mi si alzò sulla schiena, lasciando il sedere completamente scoperto. Vedere me stessa così, a quattro zampe, offerta, con il buco esposto e il cazzo duro penzolante tra le gambe, mi fece gemere senza volerlo.
Mi misi lubrificante sulle dita, tanto, finché colava, e portai la mano indietro. Cominciai a toccarmi fuori, molto lentamente, disegnando cerchi attorno all’orifizio, imparando la geografia del mio corpo come se fosse la prima volta. E per certi versi lo era, perché non l’avevo mai guardato così, non l’avevo mai trattato con tanta attenzione. Il culo si contraeva sotto il polpastrello, stringendosi e allentandosi, chiedendo qualcosa che io ancora non gli avevo dato.
La prima pressione fu strana. Scomoda. Il mio corpo resisteva, come se non capisse ancora cosa gli stessi chiedendo. L’orifizio si chiudeva forte contro la punta del dito, difendendosi. Ma continuai, piano, lasciando che la resistenza cedesse poco a poco, spingendo e aspettando, spingendo e aspettando. Quando il primo dito entrò di colpo, fino alla nocca, la sensazione fu un miscuglio di cose: un lieve bruciore che mi fece chiudere gli occhi, un formicolio profondo che mi salì lungo la schiena, e una curiosità che superava qualunque disagio.
—Ah… cazzo —sussurrai contro lo specchio—. È dentro. Ce l’ho dentro.
Aspettai. Respirai. Il muscolo cedette, avvolgendo il dito, stringendolo con un calore che non avevo mai sentito.
Spinsi il dito più a fondo e notai come il lubrificante facilitasse il movimento. Cominciai a farlo uscire e rientrare lentamente, e a ogni movimento la sensazione diventava meno strana e più intensa. Il cazzo mi si tendeva duro contro il ventre, gocciolando preseme sulle piastrelle. Non era esattamente piacere ancora, o forse sì, ma di un tipo che non riconoscevo perché non l’avevo mai provato prima: un piacere che veniva da dentro, non dal cazzo, un piacere che mi apparteneva come donna e non come l’altro.
Quando provai ad aggiungere un secondo dito la resistenza tornò, più forte. L’orifizio si richiuse di nuovo, stretto, rifiutando. Aspettai, feci una pressione dolce, impregnando tutto con altro lubrificante finché le dita scivolavano da sole, e conquistai spazio millimetro dopo millimetro. Nel momento in cui le due dita furono dentro, presi coscienza del calore, della pressione dall’interno verso l’esterno, della sensazione di espandermi, di aprirmi come si apre una donna per essere scopata. Cominciai a muovere le dita a forbice dentro il culo, dividendole, costringendo il muscolo a cedere ancora, e ogni volta che le aprivo mi usciva un gemito senza permesso.
Mi vedevo nello specchio con il babydoll crema caduto sulle cosce, le dita della mano destra infilate fino in fondo nel culo e la sinistra che teneva il cazzo, e quell’immagine mi piacque in un modo che non mi aspettavo. Era Camila. Camila che si apriva da sola. Camila troia.
Volevo di più. Volevo qualcosa di più grosso. Volevo sentire davvero.
Nell’ultimo cassetto del mobile trovai un correttore per il trucco, uno di quei flaconi di plastica spessa e allungata, della dimensione approssimativa di un cazzo medio. Lo lavai, gli misi sopra il lubrificante finché gocciolava, e me lo portai prima alla bocca, senza sapere esattamente perché lo facessi, semplicemente perché sentivo che faceva parte di qualcosa, un gesto che si accordava con quello che stavo provando in quel momento. Lo leccai piano, lo succhiai come avevo visto succhiare nei video, incavando le guance, lasciando che la saliva mi colasse dal mento. Me lo cacai in gola fino in fondo, con conati compresi, immaginando che fosse un cazzo vero, immaginando un uomo che mi afferrava per la nuca e mi inculava la bocca fino a farmi piangere.
Quando lo tirai fuori era lucido, coperto di saliva e lubrificante. Tornai a mettermi a quattro zampe, appoggiai la guancia sulle piastrelle fredde e portai il flacone all’ingresso del culo.
Spinsi molto piano.
La resistenza fu maggiore che con le dita. Molto maggiore. Il muscolo si chiudeva con forza, rifiutando di ammettere qualcosa di così grosso. Feci pressione, aspettai, respirai, spinsi ancora un po’, e sentii l’orifizio distendersi, il bordo tendersi intorno alla punta finché di colpo cedette e la testa del flacone entrò di scatto. Urlai. Non forte, un grido soffocato contro il pavimento, ma urlai.
—Ah, cazzo… cazzo, cazzo…
Rimasi immobile con la punta dentro, sentendo il culo pulsare attorno, adattandosi. Poi spinsi ancora, e ancora, finché quasi tutto il flacone fu dentro di me. Non avevo mai provato niente di simile. La sensazione di essere piena, di avere qualcosa che mi occupava dentro, era esattamente ciò che stavo cercando senza saperlo.
Cominciai a muoverlo. Lo tiravo fuori quasi fino alla punta e lo rimettevo fino in fondo, marcando un ritmo impacciato all’inizio, imparando. Il suono che faceva il lubrificante era umido, osceno, e mi piacque da morire. Mi piacque sentirmi così, sentire il culo che veniva scopato, anche se ero io stessa a spingere.
Mi mossi piano all’inizio, guardandomi nello specchio. Vedevo il mio viso cambiato, qualcosa di diverso nell’espressione. La bocca socchiusa, gli occhi stretti, il collo teso, un filo di saliva all’angolo della bocca. Mi vedevo diversa da come mi vedevo sempre. Mi vedevo presa. E questo, per qualche ragione che ancora non saprei spiegare del tutto, era esattamente ciò che volevo vedere.
Aumentai il ritmo. Cominciai a spingermi il flacone con forza, ogni affondo più profondo, più veloce, finché il culo non accettava tutto senza resistenza, colando lubrificante sulle cosce. Il respiro mi si fece più rapido da solo, e con lui arrivarono suoni che non cercai di controllare: gemiti acuti, singhiozzi spezzati, una voce da donna che usciva da me senza che sapessi di averla dentro.
—Sì… così… più dentro, più dentro… sono Camila, sono una troia, sono Camila…
Sentirmi dire quelle parole, con il flacone che entrava e usciva dal culo, con il babydoll di mia madre appiccicato alla schiena per il sudore, mi portò in un luogo in cui non avevo mai messo piede. Ero sola in casa, l’intero pomeriggio era mio, e anche questo faceva parte di ciò che rendeva tutto così intenso. Quello spazio di libertà che nessuno mi aveva dato ma che in qualche modo era completamente mio.
Afferrai il mio cazzo con l’altra mano e cominciai a masturbarmi allo stesso tempo, con le due cose che accadevano insieme: il flacone che mi inculava il culo e la mano che mi segava con forza. La combinazione fu una sensazione senza alcun riferimento precedente. Ogni volta che il flacone entrava in profondità, una frustata di piacere mi saliva lungo la colonna vertebrale e mi tendeva il ventre. Ogni volta che usciva, sentivo il vuoto chiedere che tornasse. E il cazzo nell’altra mano, pulsante, gonfio, che bagnava il palmo di preseme.
Trovai un punto dentro che mi fece vedere bianco. Un punto che, quando il flacone lo colpiva, faceva convulsionare tutto il corpo da solo. Cominciai ad assaltarlo, a spingermelo dentro ancora e ancora, mentre la mano si muoveva sempre più veloce sul cazzo.
—Mi vengo, mi vengo, mi vengo, oh Dio, mi vengo…
L’orgasmo arrivò con un’intensità tale che mi fece piegare i gomiti e appoggiare la fronte allo specchio, freddo contro la mia pelle calda. Il cazzo esplose contro le piastrelle, getti densi di sperma che uscirono con tanta forza da schizzare il pavimento davanti e bagnarmi la mano, il polso, il braccio. E il culo si chiuse attorno al flacone con spasmi che non controllavo, stringendolo, spremendolo, come se avesse vita propria e stesse mungendo qualcosa che non c’era.
Rimasi così per un lungo momento, respirando contro il vetro, con il flacone ancora dentro e lo sperma che gocciolava dal pavimento fino al ginocchio. Non mi ero mai venuta in questo modo. Mai nemmeno lontanamente.
Estrassi il flacone molto lentamente, e sentii il vuoto improvviso, il culo aperto che impiegava a richiudersi, pulsante, un po’ di lubrificante che sfuggiva dal bordo. Mi guardai oltre la spalla nello specchio e vidi il buco rosso, gonfio, leggermente ancora aperto, lucido. L’immagine di un culo appena scopato. Il mio culo. Quello di Camila.
***
Dopo, mentre pulivo le piastrelle con carta igienica e rimettevo tutto al suo posto con cura, piegando ogni capo esattamente come l’avevo trovato, lavando il flacone con il sapone fino a non lasciare traccia, mi resi conto che non provavo colpa. Mi aspettavo di provarla, l’avevo anticipata come parte inevitabile di quello che avevo appena fatto, ma non c’era. Al suo posto c’era qualcosa di più simile a una chiarezza che faceva un po’ male per quanto era nuova.
Camila. Il nome continuava a risuonare da qualche parte dentro di me. E il culo mi pulsava ancora, a ricordarmelo.
Chiusi il cassetto, rimisi il flacone di lubrificante in fondo esattamente dov’era, e uscii dalla camera dei miei genitori. La casa continuava a odorare di detersivo e di silenzio. Il pomeriggio fuori continuava il suo ritmo senza sapere nulla. Ma qualcosa dentro di me si era spostato, e io lo sapevo, e sapevo che non sarebbe tornato al posto di prima.
Le cose che si nominano non tornano a essere invisibili.
Fu questo il primo pomeriggio. Ce ne sarebbero stati altri. E in ognuno di essi, Camila crebbe un po’ di più, prendendo più spazio, diventando più reale, più troia, più aperta. Finché un giorno smise di essere un segreto custodito in un cassetto altrui e cominciò a essere semplicemente chi ero.