Mia zia Casilda mi insegnò l’obbedienza nel magazzino
Chiuse a chiave la porta del magazzino e si infilò il mazzo nel grembiule. Solo allora capii che quel pomeriggio non sarebbe finito con una predica.
Chiuse a chiave la porta del magazzino e si infilò il mazzo nel grembiule. Solo allora capii che quel pomeriggio non sarebbe finito con una predica.
Ogni volta che battevo la fiacca pagavo con ortiche, frustate e i suoi stivali infangati. E la cosa peggiore era che una parte di me ormai aspettava la punizione successiva.
Passò a prendermi, indicò la sua guancia perché la baciassi e capii che stavolta gli ordini non sarebbero rimasti in camera: sarebbero iniziati salendo in macchina.
Era rimasto un mese legato al suo desiderio. Quella notte, Selene avrebbe deciso quando, come e quanto dovesse soffrire prima di lasciarlo finalmente venire.
Prima di ogni ripresa indossava la maschera e smetteva di essere se stesso. Sapeva che lei non avrebbe finto neanche uno dei colpi, ed era proprio questo che pagava.
Bastò una scivolata e delle risate crudeli perché scoprisse che quella vergogna, lungi dal far male, accendeva in lui qualcosa di nuovo e oscuro.
L’ho scoperto mentre si masturbava da solo e avrei dovuto andarmene vergognandomi. Invece sono rimasta, scalza davanti a lui, in attesa che mi dicesse cosa fare del mio corpo.
Per un anno avevo ingoiato in silenzio le sue prese in giro. Quel pomeriggio, quando mi afferrò la camicia per umiliarmi, la mia mano trovò dove stringere.
La vidi legata al carro, nuda e in silenzio, e invece dell’orrore provai invidia. Il mio padrino mi avvertì che non c’era ritorno; io volevo solo sapere come si firmava.
Quando mi svegliai spezzata sul letto di marmo, capii che esisteva una sola persona al mondo capace di farmi sentire amata: l’uomo che mi insegnò a desiderare il dolore.
Quando il vecchio Aníbal si era rizzato nella vasca e aveva fatto il suo solito commento, sapevo che era arrivato il momento di mettere in pratica il consiglio di Rosa.
Non avevo mai confessato quella attrazione. Fino a quando non la vidi appoggiata al bancone, avvolta nel pelo sintetico, a guardarmi come una predatrice sceglie la sua preda.
Si sedette a tavola con il solito sorriso da padrone del mondo. Non immaginava che quel pomeriggio glielo avremmo cancellato per sempre.
Sputò sulla strega mentre due schiavi lo trattenevano. Lei sorrise, leccò il disprezzo dalla guancia e promise di trasformarlo nella sua prossima opera maestra.
Si mise in posizione con le gambe aperte e le mani dietro la schiena, tremando. Sognava quel momento da mesi, e lei non l’aveva ancora nemmeno guardato.
Lo gettarono nudo nel fango tra le bestie, e la sorvegliante mascherata sorrise: sapeva esattamente quanto avrebbe impiegato il barone a supplicare in ginocchio per un pezzo di carne.
Attraversò mura che nessuno aveva mai vinto per piantargli la spada. Lei schioccò solo le dita, e l’eroe scoprì chi comandava davvero su quel trono.
Venne nel mio salotto convinto che nessun gioco di dominazione potesse piegarlo. Gli diedi una safeword e gli dissi che avrebbe finito per supplicarla.
Pensò che quella notte avrebbe comandato lui. Appena oltrepassata la porta, le corde erano già pronte e i loro sorrisi non avevano niente di innocente.