Ciò che vidi nella sua stanza e che non avrei mai dovuto confessare
Eravamo in discoteca da mezz’ora, dopo che avevo portato Carla a cena, quando finalmente ci avvisarono che si era liberato un tavolo. Fino a quel momento eravamo rimasti sugli sgabelli del bancone, a bere e a guardare la gente ballare. Tra noi non c’era molta sintonia, forse per il volume della musica e per la folla che si muoveva intorno, che non aiutava certo a chiacchierare.
Ci precipitammo al tavolo prima che ce lo portasse via qualcun altro. Notai un paio di sguardi invidiosi, ma finsi di non accorgermene e ordinai un altro giro al cameriere, questa volta analcolico per Carla, i cui occhi già brillavano per quello che aveva bevuto. Non mi fidavo della sua resistenza e preferivo non doverla portare in braccio fino a casa, con la conseguente ramanzina di mia moglie. Carla non protestò.
Il tavolo era perfetto: rotondo e circondato da un divano alto ad arco, di quelli in cui, se sai come sistemarti, riesci ad avere una certa intimità senza essere visto da fuori. Inoltre era lontano dalla pista, così potevamo parlare senza urlare.
Poco dopo esserci seduti, Carla si intestardì perché ballassimo. Mi opposi, ma alla fine cedetti. All’inizio ballammo separati, seguendo una musica nervosa che spingeva i più sfrenati a muoversi come marionette dai fili spezzati.
Poi arrivò la musica lenta e un bellimbusto mezzo ubriaco cercò di portarsela via prendendola per la vita. Carla si divincolò e gliela tolsi dalle mani con un paio di gesti decisi.
Ballammo a lungo sulle note di canzoni che non ascoltavo da anni in locali del genere. Era la musica dei miei tempi e mi piaceva sentirla accanto a mia cognata. Carla, dal canto suo, si appiccicava così tanto a me che sentivo il suo ventre e le sue cosce contro le mie. Non sarebbe successo nulla, se non fosse stato che il calore del suo corpo mi aveva provocato un’erezione brutale: il cazzo duro che le si delineava contro i pantaloni, cercando lo spazio tra le sue cosce. Mi scusai, ma lei fece finta di niente e non si allontanò di un centimetro. Anzi, ruotò appena i fianchi e mi premette il rigonfiamento con il pube, molto lentamente, uno sfregamento durato tre o quattro battute che mi lasciò con la verga palpitante. Quando alzai lo sguardo, i suoi occhi mi fissavano con un sorriso che non aveva nulla di distratto.
La musica frenetica non tardò a tornare e decidemmo di fuggirla rifugiandoci al tavolo.
Quando ci sedemmo, guardai l’orologio: mancava poco alle due di notte. Se tutto fosse andato bene, in meno di un’ora avremmo potuto andarcene a dormire, cosa di cui avevo un gran bisogno dopo i turni extra delle ultime settimane.
Stavo apprezzando in silenzio l’ambiente, gremito fino all’inverosimile, quando sentii il ronzio del cellulare. La musica arrivava attutita al tavolo ed era facile udire l’avviso.
Il messaggio era di mia moglie, Lucía. Ci eravamo scambiati messaggi per tutta la cena. Le raccontavo come procedeva la serata con sua sorella e le avevo detto che eravamo in discoteca. Stavo per leggerlo quando Carla si scusò per andare in bagno. Lungo la strada controllava il proprio telefono, come se avesse appena ricevuto anche lei qualcosa.
—Carla è lì vicino? —scrisse Lucía.
—No, è appena andata in bagno —risposi.
—Mi è venuta un’idea.
—Mi fai paura, ma dimmi.
—Per eccitare Carla, potresti raccontarle di quel pomeriggio in cui l’hai sorpresa nella sua stanza a fare… sai… quella cosa.
Ci pensai un secondo e ricordai subito a cosa si riferisse Lucía. Era un’esperienza imbarazzante di tanto tempo prima, e mia cognata ne era stata la protagonista. L’ultima cosa che mi sarebbe venuta in mente era parlare con Carla di quell’aneddoto vergognoso e, allo stesso tempo, pieno di morbosità. Mai. Per quanto, in un altro momento, avessi fantasticato di confessarglielo per liberarmi del senso di colpa.
Vedendo che non rispondevo, Lucía insistette.
—Non dirmi che non te ne ricordi… ne abbiamo parlato mille volte.
—Certo che me ne ricordo. Ma come potrei raccontarglielo? Muoio di vergogna. Di sicuro si arrabbia e mi manda al diavolo.
—Non fare lo sciocco, amore. Falle bere un paio di chupiti e vedrai che non solo non si arrabbierà, ma si ecciterà. Fidati, di ciò che piace alle ragazze ne so più io di te.
Ci pensai su. Forse Lucía aveva ragione. Raccontarlo a Carla poteva essere il modo di scacciare una volta per tutte i demoni che mi avevano accompagnato da allora. Eppure mi sembrava una follia. L’avevo tenuto per me per diversi anni prima di trovare il coraggio di raccontarlo a mia moglie, aspettandomi che mi guardasse come un porco. Invece Lucía l’aveva presa sul ridere e mi aveva fatto ripetere tutto tre volte, l’ultima mentre mi cavalcava con il mio cazzo sepolto fino in fondo nella sua fica, chiedendomi di descriverglielo nei dettagli mentre veniva e mi inzuppava la verga.
—Non lo so, lasciami riflettere… Forse —digitai.
—Questo è il mio ragazzo! Dacci dentro.
—Va bene, poi ti racconto. Ti lascio, sta tornando.
—Uff —si lamentò Carla al suo ritorno—. C’è una coda infernale. Non capisco perché costruiscano sale così grandi con bagni così piccoli. Comunque sono rimasta come prima, dovrò tornarci più tardi.
—Tranquilla, possiamo parlare mentre si svuota —replicai indicando l’orologio—. A quest’ora la gente comincia ad andarsene per continuare la festa in posti più… intimi. Di solito a casa di qualcuno.
Gli occhi di Carla scintillarono per un istante.
—Vuoi dire che si sparpagliano negli appartamenti per… scopare?
Il sorso di birra mi andò di traverso e dovetti tossire per non soffocare. Quella parola pronunciata da lei era l’ultima cosa che mi aspettavo. Mi chiesi se Lucía avesse ragione e se a Carla piacesse il gioco delle allusioni verbali. Non avevo nulla da perdere, così decisi di tastare il terreno.
—E nella tua città? —chiesi con mezzo sorriso—. La gente non va a casa quando rimorchia? Sarebbe un peccato, con quanto si sta bene su un buon materasso, con spazio per scopare come si deve.
Mi restituì il sorriso con un tocco malizioso.
—Ora che lo dici… —rispose senza scomporsi—. Il posto migliore dev’essere proprio qui. Spiegherebbe perché i bagni sono sempre pieni di ragazze con la mano sulla fica e di ragazzi col cazzo di fuori.
Il sorriso mi si congelò sulle labbra.
—Non hai bevuto un po’ troppo, cognatina?
—Comunque, io di queste cose non so molto —proseguì, ora con un’espressione timida—. Sto con il mio ragazzo da tantissimo tempo, quindi di rimorchiare non se ne parla.
Ci fu un silenzio che lei ruppe subito.
—Ma dimmi una cosa… —riprese, morbosamente—. Tu, quando rimorchiavi, dove portavi la ragazza? Perché a casa, con tua moglie nei paraggi, non sembra il posto migliore per metterle le mani addosso fino in fondo.
Non sapevo cosa rispondere, così optai per la verità.
—Per favore, Carla, ho più di trent’anni e ho già qualche capello bianco —dissi con tono stanco—. Rimorchiare in giro è una cosa che ho smesso di fare da tempo. E con Lucía non ho bisogno di cercare fuori casa.
Carla sorrise, maliziosa.
—Trentaquattro, Diego, non fare il vecchio —ribatté—. Ti porto solo dieci anni. Io vedo un tipo interessante, con quei capelli brizzolati sulle tempie che ti stanno benissimo. Se andassi in palestra ogni tanto, saresti persino un gran figo.
Non potei fare a meno di arrossire.
—Non farmi complimenti, dai, o il tequila ti salirà alla testa.
Ridiamo entrambi nello stesso momento. E, dopo un silenzio complice, il viso di Carla si illuminò.
—Ho un’idea! —disse all’improvviso.
—Che idea?
—Be’… sai… —chiarì abbassando la voce—. Quella cosa… scopare.
Carla non fece una piega pronunciando la parola, ma io arrossii di nuovo. Deglutii e aspettai la frase successiva. Che diavolo stava per propormi? Mascherai il nervosismo bevendo un sorso di birra e notai che la mano mi tremava.
—Perché non mi racconti una storia piccante?
***
Rimasi in silenzio più del normale, sbalordito, così lei insistette.
—Ma non vale una storia inventata o presa da un film porno —disse appoggiando il viso tra le mani e sporgendosi verso di me—. Sarebbe barare. Deve essere qualcosa che è successo a te.
Deglutii. Calcolai le probabilità che Carla mi chiedesse una storia «piccante» pochi minuti dopo che Lucía mi aveva suggerito proprio di raccontarle quella.
—È che non me ne viene in mente nessuna —dissi per guadagnare tempo—. A meno che non ti racconti qualcosa dei tempi in cui stavo con tua sorella…
—Con Lucía? —fece una smorfia disgustata—. Per favore, Diego, non ti venga in mente. Morirei dalla vergogna.
—È che…
—Dai, coraggio. Di sicuro ti sei scopato qualcuna d’interessante prima di conoscere mia sorella. Non eravate più ragazzini quando vi siete messi insieme. Scommetto che sei uscito con molte ragazze.
La tentazione crebbe in modo incontrollabile. Mi tornarono in mente le parole di Lucía: «di ciò che piace alle ragazze ne so più io di te». Respirai profondamente e mi tuffai.
—Be’, mi sta tornando in mente una storia che mi è capitata qualche anno fa —mi interruppi a metà frase—. Anche se non so se dovrei raccontartela.
Carla fece un balzo sul divano e, prendendomi le mani, si sporse ancora di più.
—Fantastico! Dai, cognatino, non tirarti indietro. Per favore, per favore.
Sbuffai e la guardai intontito.
—È una storia terribile, Carla. Non lo so, non lo so…
—Perché no? —si lamentò, avvicinandosi tanto che sentii il suo alito sul viso. Si era messa in ginocchio sul divano e mi guardava con insistenza—. Come può essere così terribile una storia piccante?
Presi fiato e, senza pensarci, lo dissi.
—Perché riguarda te.
Il suo sorriso si congelò.
—Me?
—Sì —risposi esitante—. Te… e me.
Scivolò all’indietro e tornò a sedersi. Pensai che avrebbe detto qualcosa che mi avrebbe messo nei guai, che forse si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata. Invece il suo sorriso tornò a illuminare il viso come un raggio di sole.
—Allora non provare nemmeno a tenertela per te, o ti ammazzo.
***
Passò il cameriere e ordinai due chupiti doppi di tequila. Non si poteva più tornare indietro, quindi tanto valeva sciogliere la lingua con qualcosa di forte, come aveva consigliato Lucía. Anche se, in questo caso, non solo la lingua di Carla.
Due minuti dopo, terminato il primo bicchiere, cominciai il racconto.
—Dunque, è successo quando vivevate ancora nel vecchio appartamento, quello in centro. Tu frequentavi l’università, il secondo o il terzo anno, non ricordo bene.
—Accidenti, Diego —mi interruppe—. È passato un sacco di tempo. Allora avrei avuto…
—Ventun anni, più o meno —dichiarai col volto in fiamme—. Tua sorella e io eravamo andati ad aiutare tuo padre con alcune pratiche del trasloco e ne avevamo approfittato per passare qualche giorno da voi.
Carla mi guardava sbalordita, senza battere ciglio.
—Il fatto è che un pomeriggio uscimmo ognuno per conto proprio: Lucía con alcune amiche e io a fare un giro per la città. Tornai verso le sette. A febbraio faceva buio presto. Entrando con le chiavi che mi avevano lasciato, trovai la casa completamente buia, fatta eccezione per un debole bagliore che proveniva dal fondo del corridoio.
—Che storia —disse abbracciandosi—. Mi stanno venendo i brividi.
—Aspetta di sentire i veri brividi —le dissi, bevendo un altro sorso di tequila—. Lasciai le scarpe all’ingresso e camminai a piedi nudi sulla moquette verso quella luce, che proveniva dalla tua stanza.
—Continua —mormorò, ormai presa.
—Sentii una specie di gemiti soffocati e li presi per risate. La porta era socchiusa, non completamente chiusa, e dalla fessura filtrava la luce che mi aveva guidato. Mi affacciai e all’inizio non vidi nessuno. I rumori erano cessati.
—Guarda —Carla mi interruppe di nuovo per mostrarmi la pelle d’oca sulle braccia.
—Stavo per proseguire verso la mia stanza —continuai— quando ciò che vidi attraverso quella fessura mi inchiodò sul posto. Da lì si vedeva perfettamente il divano che avevi davanti al letto, ricordi?
—Sì, quel divano ce l’ho ancora —rispose—. Ma continua, per favore. Che cosa hai visto per restare così?
—Ho visto te, Carla.
—Me? —sorrise—. Che notizia! Mi hai vista nella mia stanza.
—Già. Ma quello che non sai è che cosa stavi facendo.
—Non prendermi in giro —si raddrizzò e, piantando un ginocchio sul divano, avvicinò di nuovo il viso—. Che cosa stavo facendo?
—Immaginalo —dissi lentamente, quasi senza guardarla—. Ti stavi infilando le dita nella fica.
—Cazzo, Diego —si portò le mani al viso. Ora quella rossa fino alle orecchie era lei—. Mi stavo masturbando?
—Con le dita fino alle nocche —confermai, lasciando uscire tutta l’aria che avevo trattenuto—. Ti strofinavi il clitoride come se dovessi morire se non venivi.
—E tu guardavi? —mi diede un debole schiaffo e si tirò indietro—. Sei rimasto a guardarmi la fica, porco?
Mi crollò il mondo addosso. Ero certo che sarebbe andata esattamente così. Avevo combinato un disastro.
—Mi dispiace, te lo giuro. Lo so che non avrei dovuto.
—Ti dispiace? —la sua espressione era di profondo rimprovero—. Ti dispiace, maiale?
Stavo per afferrarla per il braccio, convinto che il suo passo successivo sarebbe stato correre via, quando scoppiò a ridere senza controllo.
—Mi hai vista con le gambe aperte e sei rimasto imbambolato… —rideva—. Per favore, cognatino, quanto sei scemo.
—Non prendermi in giro, Carla —il cuore mi batteva all’impazzata. Mi stava prendendo per il culo?
Finalmente si calmò.
—E allora che cosa hai fatto? —chiese ironica, con il sorriso ancora sulle labbra—. Sei scappato terrorizzato o ti sei tirato fuori il cazzo lì sul posto?
Dopo la sua risata, la vergogna si era trasformata in qualcos’altro. Il cazzo, che palpitava da quando avevamo ballato, tornò a indurirsi contro i pantaloni.
—Senti, Carla, io avevo più di trent’anni e tu poco più di venti —le dissi—. Che cosa volevi che facessi? Entrare nella stanza come in uno di quei film porno di serie B e scoparti contro il divano?
—Quanto sei esplicito —si lamentò, per metà scherzando, mordendosi il labbro.
—Sai che cosa sarebbe successo se tuo padre o tua sorella mi avessero sorpreso mentre te lo mettevo? Mi avrebbero cacciato da quella casa a calci. E avrebbero avuto ragione.
—Va bene, va bene —si scusò—. Ho capito. Però lasciami il braccio, mi fai male.
—Inoltre —vuotai il tequila e la fissai, ormai più rilassato— la storia non finisce qui. Vuoi che continui o ti basta questo?
Carla assunse di nuovo la posizione di ascolto e mi invitò a continuare.
—Continua, per l’amor di Dio, mi tieni sulle spine —chiese—. Com’eri vestita?
—Eri sdraiata sul divano, con la testa appoggiata sul bracciolo più vicino alla porta, dandomi le spalle. Indossavi una maglietta lunga con le spalline e un paio di mutandine bianche di cotone, nient’altro. Avevi sollevato la maglietta fino alla vita e avevi le tette nude, con i capezzoli duri come pietre.
—E si vedeva…?
—Si vedeva tutto. La fica intera, con quei peli scuri, le labbra lucide perché eri fradicia, il clitoride gonfio che spuntava tra le dita —dissi, ormai senza più trattenermi—. Ti accarezzavi con una mano mentre con l’altra tenevi il cellulare, probabilmente guardando qualcosa. Lo lasciasti subito e ti cadde a terra.
—Non so se crederti —disse all’improvviso, con la voce un po’ roca—. Con quale mano mi toccavo, la sinistra o la destra?
—Con la sinistra. La destra era quella del cellulare.
Carla fece un gesto come per dire «hai indovinato» e io le chiesi spiegazioni.
—Perché lo chiedi? Volevi cogliermi in fallo?
—È che non sono mancina, ma quando mi masturbo mi strofino sempre il clitoride con la sinistra —diventò ancora più rossa e rise imbarazzata—. Uso le dita della destra per infilarmele dentro.
—Allora vedi che non mento. Anche se non mi era nemmeno venuto in mente di chiedermi con quale mano lo facessi.
—Continua. Come lo facevo?
—Usavi due dita per accarezzarti il clitoride, molto lentamente, con movimenti circolari, percorrendo tutta la fessura della fica dall’alto verso il basso con una delicatezza che non si accordava con il tuo respiro, sempre più affannoso. Di tanto in tanto portavi le dita fino all’ingresso e ti bagnavi con il tuo stesso umore, per poi risalire al clitoride e strofinartelo con le dita fradice.
—Che vergogna —si copriva gli occhi, anche se teneva le dita separate per guardarmi—. Si vedeva così tanto?
—Perfettamente. Si vedeva persino il buco del culo, Carla. Lo spettacolo era bellissimo, te lo assicuro. Tu, che ti lamentavi sempre di non piacerti, e io che ti vedevo lì, con la fica spalancata, come disegnata da un bravo pittore di porno.
—Continua. Che cosa successe dopo?
—Lasciasti il cellulare e cominciasti a toccarti più velocemente, come in trance. Le dita volavano sul clitoride. Con l’altra mano eri scivolata sotto la maglietta e ti stringevi forte una tetta, pizzicandoti il capezzolo e torcendolo come se volessi farti male.
—Sì, sì —rise sottovoce, con la voce sempre più spezzata—. Non sai quanto mi eccitava. A volte mi lasciavo i segni sui capezzoli fino al giorno dopo.
—E allora ricominciasti a gemere, molto piano. «Sì, sì, così», ti sentivo mormorare. Non ti eri accorta che la porta era socchiusa, quindi facevi quello che volevi senza il minimo pudore.
—Non credere —precisò—. Sapevo che quella porta a volte si apriva da sola. Immaginavo che prima o poi mi avrebbe procurato un guaio, anche se pensavo che non fosse mai successo… o almeno così credevo.
—Se vuoi, mi fermo.
—No, continua. Ormai che importa?
—Arrivò un momento in cui pensai di essere di troppo, di aver già visto tutto e di conoscere il finale. Così decisi di andarmene silenziosamente come ero arrivato.
—E te ne sei andato?
—Non ci riuscii. Quando stavo per fare il primo passo, ti muovesti e la mia attenzione tornò su di te. Rimasi di nuovo pietrificato, col cazzo duro come una pietra dentro i pantaloni.
—Che cosa feci?
Deglutii al ricordo.
—Inarcasti la schiena, sollevasti i fianchi e, con uno strattone, ti abbassasti le mutandine fino a metà coscia. Poi ti infilasti due dita della destra nella fica, tutte d’un colpo, fino alle nocche. Si sentì uno sciacquio, Carla. Uno sciacquio umido, osceno, come se la fica ti stesse chiedendo di più.
Vidi una goccia di sudore scenderle lungo la tempia e Carla la asciugò con un gesto brusco, cercando di dissimulare. Non ci riuscì, e capii che il mio racconto le stava facendo salire la temperatura momento dopo momento.
—E mi hai visto…?
—La fica intera, fradicia, in primo piano. Le dita entravano e uscivano, lucide del tuo umore. L’altra mano volava sul clitoride.
Carla si passò la lingua sulle labbra. Aveva piccole gocce di sudore su quello superiore.
—E… ti è piaciuto?
—Più che piacermi, mi si è rizzato durissimo —confessai, ormai senza filtri—. Dovetti stringermi il cazzo sopra i pantaloni per non venire lì sul posto. Non riuscivo a staccare gli occhi dalla tua fica spalancata, dalle dita che entravano fino in fondo, dal culo che si contraeva ogni volta che sollevavi i fianchi.
Carla tracannò il suo tequila e mi guardò senza dire nulla, in attesa. Non la feci aspettare.
—Eri arrivata alla fine. Respiravi a tutta velocità e i fianchi ti facevano piccoli balzi sul divano, scopandoti da sola con le dita. Le infilavi e le tiravi fuori sempre più rapidamente, e ogni spinta produceva un rumorino umido che mi faceva impazzire. Piegasti le gambe e le ginocchia si univano e si separavano da sole. La mano sinistra era un vortice sul clitoride e con la destra ti conficcavi le dita fino al palmo.
—Stavo per venire, immagino.
—Esatto. E io me ne accorgevo. Ti si tendevano le cosce, stringevi il culo, e dalla fica cominciava a uscire un filo bianco che ti colava fino al buco del culo.
—E poi?
—Un paio di minuti dopo, l’orgasmo ti scosse tutta, con ondate che ti facevano saltare sul divano. Tirasti fuori le dita dalla fica e cominciasti a strofinarti il clitoride con entrambe le mani, come una pazza. Sollevavi le ginocchia quasi fino al viso e si vedeva tutto, Carla: la fica che convulsamente si stringeva su se stessa ed espelleva liquido. Alla fine inarcasti completamente la schiena, sollevasti il mento e restasti immobile, con gli occhi e le labbra serrati, per due o tre secondi eterni. Poi spalancasti la bocca come se ti mancasse l’aria e lasciasti uscire un gemito lungo e acuto, sfuggito tra i denti.
—Dopo la testa ti ricadde in avanti e, quando arrivarono gli spasmi, non riuscivo più a vederti il viso, ma vedevo la fica continuare a palpitare, contrarsi ancora e ancora, con le cosce tremanti. Le gambe si aprivano e si chiudevano da sole e una macchia scura si allargava sul rivestimento del divano. I tuoi sussulti mi sembrarono interminabili. Ti giuro che pensai: «Chi potesse infilarle la lingua proprio adesso, chi potesse affondargliela in quella fica palpitante e bersi tutto ciò che ne esce».
—Ti credo, ti credo —disse Carla con voce soffocata, riportandomi alla realtà. Avevo parlato quasi tra me e me.
Quando tornai presente, la scena era incredibile. Carla aveva la mano destra nascosta sotto il tavolo, probabilmente tra le cosce. Con la sinistra si sosteneva il mento, molto protesa in avanti, impedendomi di vedere l’altro braccio. Per come era seduta sul divano, doveva aver cambiato mano per nascondersi mentre si strofinava la fica sopra la gonna, o forse direttamente sotto, con le mutandine spostate. Gli occhi le brillavano, socchiusi, e le labbra formavano una linea tesa. Vidi il braccio muoversi a piccoli strattoni ritmici, le spalle contrarsi, il labbro inferiore che si mordeva per non gemere.
Che cosa le stava succedendo? Non bisognava essere molto intelligenti per capirlo: Carla era a un soffio dal venire lì sul posto, con la mano infilata tra le gambe, in sincronia con quel pomeriggio di tanti anni prima che le avevo appena restituito. E io, col cazzo sul punto di far esplodere i pantaloni, immaginai quanto dovessero essere fradice le sue mutandine, come le dita le affondassero tra le pieghe della fica, come il clitoride si fosse gonfiato fino a diventare una perlina dura che chiedeva altro.
Fu solo una visione fugace, perché si accorse che ero tornato al presente e si ricompose in fretta. Rise, applaudì per dichiarare conclusa la storia e si scusò per andare in bagno quasi correndo. Quando si alzò, vidi che si tirava giù la gonna e che incrociava le gambe per un istante, e sono sicuro che camminasse tenendole strette a ogni passo.
***
Ci mise parecchio a tornare. Questa volta la fila dei bagni non la fece desistere. Oppure aveva bisogno di più tempo del normale per fare lì dentro qualcosa di diverso dal ritoccarsi. Me la immaginai chiusa nel cubicolo, con la gonna sollevata fino alla vita, le mutandine alle caviglie, due dita affondate nella fica fino in fondo mentre si copriva la bocca con l’altra mano per impedire a chiunque di sentirla venire. Immaginai lo sciacquio umido, gli spasmi, il morso nel palmo per soffocare il gemito. Il cazzo mi palpitava così tanto che dovetti sistemarmelo di nascosto per non farlo risaltare.
Quando tornò, sorrideva e la tensione dal suo viso era scomparsa. Si sedette come se nulla fosse e domandò fingendo indifferenza.
—E alla fine che cosa è successo?
—In realtà… niente.
Mi guardò perplessa.
—Niente?
—Niente, te lo assicuro. Quando finisti, le gambe tornarono a obbedirmi e me ne andai. Non volevo nemmeno pensare alla possibilità che tu uscissi e mi sorprendessi in corridoio col cazzo che spuntava dalla cintura dei pantaloni. Inoltre si accesero alcune luci all’ingresso e la casa tornò a vivere.
Il suo sorriso malizioso ricomparve.
—E non hai avuto bisogno di andare in bagno per… farti una sega?
—Per la stessa cosa per cui ne hai avuto bisogno tu poco fa? Per infilarti le dita nella fica e venire pensando a quello che ti avevo appena raccontato?
Scoppiò a ridere e arrossì fino ai capelli.
—E tu che ne sai del motivo per cui ci sono andata? Sei proprio disgustoso.
Le diedi un leggero colpetto sul naso, conciliante.
—Va bene, se vuoi facciamo pari —proposi—. Anch’io sono passato un paio di minuti dal bagno, col cazzo in mano e l’immagine di te sul divano in testa. Sono venuto in due tirate, schizzando contro la tazza un getto che mi ha lasciato svuotato. È stata una delle seghe più tremende della mia vita.
—Accetto —confermò porgendomi la mano. Gliela strinsi e la stretta fu sincera e calorosa—. Ti dirò solo una cosa.
—Quale?
—Spero che quei due minuti siano stati proficui per te quanto lo sono stati per me. Anch’io sono venuta con due dita dentro, stringendomi il clitoride col pollice, e ho dovuto mordermi la mano per non urlare.
Ridendo complici, decidemmo di concludere la serata.
***
Quando raccontai a Lucía i dettagli della serata, ormai a letto con lei, mia moglie si eccitò quanto Carla, o forse di più. Almeno questo mi confessò, e poco dopo ebbi modo di verificarlo. Non appena finii di raccontarle come sua sorella si era masturbata sotto il tavolo, Lucía mi stava già stringendo il cazzo sopra le mutande, tastando quanto fosse ancora duro.
—Credo che sia stata una serata produttiva —commentò quando ebbi finito.
—Lo credi davvero?
—Sì —sorrise accarezzandomi la guancia—. Avete rotto il ghiaccio, e questo ci facilita il proseguimento del nostro gioco. Inoltre ti sei tolto quel peso che ti portavi dietro da quando è successo.
—Hai ragione —annuì—. Avevo bisogno di raccontarglielo per liberarmi del peso. E finalmente l’ho fatto. Mi sentivo così in colpa per essere rimasto a guardare come un volgare voyeur, col cazzo in mano mentre vedevo tua sorella venire…
—Ormai è fatta —disse facendo scendere la mano lungo il mio ventre e infilandola nelle mutande, afferrandomi il cazzo col palmo caldo—. E adesso… ti occupi un po’ di me? La storia, e il modo in cui l’hai vissuta con Carla, mi hanno fatta impazzire. Guarda come ho la fica.
Mi portò la mano libera tra le gambe e me la spinse sulla fica nuda. Era fradicia, letteralmente gocciolante. Le dita mi scivolarono tra le labbra senza alcuna resistenza.
—Certo, tesoro, non sono mica di pietra —risposi—. Sono eccitato quanto te, o anche peggio. Devo rifarmi della seratina accanto alla tua adorata sorella. Devo scoparti fino a spaccarti la fica.
Le presi la bocca e cominciai a baciarla disperatamente, infilando la lingua fino alla gola mentre le affondavo due dita nella fica con una spinta. Lucía gemette contro le mie labbra e mi strinse il cazzo con più forza, cominciando a pomparmelo su e giù. Le strappai la camicia da notte dalla testa e mi gettai sulle sue tette, mordendole i capezzoli uno dopo l’altro, mentre lei si contorceva sotto di me e mi supplicava.
—Leccamela, Diego, leccamela come se fosse quella di mia sorella —ansimò.
Scesi a baci lungo il suo ventre, fino ad affondare il viso tra le sue cosce. La fica di Lucía odorava di femmina in calore, con le labbra già separate e il clitoride così gonfio da sporgere. Le passai la lingua dal basso verso l’alto, molto lentamente, raccogliendo tutto il suo umore, e lei ebbe un sussulto che le sollevò i fianchi dal materasso. Me la mangiai con fame, succhiandole il clitoride, infilando la lingua fino in fondo, disegnandovi cerchi con la punta mentre le infilavo due dita e le cercavo il punto interno. Lucía si afferrò le tette con entrambe le mani e cominciò a torcersi i capezzoli mentre mi scopava la faccia con i fianchi, salendo e scendendo contro la mia bocca.
—Continua, continua, non fermarti, cazzo —ansimava—. Immagina che sia Carla, immagina che sia la sua fica quella che ti stai mangiando, che siano le sue dita quelle che mi sto infilando in bocca, che sia lei a venirti in faccia.
I demoni ebbero la meglio su di me. Le piegai le gambe contro il petto e le aprii la fica coi pollici, lasciandole il clitoride esposto, e cominciai a succhiarglielo come un invasato. Lucía cominciò a urlare senza controllo, facendo piccoli balzi sul letto, e il primo orgasmo la scosse, inzuppandomi il mento. Ingoiai il suo umore a occhi chiusi, immaginando che fosse Carla a venirmi in bocca, e il cazzo mi palpitava con tanta forza da farmi male contro il lenzuolo.
Prima che si riprendesse, salii sopra di lei, mi afferrai il cazzo e glielo spinsi dentro con un colpo. Lucía rovesciò la testa all’indietro e inarcò la schiena urlando. Cominciai a scoparmela con rabbia, col cranio occupato dall’immagine di Carla che veniva sotto il tavolo, e a ogni spinta la testiera colpiva la parete. Le afferrai le gambe e gliele misi sulle spalle, per infilarle il cazzo fino in fondo, fino al collo dell’utero, e Lucía urlava chiedendomi di più.
—Più forte, ancora, dimmi che è Carla, dimmi che stai scopando lei —mi chiedeva contorcendosi.
—È Carla —assecondai il gioco ansimando—. È tua sorella, amore. Sto infilando il cazzo fino in gola a tua sorella minore. Me la sto scopando sul tuo vecchio divano, quella che si masturbava quel pomeriggio. Adesso è il mio cazzo a darle ciò che le sue dita non potevano darle.
Lucía venne con un ululato che si sarebbe dovuto sentire in tutto il palazzo. La fica le si strinse sulla mia verga con tale forza che quasi mi fece venire. La girai e la misi a quattro zampe, col culo sollevato, e glielo infilai di nuovo da dietro. Le afferrai i capelli e cominciai a penetrarla con tutta la forza che avevo, facendo urtare i testicoli contro il suo clitoride, guardando il suo culo ondeggiare a ogni colpo.
—Mettimelo come glielo metteresti, Diego, ti prego —implorava col viso contro il cuscino—. Spaccami la fica come spaccheresti la sua.
Le infilai nell’ano un dito bagnato del suo stesso umore e lei venne per la seconda volta, urlando oscenità. Io resistetti finché potei, scopandola a colpi di martello, finché non ce la feci più e venni dentro di lei con un ruggito, scaricandole tutto quello che avevo accumulato dalla pista da ballo della discoteca. Furono getti e getti che mi lasciarono tremante sopra di lei, col cazzo ancora sepolto fino in fondo, palpitante.
Ci lasciammo cadere abbracciati, sudati, col seme che le colava lungo le cosce. Lucía mi accarezzò la guancia e sorrise.
—Sappi —sussurrò— che se un giorno succedesse davvero, hai la mia benedizione per scopartela così.
***
Caro diario, devo raccontarti una cosa incredibile che mi è successa con Diego.
Come ti dicevo, stasera siamo usciti da soli, lui e io, a cena e a bere qualcosa. Mia sorella si è tirata indietro con una scusa così debole da non ingannare nessuno. Però le cose sono andate bene, soprattutto grazie alla storia che mi ha raccontato Diego.
A quanto pare, qualche anno fa, quando ero all’università, mi ha sorpresa mentre mi masturbavo nella mia stanza. Con due dita infilate fino in fondo nella fica e le tette nude, a quanto mi ha descritto nei minimi dettagli. E per quella sciocchezza lui è rimasto mezzo traumatizzato, sentendosi un miserabile per essere rimasto a guardarmi la fica aperta. Che innocente, poverino.
Ho dovuto mordermi la lingua per non dirgli che quello che aveva visto quel pomeriggio era qualcosa che facevo quasi ogni giorno tornando da lezione. A volte mi scopavo col manico della spazzola, altre con un dildo che avevo nascosto nel cassetto della biancheria, e molte altre semplicemente con le dita: due, tre, quattro, se riuscivo a sopportarlo. E che spesso, mentre mi massacravano il clitoride, pensavo proprio a lui. Sì, al fidanzato di mia sorella, anche se era l’ultimo uomo a cui avrei potuto aspirare.
Se solo lo sapesse! Se sapesse che quello stesso pomeriggio, mentre mi guardava sbalordito dalla porta col cazzo duro in mano —perché sono sicura che se lo stesse segando, non me l’ha detto ma di sicuro era così—, io stavo immaginando lui. Immaginavo il suo cazzo che entrava e usciva da me, mentre mi succhiava le tette e mi sussurrava porcherie all’orecchio. Ma non lo saprà mai, caro diario. Sarà il nostro segreto. O, chissà, forse un giorno glielo racconterò, se arriverà il momento.
Gli orgasmi pensando a Diego erano il doppio più intensi degli altri. Me lo immaginavo mentre veniva a salvarmi da qualche parte, mi strappava i vestiti, mi gettava sul letto e mi scopava fino a spezzarmi in due. Immaginavo il suo cazzo che affondava nella mia fica fino in fondo, le sue mani che mi stringevano il culo, la sua bocca che mi succhiava i capezzoli. Immaginavo di prenderglielo tutto in bocca fino alla gola, soffocandoci, e poi di ricevere la sua sborra sul viso, sulle tette, dentro la bocca. E venivo con le sue mani immaginarie nelle mie, con le sue dita immaginarie nella mia fica, mordendo il cuscino perché nessuno mi sentisse.
Questa sera, inoltre, mentre mi raccontava del voyeur, sono venuta sotto il tavolo con due dita infilate nelle mutandine. E poi, nel bagno della discoteca, con la gonna sollevata e la schiena contro la parete del cubicolo, mi sono infilata le dita fino alle nocche pensando a lui, al suo viso mentre mi guardava venire tanti anni fa, e sono venuta di nuovo, mordendomi il palmo perché quelle della fila non mi sentissero.
Insomma, cose di quell’epoca che ora tornano con più forza che mai. Adesso ricorderò i vecchi tempi seguendo il filo della storia che mi ha raccontato stasera. Andrò a letto, prenderò il dildo dal cassetto e tornerò a pensare a lui mentre me lo affondo fino in fondo. Buonanotte, caro diario.



