Mi sono esibita davanti a sconosciuti e ho scoperto il mio piacere segreto
Questa storia la raccontiamo entrambi, lei e io, ognuno dal proprio lato della telecamera.
Tutto è cominciato come un gioco in cui sono entrata quasi senza volerlo, e alla fine mi è piaciuto più di quanto avrei mai confessato ad alta voce. Quel pomeriggio, quando Marcos mi aprì la camicia quasi fino all’ombelico in mezzo alla pista, ero morta di vergogna. Sentivo le mie tette muoversi libere sotto la stoffa a ogni passo, i capezzoli sfregare contro il cotone fino a diventare duri come pietre, e c’era sempre qualche lembo di pelle proibita che faceva capolino all’aria.
Poi smisi di preoccuparmene. La gente faceva appena caso a me, a parte un gruppetto di ragazzi che guardava tutte le donne poco vestite, e io lo ero. E la verità è che quella sera ce n’erano molte: gonne che sembravano cinture larghe, scollature che mostravano perfino l’anima. Io, con i miei pantaloncini corti, ero quasi la più discreta del locale.
Mi spaventai solo un po’ quando cominciammo a ballare e uno di quei ragazzi mi chiese il ballo successivo. Cominciò bene, ma presto le sue mani andarono dove non dovevano. Sentii le sue dita infilarsi sotto la camicia aperta e afferrarmi le tette senza chiedere il permesso, stringendole, pizzicandomi i capezzoli con una sfrontatezza che mi lasciò senza fiato. Non le lasciava andare: me le palpava sotto gli occhi di tutti, le tirava completamente fuori dall’apertura per lasciarle penzolare all’esterno, in bella vista per i suoi amici, che si leccavano le labbra dal bancone. E ammetto che mi piaceva il modo in cui si metteva vicino a loro perché potessero vedere meglio ogni volta che qualcosa rimaneva fuori dalla stoffa, il modo in cui mi faceva girare prendendomi per la vita affinché le tette oscillassero libere mentre lui continuava a palpeggiarmi come se fossi di sua proprietà. Sentivo il suo cazzo duro premuto contro il mio culo, che sfregava al ritmo della musica, senza il minimo tentativo di nasconderlo.
Mi accorsi che sbottonava l’ultimo bottone della camicia e quello dei pantaloni, e una delle sue mani mi scivolò dentro, scese lungo il ventre e mi sfiorò la fica sopra le mutandine. Fu allora che mi resi conto di essere fradicia. Se ne accorse anche lui, perché mi guardò con un sorriso da figlio di puttana e premette con le dita, sfregandomi lentamente sopra la stoffa bagnata, poi infilò la punta di un dito sotto l’elastico e si fece strada tra le labbra ormai scivolose. Cercò di abbassarmi i pantaloni senza riuscirci del tutto, finché Marcos non mi salvò e mi portò via tra le risate. Avevo le guance che bruciavano e, sotto, un’eccitazione che non capivo, con le mutandine appiccicate alla fica gonfia e i capezzoli che facevano sfacciatamente capolino dalla camicia mezza sbottonata.
E la notte arrivò il resto: l’esibizione davanti a decine di persone che mi vedevano intera attraverso uno schermo, chiedendomi sempre di più in modo volgare. Cominciò con Marcos che mi spogliava lentamente davanti al portatile, aprendomi le gambe con la forza per mostrare da vicino la fica, costringendomi a infilarmi due dita e a tirarle fuori lucide mentre la chat si riempiva di messaggi sempre più sporchi che pretendevano di più. Mi fece inginocchiare tra le sue gambe e succhiargli il cazzo davanti alla telecamera, e io glielo infilai fino in fondo alla gola senza smettere di guardare l’obiettivo, con fili di saliva che mi colavano dal mento, mentre gli sconosciuti urlavano porcherie dall’altra parte del mondo. Il finale fu sdraiarmi nuda sul tavolo, con le gambe spalancate e le natiche proprio sul bordo, mentre Marcos mi scopava davanti a tutti quegli anonimi, spingendomi dentro tutta la verga fino in fondo, tirandola fuori lucida e infilandomela di nuovo senza sosta. Gemevo come una cagna in calore, aggrappata al bordo del tavolo, sentendo la fica stringersi attorno al suo cazzo a ogni colpo, sentendo le mie tette rimbalzare al ritmo delle sue spinte affinché la telecamera non si perdesse nulla. Lui non si fermava: mi scopava sempre più forte perché i gemiti si sentissero attraverso il microfono, perché quegli spettatori ci vedessero contorcere, e mi sollevava persino le gambe sulle spalle per infilarlo più a fondo. Venni in pochi secondi, con Marcos tutto dentro e una scarica che mi scosse interamente, mordendomi il labbro per non urlare più del necessario. Lui venne subito dopo, sfilandolo per svuotarmi lo sperma sul ventre e sulle tette mentre gli spettatori ci incitavano dall’altra parte del mondo. E capii che, dopo quello, qualunque cosa Marcos mi avesse proposto l’avrei fatta con piacere.
***
Mi svegliai alle prime luci dell’alba e cominciai a pensare che il giorno prima mi fosse sfuggito di mano. Non solo durante il ballo, ma anche per la storia della telecamera, per averla mostrata e posseduta davanti a tutta quella gente, anche se attraverso una piccola finestra. Eravamo entrambi nudi nel letto, io incollato alla sua schiena, una mano sul suo petto, le lenzuola aggrovigliate ai piedi e il cazzo mezzo duro appoggiato contro la fessura del suo culo.
Cercai di non muovermi. Si stava troppo bene contro il suo corpo caldo, le mie cosce contro le sue, il suo respiro regolare che si avvicinava e si allontanava dal mio. Non sapevo come fossimo finiti così aggrovigliati, ma volevo prolungare il momento. Alla fine dovetti liberarmi poco a poco per alzarmi senza svegliarla.
Mi lavai un po’ la faccia e mi guardai allo specchio, cercando di indovinare cosa vedesse Lucía in me per concedermi tanto in appena due giorni. Non mi vedevo male, ma di uomini così ce n’erano molti. Non mi ero mai creduto uno di quei dongiovanni irresistibili che attraggono le donne senza muovere un dito.
Arrivai alla conclusione che fosse tutta una questione di circostanze e vicinanza. Lucía aveva bisogno di vendicarsi di Daniel in qualche modo, per aver insistito tanto nel volerla spingere tra le braccia di un altro contro la sua volontà. E finalmente lo stava facendo, senza che lui lo sapesse, per non dargli quella soddisfazione, anche se era consapevole che, in fondo, stava facendo esattamente ciò che lui aveva chiesto tanto.
Quando tornai, lei era ancora sdraiata, ma aveva cambiato posizione. A pancia in su, un braccio disteso come se mi cercasse, un ginocchio piegato e l’altro lasciato cadere di lato, mostrando la fica depilata, i capezzoli eretti puntati verso il soffitto. Era esposta senza il minimo pudore, tranquilla sul suo letto, in casa sua, sicura che nessun altro oltre a me la vedesse. I capelli lunghi e spettinati le coprivano parte della spalla.
Grugnì leggermente, come un ronronio, quando posai la mano sul suo ventre tiepido e la feci scendere piano, sfiorandole il pube, fino ad appoggiare le dita sulle labbra della fica.
—Che ore sono? —mormorò senza aprire del tutto gli occhi.
—Non ne ho idea —risposi.
—Preparo la colazione mentre ti svegli?
—No. Resta ancora un po’.
Volli sapere cosa pensasse di tutto quello che era successo il giorno prima, ma attaccai dicendole che si era visto quanto le fosse piaciuto, che lo spettacolo notturno l’aveva eccitata più di quanto lei stessa si aspettasse. E con un sorriso mi confessò di sì, che da quando le avevo aperto la camicia in discoteca si era eccitata sempre di più, fino a non riuscire più a resistere una volta tornata a casa. Quanto alla telecamera, disse che non avrebbe mai immaginato che potesse essere così eccitante, né che le sarebbe piaciuto tanto che una massa di sconosciuti la vedesse scopata sul tavolo come una puttana.
La baciai lentamente, quel bacio del buongiorno che è il modo migliore per cominciare la giornata, e mi distesi sul suo corpo cercando ancora una volta il calore e la morbidezza della sua pelle. Le separai le cosce con il ginocchio e mi sistemai tra le sue gambe, accorgendomi che la fica mi accoglieva già bagnata e calda, inzuppando la testa del cazzo al solo sfiorarla. Cominciai a strofinarmi contro le sue labbra aperte, senza infilarlo ancora, scivolando lungo la fessura su e giù finché lei non inarcò il culo per cercarmi, afferrandomi la verga con la mano per guidare da sola la punta verso l’ingresso. Stavo per infilarlo fino in fondo quando squillò il telefono sul comodino. Quando lo afferrò e vidi che era Daniel, mi allontanai con il cazzo ancora duro e gocciolante, e scesi dal letto per lasciarla sola. Andai in cucina a preparare il caffè facendo meno rumore possibile, con l’erezione puntata in avanti come una verga.
E la sentii mentirgli: che me n’ero andato molto presto lunedì, che lei era scesa soltanto a prendere qualcosa al paese, che non era andata a ballare, che aveva preso il sole soltanto accanto alla piscina. Quanto le veniva facile. Riattaccò, venne in cucina e mi abbracciò da dietro, ancora completamente nuda, strofinandomi le tette dure contro la schiena e abbassando la mano fino ad afferrarmi il cazzo, che era ancora a mezz’asta. Me lo masturbò lentamente un paio di volte, stringendo con il palmo tutta la lunghezza, sussurrandomi all’orecchio che avevamo tutta la mattina per riprendere ciò che Daniel aveva interrotto e che moriva dalla voglia di assaggiare di nuovo il mio sperma.
Facemmo colazione così, nudi, perché il caldo cominciava a farsi sentire e la casa era abbastanza isolata da impedire a chiunque di passare nei dintorni. Allora le proposi un altro gioco davanti alla telecamera: una scena quotidiana in cui ci si alza e ci si veste, per un pubblico che a quell’ora probabilmente era già incollato allo schermo come la sera precedente.
Era un’altra sfida, e non mi stupii che accettasse. Era lanciata, pronta a tutto ciò che mi fosse venuto in mente. Tornammo in camera, accesi il portatile e sistemai la telecamera in modo che inquadrasse il letto. Le dissi di sdraiarsi, che avrei orientato l’obiettivo verso di lei, e che non appena mi avesse fatto un segnale avrei interrotto la trasmissione all’istante.
Si rivelò molto più eccitante di qualunque spogliarello. Cominciai a trasmettere con lei sdraiata nella stessa posizione del risveglio, a pancia in su, le gambe leggermente aperte che lasciavano vedere la fica rosa e socchiusa e i capezzoli duri per il fatto di sapere di essere guardata. Si alzò dando le spalle alla telecamera quando le indicai che aveva già abbastanza spettatori, mostrando il culo per un bel po’ mentre si stirava con le mani sopra la testa, poi cominciò a vestirsi lentamente, un indumento dopo l’altro, voltandosi verso l’obiettivo quel tanto che bastava perché quelli dall’altra parte dello schermo non si perdessero nessun dettaglio. Si infilò le mutandine al rallentatore, tirandole su per le cosce fino a incastrarle tra le labbra della fica per evidenziare la piega, e poi il reggiseno, sistemandosi da sola le tette dentro le coppe affinché se ne apprezzasse bene la misura. La luce del mattino entrava perfettamente dalla finestra.
Mi fermai quando uscì dall’inquadratura per infilarsi l’ultima maglietta. Volevo mostrarle la registrazione, farle vedere com’era stata ammirata da quegli sconosciuti. Era felicissima, rideva a crepapelle dei messaggi che le scrivevano nella finestra della chat, stupita che ci fosse così tanta gente senza niente di meglio da fare a quell’ora. Aveva ragione, ma si sa: c’è gente per tutto.
—E adesso? —chiese curiosa—. Che cosa ti è venuto in mente per oggi?
Le raccontai il piano. Lei aveva fatto il nudismo su grandi spiagge, ma lì ognuno pensava ai fatti propri e nessuno guardava nessuno. Io le proposi qualcosa di diverso: una piccola caletta dall’altra parte del bacino, una zona delimitata dove nessuno ci avrebbe disturbati, ma dove scendevano soprattutto uomini soli. Più sguardi. Più ammiratori in carne e ossa.
La mattina sbrigammo le faccende di casa e ci rinfrescammo per un po’ in piscina. Nel pomeriggio prendemmo la macchina. La strada era brutta, ma il posto valeva la pena: un bosco di pini da entrambi i lati, ombra in abbondanza per lasciare l’auto, e una discesa tra gli alberi fino al bordo dell’acqua.
C’era già gente, anche se non la folla delle spiagge che conosceva lei, e credo che questo la tranquillizzasse. Si tolse i vestiti con calma, così da rimanere entrambi come eravamo venuti al mondo, e ci sdraiammo al sole prima di bagnarci. E mi accorsi subito che le piaceva il gioco di spogliarsi, perché con mia sorpresa sotto il vestito non portava il bikini, bensì una splendida biancheria intima bianca e traforata, che lasciava intravedere attraverso la stoffa i capezzoli scuri e il triangolo del pube rasato.
Fu come se si spogliasse per andare a letto la sera. Si sfilò il vestito lentissimamente dalla testa, fingendo che si fosse impigliato, lasciando che tutti quelli che erano nei paraggi la osservassero in biancheria senza che lei dovesse guardare nessuno. Poi si tolse il reggiseno con la stessa lentezza calcolata, liberando di colpo le tette davanti a una mezza dozzina di sguardi fissi che non si persero neppure un dettaglio dell’oscillare dei capezzoli quando furono liberati. Attirò di nuovo tutti gli occhi prima di abbassarsi le mutandine con uno strattone e sdraiarsi accanto a me con la fica depilata aperta al sole e ai curiosi. Gli uomini sugli asciugamani vicini fecero finta di niente, ma non ce n’era uno che non se la stesse mangiando con gli occhi.
Dopo un po’ le chiesi di andare da sola fino all’acqua, perché volevo farle delle foto per un altro album come quello della passeggiata in montagna. Non ci pensò due volte. Si alzò, camminò fino alla riva con le tette e il culo che le ondeggiavano a ogni passo, e immerse il piede nell’acqua gelida emettendo piccoli gridolini. Poi passeggiò lungo la riva, allontanandosi più di quanto avrei voluto, immagino per mostrarsi anche a quelli che erano più lontani.
Quando tornò e si sedette sull’asciugamano, mi confessò che farlo di persona era molto più eccitante che via web. Lì poteva vedere i volti, la sfrontatezza degli uomini che la osservavano, i cazzi che si indurivano visibilmente nei costumi da bagno di quelli che passavano lì vicino fingendo di guardare l’acqua, le cose che alcuni le dicevano e le offrivano senza il minimo pudore, e che non cessarono finché lei non si sedette di nuovo accanto a me. E mi sussurrò all’orecchio, con una risatina, che le si era bagnata la fica da sola, senza toccarsi, soltanto sentendo addosso tutti quegli sguardi.
—Ti piacerebbe farlo con qualcuno di loro? —le chiesi.
—Ah, neanche morta. Anche se alcuni sono davvero messi bene, a dire il vero —rise.
—Secondo me lo faresti. Ma non oggi. Oggi no.
Mi guardò stranita, e capii cosa stava pensando: che alla fine ero come Daniel, un altro che voleva spingerla tra le braccia di uno sconosciuto. Le tolsi subito quell’idea dalla testa. Non parlavo di costringerla a fare qualcosa. Parlavo del fatto che un giorno avrebbe potuto desiderarlo da sola, per il puro piacere di essere guardata e scopata, come la notte precedente, come aveva appena detto lei stessa: dal vivo, con persone in carne e ossa davanti, era più brutale e più eccitante.
Tornammo indietro quando ci stancammo. Il sole tra i pini non scaldava troppo, l’acqua era gelida e il corteo di uomini soli che passavano avanti e indietro davanti a noi aveva cominciato a diventare pesante. Raccogliemmo gli asciugamani. Io mi misi il costume e mi caricai addosso ciò che pesava; lei prese i suoi vestiti con una mano e si incamminò nuda su per la salita, sostenendo che facesse troppo caldo per vestirsi, con grande gioia di quanti scendevano e dispiacere di quelli che non arrivavano in tempo per vederla bene, con le tette e il culo nudi che oscillavano tra i pini.
Non ci furono problemi nemmeno a farla viaggiare nuda in macchina. Il tragitto era solitario, ma comunque presi la strada alternativa, quella che non attraversava il paese, per evitare un brutto incontro con la polizia, che forse non avrebbe condiviso la sua teoria sul caldo e sui vestiti. Mentre guidavo, la guardavo di sottecchi: rilassata, soddisfatta, con le gambe sfacciatamente aperte sul sedile e quel sorriso di chi ha appena scoperto fin dove può arrivare il proprio desiderio.
E capii che quel gioco cominciato quasi per caso non aveva fatto che iniziare.


