Il cacciatore delle montagne e i tre ragazzi
Quattro mesi da solo in montagna gli avevano lasciato una fame che nessun whisky poteva placare. Quella notte, dietro la tenda rossa della locanda, tre ragazzi sapevano esattamente come accoglierlo.
Quattro mesi da solo in montagna gli avevano lasciato una fame che nessun whisky poteva placare. Quella notte, dietro la tenda rossa della locanda, tre ragazzi sapevano esattamente come accoglierlo.
Iván continuava a dormire tra le mie braccia quando un rumore nel corridoio mi fece alzare dal letto. Non immaginavo che l’ultimo giorno sarebbe stato il più caldo di tutti.
Perdemmo la partita e stavamo andando verso la metro quando un’auto di lusso si fermò accanto a noi. L’uomo al volante aveva una proposta che nessuno dei due si aspettava.
Credeva di essere solo sotto l’acqua, quando un braccio gli circondò il collo da dietro e una voce roca gli sussurrò all’orecchio ciò che era già evidente.
Erano anni che entravo di nascosto solo per guardare. Quel pomeriggio d’estate, finalmente, decisi di aprire la porta a uno di loro.
Pensavo che avremmo cenato solo noi tre. Ma mia cugina aveva invitato i suoi amici, e quella sera scoprii fin dove ero disposto a spingermi per compiacere il suo ragazzo.
Da quasi due mesi non avevo sue notizie. Poi arrivò il messaggio: «Domani vieni al lavoro con la biancheria da donna». E capii che non avrei potuto rifiutare.
Aspettavo nudo accanto all’ulivo, con lo zaino ai piedi e il telefono in mano, senza immaginare che quella notte fredda mi avrebbe lasciato in bocca due sapori diversi.
La porta della camera era socchiusa. Mi sono affacciato dalla fessura senza pensarci e quello che ho visto mi ha inchiodato: mio padre non era quello che credevo.
Avevano passato tutta la vita inseparabili, ma quel pomeriggio, soli sul divano, nessuno dei due volle fingere che quel bacio fosse stato un incidente.
L’annuncio diceva «sessione erotica gratuita per ragazzi giovani». Quello che non diceva, e che io capii perfettamente, era come avrebbe pensato di farsi pagare quella notte.
Gli mandavo colpi da mesi senza risposta. Quella mattina rispose con due parole che mi misero in ginocchio ancora prima di aprirgli la porta.
Quando mi aprì la porta in mutande e mi disse «in ginocchio, in silenzio», capii che quella notte sarebbe valsa la traversata in Uber fino all’altra parte della città.
Pensavo che me lo stessi immaginando, finché non trovai un numero scritto sulla confezione della salviettina che mi aveva dato quando sono sceso dall’aereo.
Le lamentele dei vicini non la spaventavano; la eccitavano. In quell’ascensore sapeva di birra e di uomo sporco, e lei era già in ginocchio prima di arrivare all’ultimo piano.
Erano due settimane che nessuno mi usava come ne avevo bisogno, così mi sono messa il vestito più facile da togliere e sono andata nell'unico posto dove sapevo che non mi avrebbero mai detto di no.
Quella sera oltrepassò la tenda del retrobottega sapendo che avrebbe obbedito a ogni ordine, per quanto degradante, senza che nessuno la costringesse.
Gli ordinai di restare in ginocchio e non muoversi. Ciò che venne dopo gli insegnò che, con me, obbedire non è un’opzione: è l’unica regola che esiste.
Il receptionist mi consegnò un pacco senza mittente. Dentro c’era un plug di metallo e un biglietto con la sua grafia: «Per il nostro appuntamento, voglio che lo indossi».
Sparò il riscaldamento al massimo perché nessuno smettesse di sudare. Voleva che arrivassero stanchi, sporchi e affamati di farle tutto ciò che nessuno osava chiederle.