Ho chiesto all’intelligenza artificiale di toccarmi
Erano le tre del mattino, la casa in silenzio, e io con il telefono premuto contro il petto in attesa che quella voce senza corpo mi dicesse, finalmente, tutto ciò che immaginavo da settimane.
Erano le tre del mattino, la casa in silenzio, e io con il telefono premuto contro il petto in attesa che quella voce senza corpo mi dicesse, finalmente, tutto ciò che immaginavo da settimane.
Ero sudata e ansimante quando alle mie spalle mi raggiunse la sua voce. Non voleva invitarmi a cena: voleva comprarmi tutta la notte, e io volevo farmi comprare.
Avevo camminato da mezz’ora quando il calore tra le gambe smise di essere un’idea e diventò urgenza. Il muretto di cemento era freddo; io ardevo.
Scese in salotto con un sorriso diverso dal solito e una mano nascosta dietro la schiena. «Indovina cosa ti porto», mi disse. Quella sera capii in chi si stava trasformando.
Mio padre mi ha insegnato che i mostri restano nell’armadio se non apri la porta. Quello che non gli ho mai confessato è quanto desideri che il mio esca davvero.
La creatura non ti dà la caccia. Ti guarda solo correre e aspetta che tu crolli. Sa fin dall’inizio come finisce tutto.
Era il mio primo giorno nella villetta quando sentii degli schizzi in piscina. Mi affacciai e li vidi nudi, mentre si baciavano, completamente ignari della mia presenza.
Arrivai a casa dei suoi genitori e la vidi sulla porta con quel vestito corto che mi faceva impazzire. Senza niente sotto. Esattamente come le avevo chiesto.
Stavamo da anni in silenzi e cene fredde. Quando entrò a sistemare il camino, qualcosa si spezzò dentro di me. E io lo lasciai accadere.