L’ospite sorvegliata e il suo gioco di dominazione
La casa di Teo mi era sempre sembrata troppo silenziosa, come se ogni parete stesse ascoltando. Quando arrivai con le valigie, mi accolse nell’ingresso con quella calma impeccabile che lo faceva sembrare innocuo: camicia grigia, maniche arrotolate con precisione, sguardo fisso, voce bassa. Mi ero appena trasferita per qualche settimana, mentre risolvevo un problema con il mio appartamento, e lui si era offerto di aiutarmi, come fanno certi uomini maturi a cui piace sembrare generosi.
—Sistemati con calma —mi disse—. Voglio che tu stia comoda.
Annuii e gli sorrisi, anche se qualcosa nel suo modo di guardarmi mi lasciò un formicolio sulla nuca. Non era uno sguardo familiare né tenero. Era uno sguardo d’esame, lento, preciso, come se stesse memorizzando il modo in cui i vestiti mi aderivano al corpo dopo aver trasportato scatoloni per tutto il giorno.
La mia stanza era in fondo al secondo piano, isolata dal resto della casa da un corridoio stretto e da una porta pesante. Il posto era bellissimo: vetro, cemento lucidato, luci indirette, un enorme specchio di fronte al letto. Tutto sembrava costoso e studiato. Lasciai la borsa sul pavimento, mi tolsi la giacca e sciolsi i capelli con sollievo.
Avevo caldo, ero stanca e avevo la strana sensazione di non essere sola, anche se non sentivo un solo rumore. Mi ripetei che era la tensione del trasloco. Eppure, quando mi avvicinai alla vetrata per tirare la tenda, vidi il mio riflesso nel vetro nero con una nitidezza inquietante, come se dall’altra parte qualcuno potesse vedermi meglio di quanto riuscissi a vedermi io stessa.
Andai in bagno e mi guardai per un momento allo specchio. Mi vedevo agitata: guance accese, respiro rapido, il top bianco segnato dal sudore sotto i seni. Risi da sola per il nervosismo. Teo era un uomo controllante e asciutto, sì, ma restava pur sempre famiglia. O almeno era quello che volevo credere.
Mi slacciai il reggiseno con un sospiro di sollievo e lo lasciai cadere sul ripiano. La pelle mi bruciava per lo sfregamento dei vestiti e mi passai le mani sul ventre per rilassarmi. Poi mi tolsi i jeans ed entrai nella doccia, cercando acqua calda e qualche minuto senza pensare.
Il bagno aveva una parete divisoria di vetro al centro, come se fosse stato progettato per esibire il corpo invece di nasconderlo. Mentre l’acqua mi scorreva sulla schiena, cominciai a rilassarmi. Chiusi gli occhi, sollevai il viso verso il getto e lasciai che il vapore mi avvolgesse. Ma quella sensazione di essere osservata non se ne andava.
Mi insaponai lentamente, percorrendomi le spalle, il petto, la vita. Il calore mi rese sensibile e, senza volerlo, le dita sfiorarono i miei capezzoli induriti. Lasciai uscire l’aria dalla bocca. Erano giorni che accumulavo tensione e il mio corpo era fin troppo attento a ogni sfioramento. Quando abbassai la mano tra le gambe fu più per impulso che per decisione.
Mi toccai appena, solo per capire quanto mi avesse condizionata la giornata. Ero bagnata. Troppo. Ritirai la mano di scatto, imbarazzata da me stessa per essermi eccitata in una casa altrui, in un bagno che non sentivo mio. Finii rapidamente di lavarmi e uscii avvolta in un asciugamano.
Fu allora che lo vidi.
Sul cuscino c’era un pacchetto nero, piegato alla perfezione, con un biglietto sopra. Lo aprii con le mani gelide. Dentro c’era una camicia da notte rossa di seta quasi trasparente. Il biglietto diceva: «Perché questa casa non ti sembri così fredda. Il rosso ti sta meglio del bianco».
Mi si chiuse la bocca.
Il dettaglio del bianco mi arrivò come uno schiaffo. Nessuno poteva sapere cosa indossavo al mio arrivo, a meno che non mi avesse osservata con fin troppa attenzione. O a meno che non mi avesse vista dopo. Mi guardai intorno nella stanza, poi verso lo specchio, poi verso la vetrata. Non trovai nulla. Ma ormai quella certezza si era insediata nel mio petto.
—Teo? —sussurrai, senza ricevere risposta.
Avrei dovuto spaventarmi abbastanza da scappare via di casa. Invece rimasi immobile, stringendo quell’indumento tra le dita. C’era paura, sì, ma anche una sporca vampata di curiosità. L’idea che qualcuno mi avesse vista nuda, che sapesse esattamente dove guardare, mi accese in un modo che mi vergognavo di ammettere.
Mi tolsi l’asciugamano e indossai la camicia da notte.
La seta umida mi si appiccicò subito al corpo. I capezzoli segnarono il tessuto rosso come due punte scure. La scollatura scendeva abbastanza da mostrare l’inizio dei seni, e l’orlo mi copriva appena il culo. Mi voltai davanti allo specchio e mi morsi il labbro, confusa tra pudore ed eccitazione.
Il letto era lì. Lo specchio era lì. Anche il silenzio.
Mi sedetti sul bordo del materasso con il cuore accelerato. Aprii il cellulare senza sapere bene cosa stessi cercando. Finì che scorsi video e fantasie che non volevo nominare, mentre le gambe mi si rilassavano e la seta mi saliva sulle cosce. Bastò un gemito altrui proveniente dallo schermo perché la mia mano scivolasse sotto la camicia da notte.
All’inizio mi accarezzai da sopra, lentamente, disegnando cerchi sul clitoride attraverso il tessuto bagnato. L’umidità aveva già attraversato la seta rossa. Allargai di più le gambe e infilai completamente la mano, cercando il calore viscido della mia fica. Il primo sfioramento diretto mi fece tremare. Lasciai uscire un ansito e gettai indietro la testa.
—Cazzo... —mormorai.
Cominciai in modo goffo, troppo in fretta, sfregandomi con avidità. Poi trovai un ritmo migliore. Due dita affondarono dentro di me mentre il pollice continuava a lavorare sopra. Il letto cigolava sotto il mio corpo. Il cellulare scivolò sul ventre, ma ormai non m’importava più. L’unica cosa che contava era quella miscela sporca: la paura che mi vedessero e la certezza che, se mi stavano guardando, io stavo al gioco.
Venni con uno spasmo brusco, stringendo le cosce e inarcando la schiena. L’orgasmo mi lasciò ansimante, appiccicosa, svuotata e ancora più confusa di prima. Ci misi alcuni minuti ad alzarmi per pulirmi, e anche mentre l’acqua scorreva tra le mie gambe sentivo che qualcuno continuava ad ascoltare il mio respiro.
***
La mattina seguente scesi in cucina con la camicia da notte rossa ancora indosso, sotto una vestaglia leggera. Non avevo dormito bene. Ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo il biglietto, lo specchio, la mia stessa mano che si infilava tra le gambe. Teo stava preparando il caffè come se non fosse successo niente. Non si voltò nemmeno subito.
—Hai dormito meglio di quanto mi aspettassi —disse infine.
Rimasi gelata. Il suo tono era neutro, ma sotto c’era qualcosa di affilato.
—Che cosa vuoi dire?
Finalmente mi guardò. I suoi occhi scesero per un secondo sul petto, dove la vestaglia non riusciva a nascondere del tutto il modo in cui la seta continuava ad aderire alla pelle. Poi tornarono sul mio viso.
—Che questa casa di solito rende nervosa la gente la prima notte.
Si avvicinò con una tazza. Quando me la porse, le nocche mi sfiorarono deliberatamente il seno. Un contatto minimo, ma preciso. Sentii la scarica fin tra le gambe. Se ne accorse. Certo che se ne accorse.
—Hai le mani fredde —mormorai, più per dire qualcosa che per altro.
—E tu sei fin troppo calda.
Quel commento mi tolse il fiato. Posai la tazza sull’isola perché mi tremavano le dita. Teo si appoggiò accanto a me, invadendo il mio spazio senza toccarmi di nuovo. Sapeva di sapone costoso e caffè, pulito e maschile. Avrei voluto allontanarmi. Non lo feci.
—Ieri sera non sembravi a disagio —disse a bassa voce.
Lo guardai di scatto. Lui sostenne il mio sguardo con una calma insopportabile.
—Non so di cosa parli.
Sorrise appena, come se si fosse aspettato quella bugia.
—Allora forse dovrei rinfrescarti la memoria.
Prese il telefono, toccò qualcosa e lasciò che l’audio riempisse la cucina. Il mio stesso gemito uscì dall’apparecchio, umido, spezzato, intimo. Poi arrivarono lo sfregamento della seta, il mio respiro affannoso, il suono osceno delle mie dita che lavoravano tra le gambe. Sentii le ginocchia cedermi.
—Spegnilo —sussurrai.
—Non ancora.
Si avvicinò di più e appoggiò la mano sulla mia coscia, sopra la vestaglia. La fece risalire lentamente fino a fermarsi a pochi centimetri dalla mia fica, mentre dal telefono continuava a sentirsi il modo in cui mi masturbavo la notte prima. Il mio corpo reagì immediatamente. In quel momento non avevo alcuna dignità: mi bagnai solo ascoltandomi.
—Era quello che pensavo —mormorò—. Non sei offesa. Sei eccitata.
—È sbagliato.
—Eppure non mi chiedi di smettere di toccarti.
Non potevo. Era quello il problema.
Teo spense l’audio e ritirò la mano prima di arrivare dove la desideravo e la temevo allo stesso tempo. Poi lasciò un’altra chiave d’accesso sul piano della cucina e mi parlò con la stessa voce controllata con cui altri uomini chiedono il sale.
—Troverai un regalo in camera tua. Lo userai oggi. Davanti allo specchio. Se mi obbedisci, non dovrò venire a cercarti. Se non mi obbedisci, verrò comunque.
Lo disse con tanta calma che la minaccia mi attraversò il ventre come una corrente. Avrei voluto discutere, insultarlo, pretendere spiegazioni. Invece rimasi lì, con la fica palpitante e le guance in fiamme.
***
Salii in camera quasi tremando. Sul letto c’era un altro pacchetto, questa volta dorato. Dentro trovai un dildo di vetro, pesante, trasparente, con un’incisione elegante e oscena allo stesso tempo. Sotto c’era un altro biglietto: «Apri le gambe davanti allo specchio. Voglio vedere come impari a obbedire».
Le ginocchia mi cedettero.
Avrei potuto andarmene. Avrei potuto farlo davvero. Ma ogni ordine mi sprofondava sempre più in un luogo dal quale non ero sicura di voler uscire. Chiusi la porta a chiave, come se significasse qualcosa, e cominciai a spogliarmi. Prima la vestaglia. Poi la camicia da notte rossa. Rimasi nuda sotto la luce bianca della camera, completamente esposta davanti al mio stesso riflesso.
Si accese un altoparlante nascosto.
—Avvicinati allo specchio.
La sua voce mi percorse tutta. Guardai il soffitto, cercando di capire da dove provenisse, ma obbedii. Feci un passo, poi un altro, finché mi ritrovai davanti al vetro, con i capezzoli quasi a toccarlo.
—Apri le gambe.
Lo feci lentamente, stringendo il giocattolo di vetro in mano. Il mio respiro era già troppo rapido.
—Infilalo —ordinò—. E non distogliere lo sguardo.
Portai la punta fredda alla fica. Il contatto mi strappò un ansito. Ero così bagnata che il vetro scivolò immediatamente tra le mie labbra. Mi morsi la bocca e spinsi appena. Il freddo mi fece rabbrividire. Poi arrivò la pressione. Sentii il giocattolo entrare lentamente, separarmi, riempirmi in modo pulito e crudele allo stesso tempo.
—Ancora —disse lui.
Ne infilai un altro po’. Le ginocchia mi tremarono. Con l’altra mano mi aprii di più, osservando allo specchio il vetro scomparire dentro di me, lucente, indecente, ricoperto d’umidità. Le incisioni sfregavano all’interno con un’attrito squisito. Lasciai uscire un gemito più forte.
—Così. Voglio sentirti.
Cominciai a muoverlo con piccole spinte. Entrava e usciva lentamente, lasciando una scia liquida che brillava sulle cosce. Il mio clitoride palpitava abbandonato, duro, implorando attenzione. Fui io stessa ad abbassare l’altra mano e a cominciare a sfregarmelo, continuando a infilarmi il giocattolo.
—Non così in fretta —mi corresse—. Fallo come se ogni centimetro appartenesse meno a te e più a me.
La frase mi colpì in pieno. Rallentai, obbediente. Lentamente. Fino in fondo. Poi di nuovo fuori. Ruotai appena il polso e trovai un’angolazione che mi fece vedere le stelle. Le cosce mi si tesero, la fica strinse il vetro e dovetti appoggiare la fronte allo specchio per non cadere.
—Cazzo... sì...
—Dillo.
—Sì.
—No. Dimmi a chi obbedisci.
Chiusi gli occhi per un secondo. Errore.
—Guardati —ordinò con voce dura—. Non nascondere il viso.
Li riaprii e mi vidi intera: nuda, arrossata, con la fica aperta attorno al giocattolo e le dita bagnate che si muovevano sul clitoride. L’immagine mi accese ancora di più.
—Obbedisco a te —ammisi infine, quasi senza voce.
Il suo silenzio dall’altra parte fu peggiore di qualsiasi risposta. Continuai a muovermi con più fame. Il vetro urtava il mio interno con un suono umido e lieve. La mia mano sopra non riusciva più a fermarsi. L’orgasmo mi piombò addosso rapidamente, risalendomi dal ventre come un’onda calda.
—Vieni —disse lui—. Voglio che tu venga guardandoti.
Quelle parole mi spezzarono. Venni con un gemito roco, infilandomi il giocattolo fino in fondo e sfregandomi il clitoride con furia. La fica si contrasse attorno al vetro una volta dopo l’altra. Le gambe mi cedettero. Uno schizzo caldo mi scivolò sulle cosce e schizzò sul pavimento. Rimasi tremante, appoggiata allo specchio, respirando come se avessi corso per chilometri.
Fu allora che sentii lo scatto della serratura.
Mi voltai di colpo. Teo entrò senza fretta, con la camicia arrotolata e lo sguardo inchiodato al mio corpo nudo. Non sembrava sorpreso. Sembrava soddisfatto. I suoi occhi scesero sul giocattolo tra le mie dita, sui fluidi lungo le gambe, sul petto che ancora si alzava e si abbassava.
—Bene —disse—. Ma un giocattolo non sa toccarti come me.
Avrei voluto coprirmi. Non me lo permise. Mi afferrò i polsi e me li portò dietro la schiena con una sola mano. Il gesto non fu brutale, ma definitivo. L’altra mano sprofondò tra le mie gambe e trovò la mia fica ancora aperta e tremante.
—Così bagnata —mormorò—. E continuavi a fingere di non volerlo.
Infilò due dita di colpo. Gemetti forte, senza riuscire a trattenermi. La sua mano era un’altra cosa: più ferma, più precisa, più viva del vetro. Mi penetrò lentamente, incurvando le dita verso l’alto, cercando quel punto che mi faceva perdere il fiato. Lo trovò subito.
—Lì —sussurrò vicino al mio orecchio—. È lì che ti smonti.
Mi condusse verso il letto continuando a penetrarmi con le dita, e io riuscivo a malapena a reggermi. Quando mi lasciò, caddi supina sulle lenzuola. Lui si tolse la camicia senza fretta. Aveva il torso forte e curato, la pelle tesa sui muscoli definiti. In lui niente sembrava improvvisato, nemmeno il modo in cui si slacciò la cintura guardandomi negli occhi.
Il suo cazzo uscì duro, grosso, già lucido sulla punta. Mi si seccò la gola. La differenza tra vederlo in una fantasia e averlo davanti era brutale.
—Apri la bocca —ordinò.
Obbedii.
Si avvicinò fino a sfiorarmi le labbra con il glande. Il primo contatto mi fece ansimare. Sapeva di pelle pulita e desiderio trattenuto. Passai la lingua sulla punta per puro bisogno, e lui lasciò uscire aria dal naso, appena, come se anche quello fosse stato calcolato. Poi me lo spinse dentro.
All’inizio entrò lentamente, lasciandomi abituare al peso e allo spessore. Gli leccai la base, lo succhiai, cercando di seguire il ritmo che lui imponeva con una mano tra i miei capelli. Quando mi prese più a fondo, mi riempì completamente la bocca e le lacrime mi spuntarono da sole. Non arretrò.
—Rilassa la gola —disse—. Voglio sentirti ingoiarmi.
Ci provai. Mi mancava l’aria, le labbra mi bruciavano, ma l’umiliazione di stare in ginocchio davanti a lui mi eccitava così tanto che il dolore si mescolò al piacere. Mi scopava la bocca con spinte brevi e controllate, ritirandosi quel tanto che bastava per farmi respirare e tornando dentro fino a farmi sbavare. La saliva mi colava sul mento. Lui la guardò con fredda soddisfazione.
—Così ti volevo vedere.
Ritirò il cazzo dalla mia bocca e mi girò sul letto prima che potessi riprendermi. Rimasi a quattro zampe, con il viso affondato nelle lenzuola e il culo sollevato. Mi diede una sculacciata secca che mi strappò un grido.
—Conta.
—Uno —dissi ansimando.
Un’altra sculacciata, più forte, sull’altra natica.
—Due.
La terza mi lasciò la pelle in fiamme e la fica ancora più grondante.
—Tre.
Passò il palmo sulla zona calda, poi strinse con le dita, aprendomi le natiche per guardarmi. Sentii il suo pollice circondarmi appena l’ano, provocando una contrazione involontaria.
—Tutto in te si stringe quando ti do un ordine —disse—. Mi piace.
Sputò sulle dita e tornò prima alla mia fica, infilandomene due e poi tre con un’oscena facilità. Le mosse con forza, senza delicatezza. Il mio corpo sobbalzava in avanti a ogni spinta della sua mano.
—Stai venendo di nuovo solo con le mie dita —mi schernì—. Guardati.
Mi afferrò per i capelli e mi costrinse a sollevare la testa verso lo specchio. Vidi il mio viso sconvolto, la bocca aperta, il culo sollevato e la sua mano che entrava e usciva da me coperta di lucido. L’immagine mi fece esplodere un’altra scarica tra le gambe.
—Per favore...
—Per favore cosa?
Tacqui perché mi vergognavo di dirlo. Allora ritirò completamente le dita. Il vuoto mi fece gemere disperatamente.
—Dillo bene.
—Scopami —riuscii a dire infine—. Per favore, scopami.
Mi accarezzò la natica segnata, quasi con tenerezza, poi mi sistemò la punta del cazzo all’ingresso. Rimasi immobile. Ero così aperta e bagnata che la prima spinta entrò per più di metà tutta insieme. Urlai. Non per paura, ma per la brutalità di sentirlo così dentro, così piena, così reale.
—Respira —mi ordinò, piantandomi le mani sui fianchi.
Spinse lentamente il resto, fino a sprofondare completamente. Sentii ogni centimetro. La mia fica gli si chiuse attorno con spasmi nervosi, come se non sapesse se respingerlo o chiedergli di più. Lui rimase immobile per un secondo dentro di me, lasciandomi assaporare la sua presenza.
—Adesso sì —disse.
Cominciò a scoparmi con spinte ferme e misurate, senza fretta all’inizio. Usciva quasi del tutto e tornava a entrare in profondità, colpendo quel punto che aveva già trovato con le dita. Il suono umido riempì la stanza. Il mio corpo avanzava a ogni spinta. Io riuscivo soltanto ad aggrapparmi alle lenzuola e a gemere.
Quando vide che il mio respiro stava diventando un disastro, aumentò la velocità. Gli schiaffi del suo bacino contro il mio culo si fecero più forti, più rumorosi. I seni mi sobbalzavano per il movimento. Lo specchio restituiva una scena oscena: lui in piedi dietro di me, che mi afferrava come se fossi stata progettata per quella posizione; io aperta, rossa, completamente presa.
—Guarda come ingoi il mio cazzo —disse, obbligandomi a mantenere lo sguardo sul riflesso—. Guarda come ti apri per me.
Mi portò una mano sul clitoride e cominciò a strofinarmelo rapidamente, senza smettere di spingere. Quasi mi disfeci sul posto. Le gambe mi tremavano così tanto che dovetti appoggiare anche gli avambracci sul letto.
—Non cadere —ordinò—. Voglio sentirti venire così.
La testa mi si annebbiò. Continuava a entrare e uscire con forza brutale, e il suo pollice sul clitoride mi spingeva dritta al limite. Gemevo il suo nome senza pensarci, una volta dopo l’altra, sempre più forte. Quando l’orgasmo mi esplose dentro, venni stringendogli il cazzo con un’intensità che mi fece piangere. La fica mi pulsava a ondate, chiudendosi attorno a lui mentre tremavo senza controllo.
Teo non si fermò. Al contrario. Approfittò dei miei spasmi per scoparmi più forte, più a fondo, come se volesse attraversare quell’orgasmo e strapparmene un altro. Infilò la mano tra le mie natiche e mi premette l’ano con il pollice lubrificato dai miei stessi fluidi. Non entrò di colpo; lo fece girare intorno, spinse appena, mescolando piacere e disagio fino a farmi impazzire.
—Così —mormorò—. Ferma e aperta.
La pressione dietro e il cazzo che mi colpiva dentro crearono una sensazione insopportabile. Il mio corpo ormai non distingueva più tra obbedienza, vergogna e desiderio. Sapeva soltanto di volerne ancora, anche se mi avesse lasciata distrutta. Venni di nuovo quasi senza preavviso, questa volta con un gemito grave e prolungato, spingendo il culo verso di lui mentre il pollice mi apriva appena da dietro.
—Brava ragazza —disse con voce roca.
Quella frase mi diede il colpo di grazia. Sentii il suo ritmo farsi più brutale, meno calcolato, segno che anche lui stava perdendo il controllo. Le dita gli si conficcarono nei miei fianchi. Mi scopò con spinte brevi e violente, seppellendosi fino in fondo ancora e ancora. Poi rimase dentro, molto in profondità, e venne con un ringhio sordo, stringendomi contro di sé.
Sentii la scarica calda e densa dentro di me, le pulsazioni della sua sborra che mi riempivano mentre la mia fica continuava a contrarsi. Rimase così per alcuni secondi, respirando forte contro la mia schiena. Io riuscivo a malapena a muovermi.
Quando uscì, una miscela di sperma e umidità mi scivolò lungo le cosce. La osservò per un istante, poi mi diede una lieve pacca sulla natica arrossata, quasi fosse un gesto di possesso.
Mi fece voltare di nuovo e mi costrinse a inginocchiarmi sul bordo del letto. Il suo cazzo era ancora duro, macchiato del mio stesso lucido. Mi prese il mento.
—Puliscilo.
Abbassai lo sguardo e obbedii. Me lo infilai di nuovo in bocca, leccando dalla base fino alla punta, assaporando il miscuglio della sua pelle, della mia fica e del sale del suo orgasmo. Mi accarezzò i capelli mentre succhiavo, più lentamente ora, più abbandonata. Non ci mise molto a irrigidirsi di nuovo.
—Così —sussurrò—. Hai già imparato.
Mi scopò in bocca con meno violenza di prima, ma con un’autorità ancora più evidente. Aprii la gola e lasciai che mi usasse, ingoiando saliva per accoglierlo meglio. Quando venne per la seconda volta, mi riempì la lingua e la gola. Ingoiai quasi tutto. Il resto mi rimase sulle labbra e lui passò il pollice per raccoglierlo e rimettermelo in bocca.
—Non sprecare niente.
Lo succhiai fino a pulirlo.
***
Rimasi distesa a pancia in giù, con la pelle in fiamme e il corpo floscio. Teo si vestì senza fretta, come se avesse appena concluso una riunione importante. Sentivo ancora il suo sperma uscire lentamente dalla mia fica e l’eco delle sculacciate pulsarmi sulla pelle.
Prima di andarsene, si sedette accanto a me e mi separò le gambe con due dita per guardare come stavo. Non lo fece con tenerezza, ma nemmeno con disprezzo. Era lo stesso sguardo d’esame del primo giorno, solo che ora capivo che cosa stesse valutando.
—La prossima volta obbedirai meglio —disse.
Il mio viso dovette rivelargli che quella frase mi eccitava più di quanto volessi ammettere, perché sorrise appena.
—Domani non ti darò il tempo di mentire a te stessa. Verrai nel mio studio di tua spontanea volontà. Senza biglietti. Senza regali. Solo con la voglia che ti usi.
Si alzò e si diresse verso la porta. Io continuai a guardarlo dal letto, ancora tremante.
—Teo...
Si fermò.
—Sì?
Deglutii. Non aveva più senso fingere innocenza.
—E se venissi prima di domani?
Questa volta il suo sorriso fu aperto, lento, pericolosamente soddisfatto.
—Allora imparerò che, oltre a essere obbediente, sei impaziente.
Uscì e mi lasciò sola con lo specchio, il disordine e il mio respiro. Ma la casa non sembrava più silenziosa. Ora sembrava sveglia. E per la prima volta da quando ero arrivata, anch’io lo ero davvero.