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Relatos Ardientes

Il padrone venne a casa e ci mise alla prova

Tutto cominciò come uno scambio di messaggi che, in teoria, non avrebbe dovuto andare oltre lo schermo. Io e mia moglie eravamo immersi da mesi in giochi di dominazione, parlavamo con gente dell’ambiente, fantasticavamo su ordini, punizioni ed esibizione verbale, ma sempre dalla distanza sicura delle nostre abitudini. Lei comandava in casa, io obbedivo, e alimentavamo entrambi quella dinamica con lunghe conversazioni notturne e foto studiate che cercavano solo di eccitare, senza mai oltrepassare del tutto il limite.

Eppure, il limite cominciò ad arretrare da solo. Mia moglie, che chiamerò Mara, attraversava da un po’ un periodo strano: continuava a essere dominante con me, sì, ma sessualmente era più spenta, come se io non bastassi più ad accenderle il corpo. Non era una tragedia di coppia, né una mancanza d’affetto. Era qualcosa di più crudo e semplice: io la desideravo con la fame addosso, e lei aveva bisogno di qualcosa che io non sapevo darle.

In una di quelle chat private comparve un uomo che cominciammo a chiamare Darío. Non era certo il suo vero nome. Nell’ambiente si presentava come Padrone e scriveva come se non avesse bisogno di alzare la voce per imporla. Non mandava mai venti messaggi di fila. Gli bastavano due frasi per far capire chi era abituato a dare ordini e chi no.

Una mattina, dopo Capodanno, scrisse direttamente a me. Cominciò con cortesia, con quel tono tranquillo che hanno certi uomini quando sanno di non dover dimostrare nulla. Chiese di noi, di Mara, di come stavamo. Risposi senza pensarci troppo e, non so perché, finii per confessargli che da un po’ lei aveva meno voglia di sesso.

La sua risposta mi lasciò impietrito davanti al cellulare.

— Questo si può sistemare — scrisse. — A volte una donna ha bisogno di sentire davanti a sé un vero uomo per ricordarsi che cosa le piace.

Gli dissi che non sapevo se fosse quello. Forse era lo stress, la routine, qualsiasi altra cosa. Lui non discusse. Cambiò soltanto argomento e mi chiese una foto del mio cazzo.

Rimasi a fissare lo schermo per un bel po’. Non perché la richiesta mi sorprendesse; in quel gioco, provocazioni del genere facevano parte del meccanismo. A turbarmi fu il modo in cui l’aveva formulata, come se la foto non fosse una richiesta morbosa, ma una verifica necessaria. Gli risposi che l’avrei mandata solo se fossi stato sicuro che a Mara non avrebbe dato fastidio. E ne ero sicuro. A mia moglie piaceva esibirmi sotto controllo, farmi sentire osservato, giudicato, rimesso al mio posto.

Così andai in bagno, mi abbassai i pantaloni, mi scattai una foto con il cazzo semieretto e appena depilato, come piaceva a lei, e gliela mandai.

La risposta arrivò in fretta.

— Adesso capisco molte cose — disse. — Con quello non la riempi e non la fai impazzire. Forse la mantieni obbediente, ma non appagata.

Mi si accese la faccia quando lo lessi. Non perché mi rivelasse qualcosa a cui non avessi mai pensato da solo, ma perché me lo sputava addosso uno sconosciuto con una sicurezza umiliante e, peggio ancora, eccitante. Continuai a leggere con il battito accelerato.

— Tra qualche giorno verrò nella vostra città — scrisse. — Voglio vederla. Voglio entrare in casa vostra. E voglio che tu sia lì per capire una volta per tutte qual è il tuo posto.

Quella sera stessa mostrai la conversazione a Mara. Pensavo che si sarebbe arrabbiata o, almeno, che avrebbe riso della sua sfacciataggine. Non fece né l’una né l’altra cosa. Lesse ogni riga lentamente, mordendosi appena l’interno della guancia, e quando ebbe finito mi guardò con quella luce fredda che mi annunciava sempre un ordine.

— Verrà — disse.

— Sul serio?

— Sì. E tu farai esattamente quello che ti diremo.

Sentii un nodo allo stomaco. Paura, sì. Ma anche un’erezione immediata, dura, scomoda, quasi dolorosa. Lei la vide attraverso i pantaloni e sorrise con affettuoso disprezzo.

— Guarda come ti si rizza in fretta quando un altro uomo sta per usare ciò che tu non sai soddisfare.

Non seppi cosa rispondere. Abbassai gli occhi e annuii.

Nei giorni seguenti, la casa venne preparata come se aspettassimo una visita solenne. Mara comprò una nuova vestaglia nera, morbida e pesante, di tessuto spesso. Scelse anche un completo di lingerie nera e autoreggenti fino a metà coscia. La accompagnai a comprarli, portando le buste e ascoltandola descrivere ciò che quell’uomo avrebbe visto prima di me. Ogni dettaglio faceva parte dell’umiliazione. Ogni indumento sembrava confermare che l’incontro sarebbe avvenuto davvero.

La mattina dell’appuntamento pulì il salotto due volte, anche se era già immacolato. Mi ordinò di cambiare le lenzuola, accendere il riscaldamento e mettere una luce soffusa. Poi mi fece sedere di fronte a lei in cucina per ripassare le regole.

— Aprirai tu la porta — mi disse. — Lo chiamerai signore se ti rivolgerà la parola. Lo accompagnerai in salotto. Non interromperai. Non mi toccherai. Non entrerai se non te lo ordiniamo. E se ti dico di ascoltare, ascolterai.

— Sì.

— Sì cosa?

— Sì, Mara.

Mi sostenne lo sguardo ancora per un istante.

— Se farai le cose per bene, forse ti lascerò leccare quello che resterà dopo.

Quelle parole mi colpirono come una scarica elettrica. Abbassai la testa perché non vedesse quanto mi eccitavano, ma lei lo sapeva già.

***

Quando suonò il campanello era già notte. Mara si trovava in salotto, in piedi accanto al divano, con la vestaglia chiusa e le calze nere che le tendevano sulle gambe. Sotto si delineava il volume sodo delle sue tette strette dal pizzo. Era truccata con cura, più del solito, e profumava di una fragranza scura, pulita, adulta. Non sembrava nervosa. Sembrava pronta.

Io invece ero nervoso. Mi sudavano le mani quando aprii la porta.

Darío era alto, con le spalle larghe, una barba corta impeccabile e una calma che imponeva più di qualsiasi gesto teatrale. Indossava un cappotto scuro, una camicia nera e un mezzo sorriso che non era né gentile né crudele: era il sorriso di qualcuno che sapeva già come si sarebbe svolta la notte.

— Buonasera — disse.

— Buonasera, signore.

I suoi occhi scesero per un secondo al mio inguine, come se volesse controllare se fossi già duro, poi tornarono sul mio viso.

— Portami da lei.

Lo feci senza aggiungere altro. Camminai davanti a lui fino al salotto e mi spostai. Mara era rimasta immobile, con le mani appoggiate sulle cosce e il mento appena sollevato. Lui la percorse interamente con lo sguardo prima di avvicinarsi.

— Dunque tu sei Mara.

— Sì.

— Fai un giro.

Lei obbedì lentamente. La vestaglia si aprì appena durante la rotazione e lasciò intravedere una striscia di pizzo nero sul petto. Lui sorrise, soddisfatto.

— Mi piace quando una donna si prepara per me.

Io continuavo a stare di lato, immobile. Darío non mi guardò mentre mi parlava.

— Vai nella stanza accanto. Lascia la porta socchiusa. Ascolta. Impara.

Entrai nella stanza adiacente con il cuore impazzito. Da lì non potevo vederli, ma sentivo ogni passo sul tappeto, lo sfregare della vestaglia, il respiro di Mara un po’ più rapido di prima. La porta rimase aperta di qualche centimetro. La luce del salotto ritagliava una striscia sul pavimento. All’inizio rimasi in piedi, con il cazzo che mi premeva già contro i pantaloni, senza osare nemmeno toccarmi.

Sentii la voce di lui, più bassa.

— Vieni qui.

Poi un bacio. Non fu un bacio romantico né impacciato. Fu un bacio possessivo, lungo, umido, a bocca aperta. Sentii il piccolo gemito di lei quando lui doveva averla afferrata per la nuca. Il mio corpo reagì come se mi avesse attraversato una corrente lungo la schiena.

— Apri la vestaglia — ordinò.

Il silenzio successivo durò appena un secondo, poi risuonò lo sfregare del tessuto che le scivolava dalle spalle. Immaginai la scena nei dettagli: le tette sollevate dal reggiseno nero, le calze tese sulle cosce, il triangolo scuro delle mutandine. Uno schiocco sommesso mi disse che aveva sganciato il reggiseno o, più probabilmente, che gliel’aveva strappato con uno strattone breve.

Mara lasciò uscire l’aria tra i denti.

— Così mi piaci — disse lui. — Ferma.

Sentii il rumore umido della sua bocca sul collo di lei, poi più in basso, e dopo un ansito più netto, quando doveva averle catturato un capezzolo tra le labbra. Mara non era una donna che gemeva per compiacere. Se gemeva, era perché le stavano davvero facendo qualcosa. E quelli che sentivo non erano suoni finti. Erano gemiti rauchi, trattenuti all’inizio e sempre meno trattenuti dopo.

— Signore... — la sentii mormorare.

— Più forte.

— Sì, signore.

Il tono della sua voce mi fece venire la pelle d’oca. C’era sottomissione, ma anche eccitazione pura. La sentii ansimare di nuovo quando lui doveva averle passato le mani sul corpo, scendendo dal petto alla vita, dalla vita alle natiche. Il colpo sordo di una sculacciata mi fece chiudere gli occhi.

— Sei già fradicia — disse lui con una breve risata — e non ti ho ancora fatto niente di serio.

Lei rispose con un gemito più sporco, più aperto. Il suono successivo fu lo strappo secco del tessuto. Poi un altro. Immaginai le mutandine spostate, forse strappate, le calze abbassate o tirate via senza riguardi. Avrei voluto guardare attraverso la fessura, ma ricordai l’ordine. Non mi mossi.

— Apri le gambe.

Ci fu un piccolo urto di corpi contro il divano, seguito dal respiro agitato di Mara. Poi arrivò il rumore inconfondibile di dita bagnate che lavoravano tra le sue labbra: prima lentamente, appena esplorando; poi con maggiore decisione, affondando, uscendo, spandendo l’umidità. Lei lasciò uscire un gemito soffocato.

— Ti piace che ti tocchino così, vero?

— Sì.

— Non ti sento.

— Sì, signore. Mi piace.

— Certo che ti piace. Avevi bisogno di questo da tempo.

Lo sciabordio umido delle sue dita divenne più chiaro, più rapido. Lei cominciò ad ansimare in modo irregolare e, all’improvviso, un suono nuovo mi attraversò: lui le aveva infilato due dita in bocca. Lo capii dal misto di un lieve conato, suzione e saliva densa. Poi le ritirò e tornò a infilarle tra le gambe. La immaginai completamente aperta, con la fica ormai ben bagnata, mentre lasciava che lui la lavorasse senza nessuna dolcezza, come se le stesse ricordando a forza di dita chi comandava lì.

— Bagnati ancora per me.

— Sì... sì...

— Chiedimelo.

— Scopami, signore.

Sentirglielo dire così, senza giri di parole, mi fece serrare i denti. Il cazzo mi doleva da quanto era duro. Avevo una mano che tremava accanto alla coscia, ma non osavo infilarla nei pantaloni senza permesso.

Allora lo sentii slacciarsi la cintura. Il rumore metallico mi parve osceno di per sé. Poi la cerniera, i vestiti che scendevano, un silenzio brevissimo e la voce di Mara, quasi un sospiro incredulo.

— Cazzo...

Lui lasciò uscire una risata bassa.

— Adesso hai capito.

— Sì, signore.

— Toccala.

Ci fu uno sfregamento umido, lento, calcolato. Non la penetrò subito. Le passò la punta sull’ingresso, su e giù, impastandola di altra lubrificazione, facendole sentire lo spessore senza concederglielo ancora. Mara respirava come se ogni secondo d’attesa la spingesse più vicina al limite.

— Per favore...

— Di’ che cosa vuoi.

— Voglio il suo cazzo dentro, signore.

La prima spinta fu breve. Lei lasciò uscire un grido trattenuto. Non per il dolore puro, ma per l’impressione delle dimensioni, dello stiramento, dell’urto contro qualcosa che non era abituata a ricevere. Lui rimase immobile per un momento, lasciandole sentire appena la testa dentro.

— Guardati — disse. — Tremi solo per questo.

— Ancora... per favore, ancora...

Poi sì. Glielo piantò dentro con una sola spinta, profonda, completa, fino in fondo. Il grido di Mara riempì il salotto e mi raggiunse come un colpo fisico. Mi appoggiai alla parete con il respiro spezzato. I secondi successivi furono un miscuglio di ansiti, carne contro carne e quel rumore umido e pesante di una penetrazione senza delicatezza.

Darío non stava facendo l’amore. La stava scopando. Senza fronzoli, senza romanticismo, senza pause teatrali. Ogni spinta suonava franca, solida. Era lui a dettare il ritmo, e lei lo riceveva prima con sorpresa, poi con fame, e infine con una dedizione totale che facevo fatica a riconoscere e che, allo stesso tempo, mi eccitava fino a stordirmi.

— Così... cazzo... così... — gemeva Mara.

— È questo che volevi?

— Sì, signore.

— È questo che ti mancava?

— Sì... sì... non fermarti...

Il divano scricchiolava sotto il movimento. A tratti lui rallentava per poi rientrare più lentamente, lasciandole sentire tutto il percorso. Altre volte la scopava con colpi consecutivi, rapidi, finché lei riusciva a rispondere appena con gemiti disordinati e frasi spezzate. Sentii un’altra sculacciata sulla natica, poi un’altra.

— Dillo a tuo marito — ordinò lui.

Il mio respiro si fermò.

— Ascoltami bene — le disse. — Diglielo, così impara.

Mara esitò per un secondo. Quando parlò, la sua voce era spezzata dal piacere.

— Tu non mi riempi così — disse, rivolgendosi chiaramente a me. — Lui sì. Cazzo... lui sì.

Sentii vergogna, rabbia, eccitazione, tutto mescolato in un’onda così forte che dovetti appoggiare la fronte alla parete. E allora la mano mi scivolò da sola sul cazzo, dentro i pantaloni. Cominciai a masturbarmi lentamente, senza fare rumore, come un animale obbediente che può alleviare la propria tensione soltanto ascoltando.

In salotto la scena cambiò posizione, a giudicare dal rumore dei corpi che si sistemavano. Doveva averla messa a quattro zampe sul divano o piegata sullo schienale, perché la serie successiva di spinte suonò più secca, più profonda. Mara non cercava più di trattenersi. Urlava. Gemeva in modo osceno. Gli chiedeva di più.

— Più forte, signore. Scopami più forte.

— Così. Tira fuori la voce. Fatti sentire.

Le avrebbe afferrato i capelli, pensai, o la vita. Forse entrambe le cose. Ogni spinta sembrava strapparle via il respiro. Io me lo segavo sempre più rapidamente, con il cazzo che scivolava nella mia mano sudata, spinto dall’immagine mentale di mia moglie aperta, piegata, mentre riceveva il cazzo di un altro uomo e trasformava me in uno spettatore punito.

— Stai già venendo — disse lui.

— No... no... aspetti...

— Verrai quando lo deciderò io.

La scopò più lentamente per alcuni secondi, torturandola con penetrazioni lunghe e profonde che suonavano ancora più oscene. Poi doveva averle infilato una mano davanti, perché il tono dei suoi gemiti cambiò completamente. Non erano più soltanto gemiti da penetrazione; erano quei gemiti tremanti, sempre più acuti, di una donna a cui stanno sfregando il clitoride esattamente come ne ha bisogno mentre la riempiono dentro.

— Signore... per favore... sto venendo...

— Vieni.

L’orgasmo di Mara non fu elegante. Le esplose dal corpo come una scarica brutale. Urlò, ansimò, lasciò uscire una raffica di sillabe senza senso e cominciò a tremare davvero. Perfino dalla stanza accanto potevo sentire il cambiamento dell’umidità, il disordine dello sfregamento, il modo in cui il suo corpo si rilassava e allo stesso tempo si contraeva sul cazzo di lui. Continuai a masturbarmi più forte, anch’io sul punto di venire, stringendo i denti per non gemere.

Darío non si fermò quando lei venne. Continuò a scoparla da dietro, approfittando di ogni spasmo, di ogni contrazione, di ogni gemito esausto. Non parlava più molto; respirava più pesantemente. Il ritmo divenne a tratti irregolare, segno inequivocabile che anche lui era vicino.

— Dove vuoi che venga? — chiese, continuando a scoparla.

— Dentro — disse lei senza esitare. — Venga dentro.

Quelle parole mi attraversarono più di qualsiasi altra cosa accaduta quella notte.

Lui grugnì qualcosa di incomprensibile e assestò tre o quattro spinte dure, consecutive, violente. Poi rimase immerso fino in fondo mentre lasciava uscire gemiti bassi e brevi, da uomo che viene senza trattenersi. Mara emise un lungo lamento sentendogli schizzare dentro e io, ascoltando quello, con mia moglie che accettava lo sperma di un altro uomo nel nostro salotto, venni nella mia mano dentro i pantaloni, in silenzio, sporcandomi le dita e la biancheria.

Rimasi ansimante, stordito, ancora appoggiato alla parete. In salotto si sentivano respiri stanchi, piccoli sfregamenti di pelle, un bacio pigro. Loro erano ancora lì, a riprendersi insieme, mentre io cercavo di rimettermi in sesto come potevo.

Passarono un paio di minuti prima che la voce di Darío mi chiamasse.

— Vieni.

Uscii a testa bassa. La scena mi colpì in pieno, anche se cercai di non guardare troppo: la vestaglia di Mara aperta sul divano, il reggiseno strappato a terra, una calza che le pendeva da una caviglia, i capelli scompigliati, la pelle segnata da baci e sculacciate. Darío era ancora in piedi e si stava sistemando i vestiti con assoluta calma. La mia donna aveva ancora le gambe divaricate, lucide tra le cosce.

— Al tuo posto — disse lui.

Mi inginocchiai.

Mara mi guardò con un misto di stanchezza e brutale soddisfazione. Si portò due dita alla fica, le infilò appena e poi me le mise davanti alla bocca. Erano bagnate di lei e di lui.

— Lecca.

Le succhiai interamente. Il sapore era denso, salato, intimo. Lei mi osservava mentre ingoiavo e tornavo a leccarle le dita fino a lasciarle pulite. Darío sorrise vedendolo.

— Bravo ragazzo — disse. — Adesso aiutala ad alzarsi.

Mi alzai e le offrii il braccio. Mara appoggiò il corpo contro di me. Era molle dopo l’orgasmo, ma non debole; piuttosto soddisfatta, usata esattamente come aveva fantasticato. La accompagnai lentamente fino alla camera da letto. Camminava con le gambe un po’ divaricate, e ogni passo mi faceva immaginare il miscuglio che le colava ancora tra le cosce.

Il letto era pronto, come mi avevano ordinato. Mara si sedette sul bordo e poi si lasciò cadere sulla schiena. Darío entrò dietro di noi, si tolse la camicia senza fretta e mi indicò la porta.

— Riordina il salotto. Poi aspetti fuori.

Annuii.

— Sì, signore.

Prima di andarmene, Mara mi richiamò con un gesto.

Mi avvicinai e lei mi prese per il mento.

— Hai obbedito bene — sussurrò. — Quando avremo finito, forse ti lascerò pulirmi la fica con la lingua, come piace a te.

Sentii un’altra erezione immediata, assurda, quasi dolorosa dopo essere venuto da così poco. Lei rise accorgendosene e mi lasciò andare.

Tornai in salotto. Raccolsi la vestaglia, il pizzo strappato, la calza, sistemai i cuscini, pulii l’umidità dal pavimento accanto al divano e il piccolo disastro che avevano lasciato sul tavolino. Lo feci con una concentrazione strana, come se ogni gesto domestico definisse ancora di più il mio posto in quella scena.

Dalla camera continuavano ad arrivarmi dei suoni. Non violenti come prima. Più lenti. Più profondi. La testiera colpiva di tanto in tanto la parete con un ritmo pacato. Mara gemeva di nuovo, ormai senza sorpresa, nuovamente aperta per lui. Terminai di riordinare e rimasi immobile in mezzo al salotto, ad ascoltare.

— Così — la sentii dire. — Non fermarti.

Poi la voce grave di Darío, quasi tranquilla.

— Adesso sì che sai cosa volevi.

Non aspettai un saluto. Non ce n’era bisogno. Sapevo già che quella notte non era per me, ma su di me. Sul mio limite, sulla mia umiliazione e sul mio desiderio. Mi sedetti su una sedia della sala da pranzo, con la casa ordinata intorno a me e i gemiti di mia moglie che uscivano dalla camera, e capii qualcosa che fino ad allora avevo soltanto immaginato: a volte obbedire non significa guardare o toccare, ma ascoltare come un altro uomo dà a tua moglie esattamente ciò che tu non puoi darle e restare eccitato, orgoglioso e sottomesso fino alla fine.

E la cosa peggiore, o la migliore, fu accettare che non mi aveva spezzato. Mi aveva rimesso al mio posto.

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