La siesta BDSM che mi lasciò ai suoi piedi
Quando terminai di preparare da mangiare, ero sudata e con la fica che mi pulsava come se mi avessero lasciato una brace tra le gambe. Dalla cucina li avevo visti di nuovo accanto alla piscina: le mie due amiche al sole, quasi nude, e Damián che girava per il giardino con quella calma insopportabile che mi stava facendo impazzire. Per tutta la mattina avevo continuato a provocarlo, eccitandomi con lui, misurandolo, giocando a tirare e mollare, eppure lui continuava a muoversi come se avesse tutto il tempo del mondo.
Quando finalmente uscì sul bordo della piscina e si sedette a immergere i piedi nell’acqua, rimasi a guardarlo da dentro casa. Aveva lo slip appiccicato al corpo, segnandogli un rigonfiamento tranquillo che non ingannava nessuno. Davanti a lui, Vera e Lidia parlavano come se niente fosse, con le tette quasi completamente scoperte e quelle mutandine minuscole che coprivano appena il necessario. Sapevo cosa gli faceva quella scena. Lo sapevo perché lo faceva anche a me.
Non avevo intenzione di restare chiusa dentro a rimestare una pentola mentre il desiderio ci ribolliva fuori. Spensi il fuoco, lasciai tutto mezzo pronto e schizzai in giardino con il respiro accelerato. Non mi fermai nemmeno a fingere pudore. Arrivai da loro, mi accovacciai e mi abbassai le mutandine davanti alle loro facce.
—Il pranzo è pronto, ma prima ho bisogno di acqua fredda —dissi—. Qui dentro fa un caldo insopportabile… e in più sono eccitatissima.
Lo dissi lentamente, perché si sentisse bene. Quando il tessuto scivolò lungo le mie cosce, venne via umido, attaccato alla pelle, e finì appallottolato ai miei piedi. Dentro era rimasta una macchia densa e biancastra, una traccia oscena di quanto fossi bagnata. Tutti e tre la guardarono. Poi guardarono la mia fica aperta, gonfia, lucida, con le labbra turgide e il clitoride che sporgeva come se anche lui chiedesse attenzioni.
—Cazzo, Clara… come sei venuta —mormorò Vera, chinandosi a raccogliere le mie mutandine.
Le toccò con due dita e le affondò nell’umidità prima di portarsele al naso. Quel gesto mi percorse la schiena come un brivido. Io non dissi nulla. Mi tuffai di testa in piscina per spegnere il fuoco, anche se sapevo che avrei ottenuto esattamente il contrario.
Quando riemersi, lui si era già alzato. Si abbassò lo slip senza drammi, senza nascondersi, lasciando uscire un cazzo grosso, semiduro e pesante, che mi fece stringere le gambe sott’acqua per puro riflesso. Lanciò il capo d’abbigliamento a Lidia con una precisione insultante e si tuffò verso di me.
Il suo corpo urtò contro il mio sott’acqua e subito cominciammo a cercarci. Coscia contro coscia. Ventre contro ventre. La mia mano che gli sfiorava il culo. La sua che mi spostava i capelli bagnati dal viso per guardarmi come se si stesse imprimendo qualcosa nella memoria. Il suo cazzo, ancora a metà, mi colpiva il pube ogni volta che ci spingevamo tra risate e schizzi.
Lidia si avvicinò al bordo e si sedette con i piedi nell’acqua, tenendo ancora lo slip di Damián. Non fece nulla per nasconderlo. Lo annusò, lo strinse, arrivò persino a sfiorare il tessuto con la punta della lingua mentre ci guardava. Vera era sparita verso casa con le mie mutandine in mano, e non serviva essere indovini per capire a cosa fosse andata incontro.
Sott’acqua, Damián mi afferrò per la vita e mi spinse contro la parete della piscina. Sentii la punta del suo cazzo strofinarsi tra le mie labbra senza riuscire a entrare. Fu una carezza breve, una provocazione precisa. Gli morsi la spalla e aprii di più le gambe, offrendomi. Lui non spinse. Continuò soltanto a sfregarmi così, con una lentezza crudele.
—Non giocare con me —gli sussurrai all’orecchio.
—Hai cominciato tu —rispose tranquillo.
La sua risposta mi eccitò più di qualunque palpeggiamento. Lidia finì per unirsi a noi nell’acqua e, insieme, mi aiutarono a trascinarla al centro della piscina tra spinte, risate e mani sfacciate. Le abbassai il tanga strattonandolo mentre lui le teneva i polsi per un secondo, quanto bastava a farle capire che ormai non era più la sua timidezza a comandare. Lei protestò per pura messinscena. Si lasciò toccare le tette, si lasciò aprire le gambe, si lasciò esplorare.
Le mie dita e le sue si incrociarono varie volte sott’acqua, entrambe inseguendo lo stesso cazzo. Quello di Damián era ormai completamente duro e oscillava tra i nostri corpi come un animale inquieto. Ogni volta che lo afferravamo, lui espirava dal naso e stringeva la mascella, trattenendosi.
Quando Vera tornò con il cibo pronto, ci trovò ancora sconvolti. Damián si allontanò verso un angolo della piscina per raffreddarsi. Lidia uscì per prima, nuda, senza fretta, con l’acqua che le scivolava lungo la schiena e il culo sodo. La vidi camminare verso il portico con quel tanga striminzito a laccetti che mostrava più di quanto coprisse, e dovetti ammettere che quella gran puttana sembrava sapere esattamente quanto riuscisse a provocare a ogni passo.
Io la seguii senza rivestirmi. Anche Damián uscì nudo e finì per sedersi con noi a mangiare come se fosse la cosa più normale del mondo. Il cazzo gli pendeva ormai rilassato, anche se era impossibile non guardarlo. Più di una volta mi sorpresi a fissarlo proprio lì mentre tentavo di fingere una conversazione normale.
Il pranzo, tuttavia, si raffreddò in un altro senso. Le quattro persone sedute su quel portico sapevano perfettamente cosa ci fosse sotto il tavolo, dietro i sorrisi e i bicchieri. Ma nessuno fece il primo passo. Io ci provai con sfioramenti, posture, mezze frasi. Lui non abboccò. O peggio: abboccò e non mi diede quello che volevo. La cosa mi fece infuriare.
Quando ebbi finito di mangiare, posai la forchetta e tirai fuori l’unica cosa che mi venne in mente.
—Ho bisogno di fare un pisolino. Damián, vieni con me?
Seguì un silenzio imbarazzato, non drammatico ma abbastanza eloquente. Vera e Lidia mi guardarono con una smorfia che mescolava divertimento e sospetto. Lui tardò un secondo di troppo ad alzarsi. Quel secondo mi punse l’orgoglio.
Eppure mi seguì. Lo guidai fino alla mia stanza, chiusi la portafinestra, tirai la tenda e mi sdraiai nuda sul letto senza nascondere assolutamente nulla. Allargai le gambe e rimasi ad aspettarlo con il respiro corto. Non volevo che mi scopasse fino in fondo. O almeno era quello che continuavo a ripetermi. Volevo portarlo al limite, tenerlo sul punto di cedere, diventare indispensabile per lui. Continuare a tenere io il volante.
Ma invece di gettarsi su di me, Damián andò al letto ausiliario, si sdraiò a pancia in giù e rimase immobile. Neanche una parola. Neanche una carezza. Neanche uno stramaledetto sguardo in più.
All’inizio pensai che mi stesse restituendo il gioco. Poi capii di no, che stava facendo qualcosa di peggio: mi stava lasciando cuocere nel mio stesso bisogno. La stanza si riempì di silenzio e calore. Io, completamente aperta, fradicia, esposta, cominciai a sentirmi ridicola. Il mio orgoglio si scontrava con la voglia, e la voglia stava vincendo per distacco.
Toccami una buona volta.
Non lo dissi ad alta voce. Mi morsi le labbra, chiusi gli occhi e cercai di fingere di addormentarmi. Non servì a niente. La mia fica pulsava senza sosta. Sentivo la sua presenza accanto a me come una minaccia e come un premio. Immaginai che si sarebbe alzato, che mi avrebbe afferrato le cosce, che me le avrebbe spalancate di colpo e mi avrebbe infilato il cazzo fino in fondo. Immaginai persino cose più brusche. Più sporche. Più umilianti. E ogni fantasia mi bagnava ancora di più.
Alla fine successe qualcosa di ancora peggiore per il mio autocontrollo: cominciai a masturbarmi da sola. Mi infilai la mano tra le gambe con rabbia, senza eleganza, graffiandomi quasi il clitoride e ficcandomi dentro diverse dita tutte insieme. Il rumore della mia stessa umidità riempì la stanza. L’odore della fica eccitata cominciò a impregnare l’aria. Ansimavo piano, sempre meno capace di sostenere il mio ruolo.
Fu allora che la sua mano calò sulla mia.
Sussultai e girai la testa. Lui era ancora praticamente immobile, mezzo affondato nel cuscino, con la stessa calma insopportabile. Non sembrava nemmeno eccitato esteriormente, e proprio per questo mi disarmò ancora di più. Mi allontanò la mano dalla fica con una facilità insultante e, senza una parola, mi infilò dentro tutte le dita in una volta.
Gemetti così forte che mi vergognai. Mi riempì completamente. Non fu un’esplorazione né una carezza delicata: fu un’invasione. Affondò la mano fin dove poteva, aprì le dita, mi cercò dentro con una precisione oscena e cominciò a scoparmi con quelle come se sapesse esattamente quale muscolo punire e quale stringere.
—Ferma —disse infine a bassa voce.
Fu tutto. Un solo ordine, e il mio corpo gli obbedì prima della mia testa. Rimasi supina, con le gambe aperte e il respiro spezzato, mentre lui mi lavorava la fica senza fretta e senza pietà. Tirava fuori le dita quasi completamente e poi me le conficcava di nuovo dentro con un ritmo duro, bagnato, preciso. A volte mi schiacciava il clitoride con il pollice nello stesso momento. Altre volte incurvava le dita e mi strappava una scossa dal ventre.
Cominciai a supplicarlo dopo il terzo minuto. Non so quanto tempo passò davvero, perché persi subito la cognizione. So soltanto che ogni volta che mi sentiva sul punto di venire, cambiava qualcosa. Rallentava per mezzo secondo. Mi chiudeva la fica con il palmo. Oppure mi affondava dentro due dita in più e mi lasciava tremante sull’orlo, senza permettermi di cadere.
—Per favore…
—Non ancora.
L’umiliazione mi bagnò più del piacere. Io, entrata lì sicura di poter giocare di nuovo con lui, ero ridotta a un corpo aperto e obbediente che gemeva il suo nome con il viso bagnato. Lui, nudo e silenzioso, sereno, quasi freddo, mi portava ancora e ancora sull’orlo dell’orgasmo per negarmelo proprio alla fine.
Quando provai a chiudere le gambe, mi colpì la coscia con uno schiaffo secco.
—Ti ho detto ferma.
Mi infilò di nuovo le dita più a fondo e inarcai la schiena. Sentii la mia fica inghiottirgli la mano, l’umidità colare fino al culo, il mio corpo ormai non appartenermi più. Cominciò a usare anche l’altra mano. Mi aprì le labbra con due dita e si mise a sfregarmi il clitoride con cerchi lenti, mentre dentro continuava a pompare. La combinazione mi spezzò.
—Damián… cazzo… cazzo…
—Così mi piace. Ben aperta e mentre dici il mio nome.
Volevo odiarlo. Volevo sputargli addosso qualcosa. Volevo ordinargli di fermarsi o di scoparmi una buona volta. Invece sollevai i fianchi verso la sua mano come una puttana affamata. Lui se ne accorse e mi afferrò il pube, inchiodandomi al materasso.
—Non venire senza permesso.
La frase mi attraversò. Non perché fosse nuova, ma perché nella sua bocca suonò assoluta. Mi stava dominando senza sforzo, senza legarmi, senza gridare. Solo con la sua calma, le sue dita e la certezza che in quel momento conoscesse il mio corpo meglio di me.
Mi portò sull’orlo una volta. Due. Tre. Quattro. Persi il conto. Ogni volta il ventre mi si induriva, i piedi mi si rannicchiavano, la gola mi si riempiva di gemiti e poi, proprio quando l’orgasmo stava per spezzarmi, lui mi soffocava la fica con il palmo o mi svuotava dentro con un movimento calcolato. Piagnucolavo per la frustrazione. Piagnucolavo davvero.
Una volta mi girò un po’ sul letto, mi sollevò una gamba fino quasi a piegarmela sul petto e continuò a infilarmi le dita da un’altra angolazione. Sentii che mi raggiungeva più in profondità, che sfiorava quel punto che mi manda completamente in pezzi, e lasciai uscire un grido soffocato.
—Guardati —mormorò.
Mi costrinse ad abbassare lo sguardo. La mia fica era aperta, arrossata, lucida, si inghiottiva le sue dita con un suono umido e vergognoso. Il letto era un disastro. Le mie cosce tremavano. La mia faccia doveva essere quella di una donna completamente sconfitta.
—Sei proprio una puttana —disse, quasi con curiosità.
Annuii. Non so perché. Ma annuii.
Allora ritrasse di colpo la mano. Il vuoto mi fece male. Pensai che mi avrebbe lasciata di nuovo così. Si alzò, andò in bagno e mi lasciò distesa sul letto, ansimante, incapace di muovermi. Da dove mi trovavo vidi con la coda dell’occhio che aveva un’erezione così dura che mi fece rabbia non essere riuscita a toccarla.
Quando sentii che usciva dal bagno e si dirigeva verso la porta, crollai. Il corpo mi chiedeva di venire con un’urgenza quasi violenta. Mi masturbai come una disperata, prima con la mano e poi con la prima cosa che trovai lì vicino: una bomboletta cilindrica di deodorante, che finì tra le mie dita e poi dentro di me.
Non me ne importava nulla. Né della dignità, né del dolore, né del ridicolo. Me la infilai con rabbia, bagnata del mio stesso umore, muovendola dentro di me mentre mi sfregavo il clitoride come una pazza. Ansimavo, ringhiavo, mi insultavo da sola. Continuavo a non riuscire a venire. Mi aveva lasciata così sull’orlo che non sapevo più tornare indietro da sola.
Fu allora che mi accorsi che era di nuovo nella stanza.
Alzai la testa e lui era lì, appoggiato allo stipite, a guardarmi con quel mezzo sorriso insopportabile. Mi vide aperta, distrutta, fradicia, mentre mi scopavo con quel cilindro come se ne dipendesse la mia vita. E non fece nulla per salvarmi. Peggio: si divertì a guardare.
—Scusa —disse, fingendosi sorpreso—. Non sapevo fossi occupata.
Avrei voluto mandarlo a fanculo, ma mi uscì soltanto un gemito rauco. Gli afferrai l’avambraccio quando si avvicinò, non per allontanarlo ma per tenerlo vicino. La sua presenza mi spinse definitivamente nell’abisso. Continuai a muovere il barattolo dentro di me, sempre più veloce, mentre l’altra mano mi tormentava il clitoride ormai dolorante.
—Continua —sussurrò—. Voglio vederlo.
Quello mi distrusse. Mi sollevò una gamba, poi l’altra, lasciandomi completamente esposta. Si chinò sulla mia fica senza toccarla. Ero sul punto di spezzarmi, con la fica gonfia, dolorante, troppo aperta, che trasudava sul letto. Allora soffiò.
Solo quello. Un soffio tiepido sul mio clitoride e sulle mie labbra aperte.
Il mio corpo esplose.
L’orgasmo mi scosse con una violenza quasi oscena. Sentii uno spasmo brutale nel ventre e poi uno schizzo caldo partire da me, bagnandomi le cosce, il letto, la sua mano. Urlai a denti stretti. Il barattolo mi cadde di mano. I miei fianchi continuarono a convulsarsi da soli mentre piangevo per il puro eccesso.
Lui non si allontanò. Mi guardò venire come se stesse contemplando qualcosa di suo. Continuavo a espellere scosse, incapace di chiudere le gambe, incapace di nascondermi. Quella era la vera umiliazione: non solo mi aveva fatta venire in quel modo, mi aveva anche costretta a farlo davanti a lui, sconfitta, in lacrime, tremante.
—Guardati —ripeté con un sorriso più aperto—. Che troia.
Poi aprì la tenda e la portafinestra per andarsene in giardino, lasciandomi aperta sul materasso e ancora scossa dai tremiti. Non sapevo se ridere o ammazzarlo. Alla fine mi addormentai per la pura stanchezza.
***
Mi svegliai con il corpo strano: vuoto, sensibile, stranamente leggero. Avevo dormito appena, ma era bastato. La prima cosa che provai al ricordo fu rabbia. La seconda, una certezza scomoda: mi aveva sconfitta. Non potevo più continuare a fingere di essere io a manovrare tutto. Aveva preso il controllo di me con una facilità che mi aveva completamente disarmata.
Mi feci una doccia fredda e mi vestii. Dopo quello che era successo avevo bisogno di avere del tessuto addosso. Scelsi un paio di mutandine nuove e una maglietta corta e aderente, di quelle che segnano i capezzoli anche se non vuoi. Quando uscii in giardino dalla portafinestra della sua stanza, lui era di nuovo in piscina, questa volta con i boxer addosso. Poco dopo le mie amiche comparvero completamente nude e si tuffarono in acqua con lui come due iene giocherellone.
Io rimasi fuori a osservare. A quella distanza, ormai ricomposta, potevo vedere meglio l’effetto che continuava ad avere su tutti e tre. Damián guardava molto. Più di prima. Senza nasconderlo. Vera e Lidia, dal canto loro, cercavano di mantenere una leggerezza che stava scivolando via. L’atmosfera si fece strana da sola, come se tutti stessimo aspettando un altro mio ordine.
E io lo diedi.
Mi tolsi lentamente la maglietta e sorrisi loro.
—Mi fa male il collo. Chi mi fa un massaggio?
La frase era una bugia miserabile e lo sapevamo tutti. Eppure funzionò. Ci distribuimmo quasi subito. Vera finì dietro di me su una sdraio, mentre io ero seduta tra le sue gambe. Damián si ritrovò ai piedi di Lidia, che si era sdraiata supina su un’altra, con le gambe piegate. Le dissi di mettersi meglio, così lui avrebbe avuto più spazio per lavorarle i piedi. Lei obbedì.
Vera cominciò dalle mie spalle e in meno di un minuto mi stava già impastando le tette con entrambe le mani, baciandomi il collo e mordendomi il lobo dell’orecchio. Davanti a noi, Damián teneva un piede di Lidia contro il petto, mentre l’altro era proprio tra le sue gambe, sopra un’erezione che cresceva senza rimedio sotto il tessuto bagnato.
La scena mi restituì parte dell’orgoglio. L’avevo montata io. Ero stata io a mettere ciascuno al proprio posto. Ma il ricordo della siesta restava sotto la superficie, ricordandomi che il controllo era relativo. Forse per questo mi eccitò tanto vedere come lui sollevasse per un attimo gli occhi verso di me, chiedendo il permesso senza chiederlo.
Glielo diedi lasciando che Vera mi palpasse senza pudore. Posai le mani sulle sue, incoraggiandola a stringere più forte i miei capezzoli. Bastò quello. Damián cominciò ad avvicinarsi a Lidia centimetro dopo centimetro mentre le massaggiava il piede. L’altro scivolava sul suo pacco con movimenti sempre meno innocenti.
Lidia allargò un po’ di più le gambe. Poi ancora un po’. Non fingeva più di non accorgersene. La sua fica rimase esposta, depilata, umida e lucida alla luce del pomeriggio. Lui la guardò come se stesse morendo di sete. Dalla mia sdraio lo vidi deglutire.
—Brava ragazza —dissi a Lidia senza smettere di ansimare per colpa di Vera.
E lei rispose stringendo con i piedi il cazzo di Damián sopra i boxer, fino a costringerlo a uscire dal lato dell’elastico. Il membro saltò fuori, duro, lungo, teso fino a far male solo a guardarlo. Tutte e tre lasciammo uscire il fiato nello stesso momento.
Vera aveva già infilato due dita tra le mie mutandine e mi lavorava il clitoride sopra il pizzo. Inarcai la schiena, ma non distolsi lo sguardo da loro. Damián, inginocchiato ai piedi della sdraio, cominciò a masturbarsi usando i piedi di Lidia. Li afferrò per le caviglie, strinse il cazzo tra le piante e lo fece scivolare su e giù con un’oscenità così bella da lasciarmi senza parole.
Lidia, inoltre, si stava masturbando. Aveva una mano tra le gambe, con cui si infilava le dita nella propria fica, mentre con l’altra si stringeva una tetta. Aveva la faccia di una santa sul punto di commettere un peccato.
Vera mi voltò il viso per baciarmi la bocca con foga. Ricambiai il bacio, afferrandola per i capelli. Non c’era più alcun massaggio; era puro palpeggiamento, pura fame. Le infilai una mano sotto le cosce e le trovai la fica fradicia. Lei gemette nella mia bocca e io ricambiai il favore, accarezzandola con due dita mentre continuavamo a guardare di sottecchi Damián.
Lui era sul punto di venire. Si capiva dal tremore della pancia, dal modo in cui stringeva i denti, dalla punta lucida del cazzo. Lidia non allentava la presa. Lo stava spremendo con i piedi come se volesse mungerlo.
E allora, proprio nel momento in cui vidi l’istante esatto in cui sarebbe venuto per lei, sentii qualcosa di nero nel petto. Gelosia. Puro possesso animalesco. Mi liberai da Vera quasi a spintoni, mi alzai e andai verso di lui.
—Adesso basta —dissi, afferrandolo per le braccia e tirandolo indietro—. Hai bisogno di sfogarti.
I tre rimasero immobili. Lidia lasciò uscire una bestemmia. Vera mi guardò come se fossi impazzita. Lui tremava, rigido, con il cazzo perpendicolare, così duro da sembrare impossibile che resistesse ancora.
—Fattelo —gli ordinai.
Non protestò. Si voltò dandoci le spalle, si abbassò completamente i boxer e cominciò a masturbarsi con entrambe le mani. Era uno spettacolo brutale. Se lo stringeva forte, su e giù, come se si stesse scopando i pugni, muovendo il culo al ritmo della propria mano e ansimando piano. Chiamai il suo nome e, quando voltò appena la testa, mi abbassai le mutandine e gli mostrai la fica.
La scossa che gli attraversò il corpo fu immediata.
Portai le mie amiche con me a terra, accanto alla portafinestra. Mentre lui continuava a segarsi davanti a noi, noi tre cominciammo a baciarci e a toccarci senza ritegno, ormai senza alcuna intenzione di fermarci. Mi infilai tra le gambe di Vera e le mangiai la fica con la fame arretrata. Le infilai la lingua, poi due dita, succhiandole l’umore mentre lei si contorceva e Lidia mi palpeggiava le tette da dietro.
Dietro di noi si sentivano i colpi umidi della masturbazione di Damián e il suo respiro sempre più spezzato. Ci voltammo quasi nello stesso momento quando lo sentimmo gemere davvero. Si era appoggiato a un albero, stringendo la base del cazzo con una mano mentre l’altra continuava a pompare.
L’orgasmo gli uscì con una violenza selvaggia. Lo sperma schizzò in getti lunghi e tesi, macchiandogli l’addome, la maglietta e la coscia. Venne di nuovo diverse volte, tremando tutto, schizzando fino a restare quasi senza forze. Fu una sborra colossale, bella e oscena allo stesso tempo. Noi tre rimanemmo a guardarlo in silenzio per un secondo, affascinate.
Poi decisi. Non l’avrei lasciato entrare, non ancora. Non quel pomeriggio.
Mi alzai, presi le mie amiche per mano e ci infilammo nella stanza prima che potesse riprendersi. Chiudemmo la portafinestra, tirammo la tenda e chiusi a chiave la porta. Volevo saziarmi con loro. Volevo un territorio sicuro in cui il mio corpo potesse liberarsi senza cedergli di nuovo tutto il potere.
Spinsi Lidia sul letto e mi infilai tra le sue gambe senza perdere un secondo. Vera si mise dietro di me, premendo i seni contro la mia schiena mentre mi infilava una mano tra le natiche e mi apriva lentamente. La fica di Lidia colava, calda, ancora tremante per quello che era successo fuori. Le infilai la lingua fin dove riuscivo e lei mi afferrò i capelli con entrambe le mani.
—Non fermarti —gemette.
Non ne avevo intenzione. La divorai a fondo, aprendole le labbra con le dita e affondandole la lingua in quel punto che la faceva inarcare. Nel frattempo Vera mi abbassò le mutandine con uno strattone e si inginocchiò per leccarmi il culo e poi la fica da dietro. Il doppio contatto mi tolse il respiro. Io mangiavo una mentre l’altra mangiava me, intrappolata tra gemiti, saliva e odore di sesso fresco.
Quando Lidia fu lì lì per venire, la girai verso Vera e mi sdraiai supina. Le feci salire entrambe su di me. Volevo le loro bocche, le loro mani, i loro corpi addosso. Vera mi montò i fianchi e cominciò a strofinarmi la fica contro la coscia mentre Lidia mi succhiava i capezzoli con un’avidità deliziosa. Infilai una mano tra le gambe di ciascuna e le masturbai contemporaneamente, sentendo come entrambe si aprivano e si bagnavano sempre di più.
La stanza si riempì di ansiti, urti di pelle, dita che entravano e uscivano, lingue. Nessuna aveva voglia di delicatezze. A Vera infilai tre dita finché gemette contro il mio collo. Feci venire Lidia nella mia bocca, tenendole i fianchi mentre mi inzuppava la lingua. Poi entrambe ricambiarono il favore, una sul mio clitoride e l’altra che mi infilava le dita dentro finché non finii per contorcermi sulle lenzuola, sporca, sollevata, finalmente liberata senza lottare.
Venimmo così, aggrovigliate, più di una volta. Non ci fu dolcezza. Ci fu fame. Ci fu stanchezza accumulata. Ci fu il bisogno di scrollarci di dosso il resto della giornata a colpi di bocche, dita e convulsioni. Quando alla fine rimanemmo sdraiate, sudate e soddisfatte, la stanza odorava di sesso e vittoria.
E mentre riprendevo fiato tra i corpi delle mie amiche, capii che la tregua era finita. Fuori mi aspettava lui. E io non avrei più potuto fingere ancora a lungo di non desiderare di tornare a mettermi, in ginocchio se necessario, esattamente dove mi aveva lasciata quella siesta: ai suoi piedi.