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Relatos Ardientes

Ogni silenzio della sua padrona aveva un prezzo da pagare

Erano passati cinque giorni dall’ultimo messaggio. Cinque giorni che sembravano un mese intero. Il silenzio di Morgana era un peso costante, una presenza invisibile che respirava sulla nuca di Damián anche quando non c’era.

Ogni mattina ripeteva la stessa routine: prendeva il cellulare dal comodino, apriva la conversazione e scorreva con il pollice le ultime parole che lei gli aveva lasciato prima di sparire. Nulla di nuovo. Il nome era ancora lì, in alto sullo schermo, ma senza luce verde, senza notifiche, senza il minimo segno di vita.

Il mondo andava avanti, anche se per lui tutto sembrava fermo. Il lavoro, le riunioni, le email: ogni cosa gli arrivava lontana, sfocata, come filtrata da un vetro sporco. Ogni vibrazione del telefono lo faceva voltare di scatto, con l’assurda speranza che fosse lei.

Non lo era. Non lo era mai.

Di notte tornava l’insonnia. Si sdraiava fissando il soffitto, ricostruendo a memoria la sua voce. A volte la sentiva pronunciare il suo nome; altre, solo una risata breve e fredda che si mescolava all’oscurità della stanza. A volte giurava di sentire il peso di un ordine che non arrivava più.

E il suo corpo rispondeva. Si ritrovava con il cazzo duro sotto le lenzuola, la mano infilata nei boxer quasi senza accorgersene, muovendosi piano, cercando nel ricordo della sua voce ciò che lei non gli dava più. Si masturbava pensando a come gli aveva detto portafoglio, a come le scappava una risatina prima di pretendere un altro bonifico. Veniva in silenzio, mordendosi il labbro, e lo sperma tiepido sul ventre gli lasciava un vuoto peggiore di quello di prima. Si puliva con il lenzuolo e rimaneva a guardare il soffitto, umiliato dalla propria mano, desiderando che fosse stata lei a ordinarglielo.

Cercava di distrarsi. Usciva a camminare, si costringeva a vedere gente, arrivò perfino ad aprire le impostazioni per cancellare la chat. Ma non ci riusciva. Perché cancellarla sarebbe stato come ucciderla, e anche se Morgana non gli scriveva, la sua assenza lo governava con la stessa forza delle sue parole.

La dipendenza non aveva più bisogno di contatto. Viveva nella sua testa, nel dubbio, nell’attesa.

***

Il silenzio cominciò ad avere una forma. All’inizio era solo assenza. Poi diventò rumore, un ronzio costante nella mente di Damián, come una voce muta che gli ricordava a ogni ora chi comandava, anche senza parlare.

Si svegliava prima dell’alba con il petto stretto, senza sapere perché. Ci metteva qualche secondo a ricordarselo: Morgana non è tornata. Quel pensiero bastava perché la giornata nascesse storta. E storta in più di un senso: si svegliava con il cazzo gonfio, che pulsava contro l’elastico degli slip, madido di un sudore che non era dovuto al caldo. Lo afferrava con la mano destra, se lo menava di mala voglia, in fretta, senza alcun desiderio di piacere, solo per scaricarsi. Veniva dopo tre minuti, getti densi che gli sporcavano il ventre e le lenzuola, e poi rimaneva steso a pancia in su con il disgusto attaccato alle dita. Nemmeno quello gli serviva. Venire non lo alleviava: gli rendeva ancora più chiaro quanto avesse bisogno di lei perché tutto avesse un senso.

Il caffè aveva smesso di sapergli di qualcosa. Le ore in ufficio gli diventavano insopportabili. Ogni volta che il telefono vibrava, il cuore gli sobbalzava, ma quasi sempre era una sciocchezza: un promemoria, un’offerta, una questione di lavoro. Niente di lei.

Nel pomeriggio, la sua ansia si travestiva da attività. Controllava i conti, calcolava mentalmente quanto gli restava, quanto avrebbe potuto inviarle se avesse scritto di nuovo. Si odiava per farlo, e lo faceva comunque.

Quando camminava per strada, tutto gli rimandava al suo ricordo: un profumo incrociando qualcuno, il ticchettio di un paio di tacchi sull’asfalto, uno sguardo tenuto un secondo di troppo. Il mondo intero sembrava portare il suo nome scritto sopra. Un pomeriggio, incrociando una donna con i tacchi e un cappotto nero, gli si indurì il cazzo in mezzo al marciapiede e dovette infilarsi la mano in tasca per sistemarselo contro la coscia. Camminò per due isolati con la verga stretta contro il tessuto dei pantaloni, mordendosi l’interno della guancia, e arrivato a casa si chiuse in bagno, si abbassò i pantaloni e venne contro le piastrelle in meno di un minuto, gemendo il nome di Morgana tra i denti. Lo sperma colò fino al pavimento. Rimase in ginocchio a guardarlo, con il cazzo che ancora gocciolava in mano, capendo che ormai nemmeno la strada era più sua.

A casa, il telefono rimaneva sul tavolo, acceso, come un altare. A volte lo fissava per minuti interi, aspettando un segnale. La mente gli giocava brutti scherzi: credeva di vedere il nome sullo schermo, credeva di sentire un avviso che non esisteva. Cominciò a confondere il desiderio con la realtà.

Aveva perso la nozione del normale. Non sentiva fame, non sentiva sonno. Aspettava soltanto. E mentre aspettava, immaginava. L’ansia era diventata la sua routine, e anche se lo distruggeva, una parte di lui ne aveva bisogno, perché quel dolore era l’unica cosa che lo teneva ancora legato a lei.

***

Il sesto giorno cominciò come i precedenti: grigio, lento, muto. Damián tornò a casa dal lavoro senza forze né voglia di niente. Si lasciò cadere sul divano, posò il telefono da una parte e si promise — per la prima volta — di non aprire la conversazione.

La tentazione lo vinse prima di un minuto. Un impulso quasi automatico gli mosse il pollice per sbloccare lo schermo. Ed eccolo lì. Un messaggio nuovo. Il suo nome.

Il cuore gli si fermò per un istante. L’aria si fece densa. Aprì la chat e lesse.

«Hai imparato qualcosa dal mio silenzio, portafoglio?».

Rilesse la frase più e più volte, incapace di pensare con chiarezza. Il suo corpo reagì come se avesse ricevuto una scarica: spalle tese, respiro corto, mani gelide. Il cazzo gli si indurì all’istante, spingendo contro la cerniera, dolente per quanto in fretta avesse reagito. Dopo tanti giorni passati a immaginare la sua voce, rivederla scrivere lo sconvolse del tutto. Una parte di lui voleva arrabbiarsi. L’altra voleva inginocchiarsi.

Digitò lentamente, pesando ogni parola:

«Sì, Morgana. Ho imparato ad aspettarti».

Passarono secondi eterni prima che comparissero i tre puntini. Gli si accelerò il battito.

«Aspettare non basta — rispose lei —. Imparare ad aver bisogno di me, sì. Quello è ciò che ti rende utile».

Lo investì un miscuglio di sollievo e paura. Era tornata. E con una sola frase aveva ripreso tutto il potere. Il silenzio che seguì fu ancora peggiore di prima, ma diverso: non era più vuoto, era attesa. Damián sapeva che il prossimo messaggio avrebbe portato qualcosa. Un ordine, una prova, un nuovo prezzo. E anche se temeva ciò che sarebbe venuto, si ritrovò a sorridere, con la verga ancora gonfia dentro i pantaloni, che pulsava al ritmo del suo battito.

***

L’avviso successivo arrivò pochi minuti dopo. Aveva appena avuto il tempo di calmarsi.

«Se hai davvero imparato ad aspettarmi, dimostralo».

Sentì un nodo nello stomaco. La frase non aveva bisogno di spiegazioni; sapeva esattamente cosa significava. Le dita gli tremavano sulla tastiera, ma non rispose. Aspettò.

«Il silenzio ha un prezzo. Tributo di pentimento: seicento euro».

La cifra lo paralizzò. Non era un capriccio; era un colpo diretto a quel poco che ancora controllava della sua vita. La sua parte razionale reagì subito. Non puoi permettertelo. È troppo. Non ha alcun senso. Ma il corpo, il respiro, il polso dicevano altro.

«Non pensarci — scrisse lei —. Quelli che pensano falliscono. Quelli che sentono servono».

Ogni parola era un amo. Ogni pausa, una corda invisibile che gli stringeva il petto. Aprì l’app della banca e guardò il saldo. Seicento euro non erano solo numeri: erano tempo, stabilità, un margine di sicurezza. Eppure sentiva che il suo intero valore dipendesse dal premere invia.

La testa gridava di no. Le mani obbedirono lo stesso. Il suono del bonifico fu quasi un sospiro.

«Bene — arrivò la risposta pochi secondi dopo —. Non voglio le tue scuse, voglio i tuoi atti. Ogni pagamento ripulisce un po’ della tua mediocrità».

Damián chiuse gli occhi. Non sapeva se quello che provava fosse sollievo, colpa o piacere. Sapeva solo che la paura si era evaporata. Lei era tornata, e il prezzo, ancora una volta, l’aveva pagato senza esitare.

Un altro messaggio arrivò quasi subito.

«Adesso tiralo fuori. So che ce l’hai duro da quando hai letto il mio primo messaggio. Abbassati i pantaloni, afferrati il cazzo e non venire finché non te lo dico io».

Obbedì senza pensarci. Si slacciò la cintura con le mani tremanti, si abbassò i pantaloni fino alle caviglie e liberò la verga, così gonfia che gli doleva la testa. La afferrò con la destra, fece una lunga passata dalla base e lasciò uscire un gemito rauco contro lo schienale del divano.

«Menati piano. Molto piano. Voglio che tu sappia che nemmeno il tuo cazzo ti appartiene».

Se lo menò lentamente, esagerando il percorso, sentendo accumularsi una goccia densa sulla punta che scivolò fino alle dita. Scrisse con la sinistra, appena:

«Sì, Morgana».

«Succhiati le dita. Quelle che hai bagnate. Voglio che ti sappia da solo e che tu sappia che sai di niente».

Si portò le dita sporche alla bocca e le succhiò, ingoiando il proprio precuma con una smorfia. La testa gli girava.

«Di nuovo. Più veloce. Senza arrivare».

Si menò più in fretta, con il respiro spezzato, sentendo i testicoli tendersi, sentendo la venuta avvicinarsi. Si fermò un secondo prima, ansimando, con la verga che pulsava nel pugno senza nessuno che la toccasse.

«Bravo cane. Adesso vieni. Sul quaderno dove terrai i conti con me. Firmalo con il tuo sperma».

Allungò la mano, trascinò un vecchio quaderno dal tavolo e lo aprì sul divano. Con tre passate ancora si venne a fiotti sulla prima pagina bianca. Lo sperma denso impregnò il foglio, formando due macchie spesse che si allargarono sulla carta. Rimase a ansimare, con il cazzo che ancora sputava gli ultimi fili sulle dita, fissando quella firma bianca sul foglio.

«Quel quaderno ormai è mio. Come te».

***

La ricevuta continuava a brillare sullo schermo. La guardava come si guarda una ferita aperta. Non era solo denaro; era qualcosa strappato alla sua volontà e consegnato in cambio di una riga di testo. Per qualche secondo si sentì vuoto. Poi arrivò il sollievo, strano e quasi dolce, come se l’atto di pagare avesse svuotato qualcosa che aveva accumulato per troppo tempo.

Camminò per il salotto con il telefono in mano e il cazzo ancora molle contro la coscia, gocciolando residui che gli si appiccicavano ai peli. Non c’era risposta, solo silenzio. Ma questa volta il silenzio non faceva lo stesso male. Aveva obbedito. Si era venuto quando lei glielo aveva ordinato e sopra ciò che lei aveva ordinato. Pensò a quello che avrebbe potuto fare con quei soldi: sistemare la macchina, pagare l’affitto senza tirare la cinghia, concedersi una pausa. Non provò rimorso. Provò uno scopo.

Nella sua testa, la voce di Morgana continuava a risuonare: quelli che pensano falliscono; quelli che sentono, servono. Ogni parola gli si conficcava addosso come un ago, e in fondo lo faceva sentire più reale. Per la prima volta da molto tempo aveva una direzione, un punto fermo, un motivo per agire. Il sacrificio non era perdita: era devozione. La sua fede aveva un nome, e il suo altare stava nel palmo di una mano.

***

Il messaggio successivo arrivò quando meno se lo aspettava, un suono breve e acuto che spezzò la fragile calma del mattino.

«Così mi piaci. Il dolore ti rende reale».

Bastarono quelle parole perché il corpo reagisse. Un brivido gli percorse la schiena. Il cazzo gli si rialzò di nuovo sotto i pantaloni, ostinato, obbediente, come se rispondesse a lei prima che a lui. Era passato un giorno intero senza notizie, ma Morgana non arrivava mai tardi: arrivava proprio quando il silenzio cominciava a far male più dei soldi persi.

«Da oggi terrai un registro — ordinò —. Ogni pagamento, ogni data, ogni pensiero che ti provochi ansia o desiderio. Voglio vedere la tua evoluzione. Non come persona, ma come investimento».

Lesse il messaggio tre volte. Una contabilità della propria resa. Tirò fuori dallo stesso cassetto il quaderno della notte precedente, con la macchia secca della sua venuta già indurita sulla prima pagina, passò due pagine e scrisse la data, l’importo e, accanto, una frase che lo sorprese lui stesso: Mi sento vuoto, ma tranquillo.

«Ogni parola che metterai lì sarà un’altra catena — aggiunse lei —. E firma ogni voce con il tuo vero nome. La vergogna fa parte del processo».

La vergogna. Quello era il punto. Ogni riga di quel quaderno era un promemoria tangibile di ciò che aveva ceduto e, allo stesso tempo, un modo per averla vicina, per darle uno spazio fisico nel suo mondo. Nel tardo pomeriggio, senza pensarci troppo, scrisse qualcos’altro nel margine inferiore: Grazie per tenermi legato. Per la prima volta non provò colpa. Provò struttura. Lo stava plasmando, e lui lo sapeva; ma dentro quella forma trovava pace.

Quella notte, prima di andare a letto, riaprì il quaderno e se lo menò piano sopra, con gli occhi fissi sulla propria grafia stretta. Si venne sulla firma e aggiunse sotto una riga tremante: Firmato anche con il mio.

***

Con il passare dei giorni, il quaderno diventò la sua nuova abitudine. Lo apriva ogni notte, annotava l’importo e ciò che aveva provato. All’inizio colpa. Poi, calma. Alla fine, dipendenza. Morgana non aveva più bisogno di dettagliare ogni cosa; bastava una frase breve e lui si anticipava.

«Non spendere su di te». Tre parole, e con quelle cambiò il suo modo di vivere. Abbandonò il caffè costoso di ogni mattina. Rinunciò alle birre con i colleghi all’uscita dal lavoro. Smetté perfino di guardare le vetrine. Ogni euro che non spendeva era un tributo potenziale, un gesto di obbedienza silenziosa che lei chiamava «autogestione della devozione».

«Non venire se non è sul quaderno». Un altro ordine, un’altra abitudine. Ogni volta che gli si induriva pensando a lei — e accadeva quasi ogni notte — tirava fuori il quaderno, se lo appoggiava sul petto o sulla coscia, e se lo menava sopra. La verga gocciolava in anticipo, il precuma gli macchiava le dita, la mano si muoveva con un ritmo obbediente che non era più il suo. Veniva a fiotti sulle pagine scritte, sporcando le sue stesse annotazioni, e poi scriveva la data accanto alla macchia. La carta si imbarcava, si irrigidiva, ogni foglio diventava duro di sperma secco. Era il suo modo di firmare. Era il suo modo di esistere per lei.

«Quando comincerai a pensare come me, non dovrò ricordarti chi comanda», scrisse un pomeriggio. E aveva ragione. Damián cominciò a decidere senza consultarla, ma sempre con lei in mente. Un piccolo lusso lo riempiva di colpa; un piccolo risparmio, di orgoglio. Una notte, controllando il conto, si rese conto che organizzava la sua vita come se avesse due budget: il suo e quello di Morgana. E, senza accorgersene, il secondo sembrava sempre il più importante. Il controllo aveva smesso di essere visibile. Ora viveva dentro di lui.

***

Una mattina, quasi senza pensarci, chiuse il quaderno, lo spinse in fondo al cassetto e decise di non guardarlo più. Si sentì impulsivo, quasi coraggioso. Stava girando da troppo tempo attorno a una voce che nemmeno vedeva.

Il primo giorno fu scomodo. Il secondo, peggio. Al terzo, la stanza sembrava più fredda. Guardava il telefono ogni pochi minuti anche se era in silenzio. Si ripeteva che non aspettava niente, e sapeva di mentire. Il lavoro smise di concentrarlo. Qualsiasi rumore quotidiano — una porta sbattuta, un campanello, un avviso — lo faceva reagire con un misto di speranza e paura.

Di notte si infilava a letto a pancia in giù, si sfregava il cazzo contro il materasso con rabbia, cercando di venire alla vecchia maniera, per nessuno, per sé. Non funzionava. Restava a metà strada, con la verga dura e i testicoli stretti, e per quanto spingesse i fianchi contro le lenzuola, l’orgasmo non arrivava. Il suo corpo si era abituato a obbedire, e senza l’ordine di Morgana non sapeva come finire. Si girava supino, ansimando, con il cazzo puntato al soffitto e gli occhi umidi di frustrazione.

La notte del quarto giorno accese il computer, aprì la chat che aveva giurato di non toccare e scrisse un messaggio che cancellò tre volte prima di osare inviarlo:

«Morgana… hai bisogno di me oggi?».

Per ore, niente. Il rimorso si mescolò a una fitta d’ansia. Finché, poco prima dell’alba, lo schermo si illuminò.

«Sempre, finché paghi».

Una frase breve, precisa, sufficiente perché tutto crollasse. Tornò l’impulso. L’adrenalina, il vertigine, la resa. Il quaderno uscì dal cassetto, e Damián capì di non aver avuto una ricaduta: aveva solo ricordato chi fosse.

Quella stessa notte, dopo averle bonificato quattrocento euro senza che lei glielo chiedesse, si inginocchiò sul pavimento con il quaderno aperto tra le gambe e si menò il cazzo guardando lo schermo spento. Venne sulle pagine con un gemito aspro, gocciolando sperma denso sulla data recente, e sussurrò contro la carta: «grazie per avermi lasciato tornare». La verga continuò a gocciolargli in mano ancora per un po’, mentre lui piangeva in silenzio, grato.

***

Il ritorno di Morgana portò qualcosa di nuovo. I suoi messaggi non erano più ordini diretti, ma formule che sembravano innocue e lasciavano invece un’eco lunga, difficile da cancellare.

«Non mi paghi soltanto. Ti indebiti con me».

Lesse la frase più volte senza capirla del tutto. Pensò che fosse un modo di dire, una di quelle ambiguità con cui lei giocava. Il messaggio successivo chiarì tutto:

«Ogni euro che mi dai non ti libera. Ti lega. Ogni tributo apre un conto che non si chiude mai. Non cercare di saldarlo; limitati a tenerlo vivo».

La parola debito lo lasciò senza fiato. Fino ad allora aveva creduto che i suoi pagamenti fossero sacrifici, atti di devozione. Ora capiva che erano catene, e la cosa più inquietante era che quell’immagine gli piaceva. Quella notte aprì una nuova sezione nel quaderno: Debiti attivi. Annotò somme e date e, senza sapere perché, lasciò uno spazio bianco in fondo, intitolato In sospeso con Morgana.

Nei giorni successivi cominciò a pensare in termini di saldo, non in banca, ma nel rapporto con lei. Se tardava a rispondere, sentiva che il debito cresceva. Se obbediva in fretta, sentiva di ridurlo. Lo aveva trascinato in un territorio nuovo: quello della colpa costante. Non serviva più che pretendesse qualcosa; la sola idea di doverle qualcosa lo teneva sotto controllo.

«Un debito non è una punizione — scrisse —, è un legame. Se un giorno mi ripaghi fino in fondo, smetterai di esistere per me».

Damián chiuse gli occhi e capì che preferiva doverle tutto piuttosto che perderla. Quella notte se lo menò di nuovo, questa volta senza permesso esplicito, con colpa, e venne sulla parola in sospeso con un getto lungo che impregnò tre righe. Si sentì ancora più debitore. Gli piacque.

***

Non ci mise molto a trasformare la teoria in pratica. Il messaggio arrivò una domenica mattina, così semplice da fare paura.

«Controlla il tuo conto».

Obbedì all’istante. Il saldo era più basso di quanto si aspettasse; tra tributi e spese aveva superato un limite che aveva giurato di non toccare.

«Lo squilibrio è colpa tua. Hai fallito nella gestione. Correggilo».

Sentì lo stomaco contrarsi. Non sapeva con esattezza cosa volesse dire con correggilo, ma lo intuiva. Scrisse una sola parola: «Come?». La risposta fu immediata.

«Vendi qualcosa. Qualcosa a cui tieni. Non meriti di avere oggetti che non siano allineati alla tua dedizione».

Guardò intorno a sé. La stanza era modesta, quasi priva di cose di vero valore. C’era solo una cosa che non voleva perdere: un orologio da polso ereditato da suo padre, conservato più per memoria che per gusto.

«Quell’orologio che stai guardando… vendilo».

Un brivido. Come faceva a saperlo? Non si fermò a scoprirlo; forse l’aveva indovinato, forse lo conosceva fin troppo bene. L’orologio finì pubblicato su un sito di usato quello stesso pomeriggio. Due giorni dopo, il denaro entrò nel suo conto e, prima ancora di pensarci, lo trasferì, senza che lei dovesse nemmeno chiederglielo.

«Bene. Adesso capisci davvero quanto vale la tua devozione».

Rimase a fissare la ricevuta, con il polso nudo, leggero, strano. Non si sentiva più povero, ma più vuoto. E quel vuoto, perversamente, gli dava pace. Aveva consegnato un ricordo, un pezzo della vita che aveva prima di lei. Di lui restava sempre meno che non le appartenesse.

Quella notte arrivò un altro ordine.

«In ginocchio davanti allo specchio. Con il telefono sul pavimento, a guardare lo schermo. Il cazzo fuori. Senza toccartelo finché non lo dico io».

Lo fece. Si inginocchiò nudo davanti allo specchio della camera, con le ginocchia conficcate nel parquet, la verga tesa che gli puntava all’ombelico, il telefono appoggiato sotto. Si guardò nel riflesso: il viso arrossato, il petto che si alzava e si abbassava, il cazzo che gocciolava senza che nessuno lo toccasse.

«Dillo ad alta voce. “Sono il portafoglio di Morgana”».

Mandò giù la saliva e lo ripeté, con la voce spezzata. «Sono… il portafoglio di Morgana».

«Ancora. Più forte. Fatti sentire».

«Sono il portafoglio di Morgana», disse più forte, e sentì il cazzo sobbalzargli da solo nel pronunciarlo.

«Adesso afferralo. Con due dita. Solo con due. Come il pezzo di merda che sei».

Lo prese con il pollice e l’indice, stringendolo a metà, e se lo menò così, con due dita, sentendosi ridicolo e duro allo stesso tempo. Il precuma gli colava dalla punta, scivolava lungo il glande, gli bagnava le dita e il polso nudo dove prima c’era un orologio.

«Vieni senza mano. Solo con quelle due dita. E ingoia quello che esce».

Strinse più forte, muovendo appena la mano, ansimando davanti al proprio riflesso. Quando venne, lo sperma gli schizzò sul petto e sul pavimento. Senza pensarci, si passò la mano sul ventre, raccolse quel che poté con le dita, se le portò alla bocca e ingoiò. Il sapore gli fece venire conati, e allo stesso tempo gli fece sentire, per un istante, di aver obbedito alla perfezione.

«Bravo, portafoglio. Adesso sei mio anche dentro».

***

Dopo l’orologio, nulla tornò a essere uguale. Morgana smise di mandare ordini diretti; non ne aveva più bisogno. Damián aveva imparato ad agire senza istruzioni, come se ogni decisione quotidiana dovesse passare attraverso un filtro invisibile. Appena sveglio controllava il conto prima ancora delle notizie. Ogni spesa la faceva con il nome di lei in testa. Perfino aprire il portafoglio gli ricordava a chi appartenesse davvero.

A volte si sorprendeva a ripetere le sue frasi a bassa voce, come preghiere. Altre volte scriveva il suo nome nei margini del quaderno, senza motivo. Cominciò a sentire la sua presenza dove non poteva esserci: una voce minima quando esitava, un profumo immaginato nel corridoio, un lieve mormorio che lo chiamava dallo schermo spento. Non c’era punizione né ricompensa, solo abitudine. Un’abitudine che somigliava all’amore, ma era pura obbedienza.

Tutte le notti finivano allo stesso modo: in ginocchio o supino, quaderno aperto, il cazzo nel pugno, se lo menava piano fino a venire sulle pagine. Lo sperma denso impregnava le annotazioni, si asciugava sopra le cifre, induriva le pagine. Il quaderno sapeva di lui, di sudore, di sperma secco. Gli piaceva aprirlo e ritrovarsi le proprie macchie sovrapposte, strato dopo strato, prova tangibile di ogni volta che si era svuotato per lei. Ogni venuta sulla carta era un altro pagamento, uno che non passava dalla banca.

I colleghi lo notavano più silenzioso, più assente. Alcuni gli chiedevano se stesse bene. Lui rispondeva con un sorriso che non gli arrivava agli occhi e cambiava argomento. A casa, ogni sera, aggiungeva una riga al quaderno. A volte una sola parola: Presente. Altre, una frase intera: Non ho bisogno di vederla per sentirla. Ed era vero. L’aveva interiorizzata fino al punto di non aver più bisogno che parlasse per restare legato. Viveva nel suo respiro, nei suoi gesti, nelle sue paure. L’idea avrebbe dovuto spaventarlo e invece gli offriva qualcosa che non aveva mai avuto: continuità.

***

Il tempo cominciò a perdere la propria misura. Settimane, forse mesi; tutto si fondeva in una sequenza di giorni identici. Morgana non scrisse più. Eppure Damián continuò a pagare.

Lo faceva senza cerimonie né messaggi. Sceglieva una cifra a caso, annotava la data sul quaderno e premeva invia. Non aspettava risposta. Bastava l’atto in sé; era il suo modo di assicurarsi che il legame non si spezzasse. A volte si fermava a pensare all’assurdità di tutto questo: dare senza che nessuno glielo chiedesse, mantenere in vita un’eco. Ma appena il dubbio affiorava, affiorava anche la paura di perderla del tutto.

E dopo ogni bonifico, senza eccezione, si abbassava i pantaloni e veniva sopra il quaderno. Non aveva più bisogno di fantasticare su nulla: gli bastava guardare la data appena scritta, la cifra, il suo nome sotto. Se lo menava metodicamente, senza fretta, finché i getti caldi non cadevano sulla carta e firmavano ciò che la banca aveva già firmato. Era il suo secondo bonifico, quello che solo lei avrebbe capito. La verga gli restava sempre gocciolante per un po’ dopo, sputando filamenti sulle dita, e lui se li succhiava senza pensarci, assaporando l’unica cosa che potesse ancora darsi da solo.

Il denaro aveva smesso di essere una transazione per diventare un’offerta, e il silenzio di lei era diventato la sua prova costante. Ogni bonifico era una conversazione immaginaria: lui consegnava, lei lo perdonava; lui si svuotava, lei lo rendeva di nuovo necessario. Con il tempo, le registrazioni del quaderno occuparono pagine intere, fitte e ordinate, macchiate di chiazze indurite. Senza che nessuno glielo indicasse, aveva costruito il proprio sistema di penitenza.

Una notte, chiudendo il quaderno — ormai rigido come cartone, pesante per via di tutti quei doppi pagamenti —, si guardò allo specchio. Lo sguardo era tranquillo, quasi sereno. Capì che Morgana non aveva più bisogno di sorvegliarlo: gli aveva insegnato a sorvegliarsi da solo. Il silenzio non era una punizione. Era un metodo. E il suo prezzo, il tributo perfetto.

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