La sconosciuta dell’autobus che mi diede un ordine
«Non ti muovere da lì», mi ordinò con la voce bassa, premendo il tallone contro di me. E io, uno sconosciuto, obbedii senza pensarci due volte.
«Non ti muovere da lì», mi ordinò con la voce bassa, premendo il tallone contro di me. E io, uno sconosciuto, obbedii senza pensarci due volte.
«Voglio vedere qualcosa di nuovo», disse dalla poltrona. E io sapevo già esattamente con cosa l’avrei sorpreso, anche se significava trascinare Vera con me.
L’aria della stanza si era fatta irrespirabile quando Lui ci guardò e disse che quella notte dovevamo dimostrargli fin dove eravamo capaci di arrivare per il suo piacere.
Bastò sfilare il tacco dal tallone perché smettesse di guardarmi negli occhi. E io scoprii quanto potere potesse stare sulla punta di un piede.
Pensavo di andare solo a guardare le riprese del film più sporco d’Europa. Non mi avevano parlato delle due poltrone né della donna accanto a me.
Avevamo passato tutta la notte così, ma vederla di spalle, pronta a entrare in acqua, mi ricordò che anche la mattina aveva le sue regole.
Non avevo mai accettato un incarico del genere: lui voleva solo sedersi a guardare mentre altri mi usavano, e tenersi per ultimo ciò che lasciavano dentro di me.
Aveva i piedi gonfi per la partita e un sorriso che sapeva già tutto. Io volevo solo inginocchiarmi e dimostrarle fin dove ero disposto a spingermi.
Non riuscivo a smettere di guardarle gli stivali. Quando mi beccò, invece di allontanarsi, mi chiese se fossi uno di quelli che muoiono per baciare le suole.
Ogni gesto è calcolato: lo sfiorare delle calze, il tacco che pende dalle mie dita, il sorriso che li fa sentire colpevoli. Oggi mi sono alzata con voglia di giocare.
Gli chiesi di infilarsi i miei tacchi per superarmi in altezza, e dalla sua faccia capii che quella notte non avrebbe comandato lui.
Il lucchetto si aprì con uno scatto secco e lei capì, prima ancora di uscire dalla gabbia, che lui era tornato con l’odore di un’altra donna addosso.
Non riuscivo mai a distinguerle. Una mi baciava con tenerezza; l’altra mi legava e mi usava. Solo dopo capii che non c’era mai stato un errore: avevano pianificato tutto insieme.
Quando caddero le mura e le spade si levarono sui suoi cavalieri, le restava solo una moneta di scambio: inginocchiarsi nuda davanti all’uomo che aveva distrutto tutto.
È arrivata a casa mia con due birre e una storia che aveva bisogno di tirar fuori: la notte in cui capì di godere nel perdere del tutto il controllo.
Bastò una mano ferma sulla sua nuca perché capisse che quella notte le regole le mettevo io. Il resto dipendeva dal suo coraggio di restare.
La prima notte nella cella 118 gli bastò per capire che non era più padrone del suo corpo, ma una proprietà in più dell’uomo della branda sotto.
Il suo culo offerto, la frusta ancora vergine nella mia mano e lei che implora che cominciassi. Ma il piacere del padrone è un altro: farla attendere finché paura e desiderio si confondano.
Mentre mio marito mi succhiava i seni davanti allo specchio, io pensavo a lei e al corpo dell’uomo con cui avremmo cenato quella sera.
Mentre lui faceva bollire il tè, i due uomini legati al tavolo iniziavano a capire che quella notte nessuno avrebbe lasciato il salotto come vi era entrato.