La vicina dai tacchi rossi nascondeva un segreto
L’ho vista dirigere il trasloco con quella voce roca e ho capito che non me la sarei più tolta dalla testa. Non immaginavo cosa nascondesse sotto il corsetto.
L’ho vista dirigere il trasloco con quella voce roca e ho capito che non me la sarei più tolta dalla testa. Non immaginavo cosa nascondesse sotto il corsetto.
Quando l’aria fresca mi colpì la pelle nuda capii che non eravamo in camera: mi aveva portata in giardino, legata e al buio, e chiunque avrebbe potuto vedermi.
Ogni segno che le corde lasciano sulla mia pelle mi porta un po’ più vicino all’abisso. Ma è l’unica cosa che zittisce la sua voce... quella dell’uomo che ho lasciato morire.
Il messaggio arrivò a mezzanotte e lo lessi tre volte prima di mostrarlo a mio marito. Non mi chiedeva il permesso. Mi dava istruzioni, e io già tremavo.
Accettai di pedalare cento chilometri per compiacerlo. Quello che non immaginavo era il barattolo di cayenna che mi aspettava quella notte nel lavabo dell’hotel.
Poteva annebbiare un’intera città col suo desiderio, ma quella notte fu Renata a chiudere il lucchetto, infilarsi la chiave in tasca e sorriderle come una carceriera innamorata.
Quando scesi nella palestra dell’hotel non immaginavo che avrei finito la serata con le nocche gonfie e due costole rotte che non erano le mie. Quello che venne dopo fu peggio.
Da mesi aveva la chiave della mia gabbia appesa al collo, a ricordarmi chi comandava. Quel pomeriggio, nel magazzino, imparò che il potere cambia mano più in fretta di quanto si immagini.
Teneva il vassoio tremando, la gonna che gli risaliva sulle cosce, mentre loro brindavano e ridevano. Quella notte non era un invitato: era il giocattolo della festa.
Ogni mattina entrava nell’edificio sapendo che tra le sue mani c’era il destino di ogni uomo che varcava quella porta. E le piaceva da morire.
Ogni mattina mi metto i ceppi prima di uscire nei campi. Nessuno mi obbliga: lo faccio perché il peso della catena alle caviglie è l’unica cosa che mi fa sentire viva.
Non so mai in che posizione finirò quando entro nella sua stanza delle corde. Oggi c’era un punto di sospensione già pronto, e io avevo solo un paio di mutandine che lui pensava di distruggere.
Passava i giorni a immaginare quel weekend: ogni ordine, ogni punizione, ogni limite infranto. Ho scritto tutto in un messaggio e ho premuto invio senza pensarci due volte.
Mi spogliai in silenzio, indossai le orecchie e il collare e mi infilai nel suo letto prima che si svegliasse. Gli dovevo troppo per continuare a fingere che volessi solo occuparmi di lui.
Accavallò le gambe lentamente perché lui notasse il pizzo nero sotto l'abito. Quella notte non sarebbe stato lui a comandare, anche se ancora non lo sospettava.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Abbassai i pantaloni macchiati di caffè convinto che fosse il mio grande momento. Non sapevo che proprio allora sarebbe entrata sua sorella maggiore.
La conobbi in un’app di lettura. Capelli neri, alta, intimidatoria. Accettai di essere la sua sottomessa perché non credevo che una donna così mi guardasse due volte.
Mancavano due ore alla videochiamata e il mio corpo già tremava. Non mi sarei toccata neanche una volta; bastava scrivere ciò che dovevo fare su me stessa.