Ciò che ci attendeva sull’isola delle sottomesse
Accettammo le regole senza sapere davvero a cosa ci stessimo consegnando: un’isola, vari padroni e la promessa che un no sarebbe sempre stato un no. Il resto lo decideva il desiderio.
Accettammo le regole senza sapere davvero a cosa ci stessimo consegnando: un’isola, vari padroni e la promessa che un no sarebbe sempre stato un no. Il resto lo decideva il desiderio.
Quella notte mi inginocchiai mentre un altro uomo possedeva mia moglie sul tavolo. Lui si credeva il padrone; nessuno dei due sospettava ciò che davvero accadeva tra noi.
Pensavo fosse solo un gioco di messaggi a ore impossibili, finché un pomeriggio chiuse la porta del mio ufficio, spense la luce e smise di chiedermi permesso.
Da un anno cercavo qualcuno disposto a prendermi completamente. L’e-mail di quella sconosciuta cambiò tutto: non voleva giocare con me, voleva prendersi la mia vita intera.
I suoi piedi sul bordo della mia poltrona furono solo l'inizio. Quella notte scoprii fin dove ero disposto ad arrivare per compiacerla.
Per anni le rubavo le ciabatte per nascondermi con loro. Il pomeriggio in cui mi scoprì su una scala, capì esattamente come usare il mio segreto.
Le lamentele dei vicini non la spaventavano; la eccitavano. In quell’ascensore sapeva di birra e di uomo sporco, e lei era già in ginocchio prima di arrivare all’ultimo piano.
Bastò che lei mi trovasse in ginocchio accanto al letto perché l’amicizia si spezzasse e iniziasse un’altra cosa: obbedire a ogni suo capriccio senza discutere.
La prima volta che mi ordinò di dipingermi le unghie dei piedi, mi tremavano le mani. Non per paura: per la voglia di obbedirle.
Custodivo quel segreto da anni. Bastarono una bottiglia di vodka e una vecchia infradito bianca perché lei prendesse il controllo e mi mettesse in ginocchio.
Quando mi afferrò per il braccio all’uscita, capii che non cercava delle scuse. Cercava uno schiavo, e io ero già in ginocchio prima ancora che lo chiedesse.
È bastato che lei guardasse i miei piedi nudi sulle piastrelle fredde per capire, prima di me, in che tipo di uomo potevo trasformarmi se me lo ordinava.
Scesi in bagno con un’urgenza semplice e la trovai lì, insaponata e sorridente, già consapevole dell’ordine che stavo per darle.
Ogni volta che sua sorella si voltava, lei si toglieva i sandali e teneva i piedi in vista, sapendo perfettamente cosa mi faceva e godendosi ogni secondo della mia tortura.
Si tolse la scarpa in macchina, fece scivolare il piede fino al mio inguine e sussurrò: «La tua prima volta sarà obbedendomi? Meglio per tutti e due» .
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Arrivò dall’allenamento con l’uniforme ancora addosso, mi guardò dall’alto e capii che quel pomeriggio qualcosa tra noi sarebbe cambiato per sempre.
Mi ci vollero tre mesi di pazienza per arrivare al divano di Mariana, toglierle lentamente le scarpe e scoprire se le importasse davvero che non riuscissi a smettere di guardarle i piedi.
Le dissi che mi piacevano i suoi piedi e rise. Non immaginava che quel pomeriggio, mentre badava alle nipotine, io sarei stato in ginocchio davanti al suo letto con le sue scarpe in mano.