La regola che la mia sottomessa non avrebbe mai dovuto infrangere
Le avevo chiesto una sola condizione quella sera e, quando entrò dalla porta, capii dal modo in cui mi guardò che aveva deciso di obbedirmi fino in fondo.
Le avevo chiesto una sola condizione quella sera e, quando entrò dalla porta, capii dal modo in cui mi guardò che aveva deciso di obbedirmi fino in fondo.
Sparò il riscaldamento al massimo perché nessuno smettesse di sudare. Voleva che arrivassero stanchi, sporchi e affamati di farle tutto ciò che nessuno osava chiederle.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Ero salito per offrirle aiuto da bravo vicino. Ne sono sceso molto diverso, inginocchiato nel suo bagno e obbediente a ogni parola che usciva dalla sua bocca.
Avvicinai il naso ai suoi capelli senza pensarci, una volta, due, tre. Quando girò la testa e mi chiese se mi piaceva, capii che non c’era più ritorno.
Scesi da lei credendo fosse un normale favore tra vicini. Mi accolse con un sorriso che non ammetteva domande e con un ordine a cui non seppi negarmi.
La prima volta che mi mise il collare capii che non c’era più ritorno: sarei sceso ogni volta che lei avesse chiamato, pronto a obbedire a qualsiasi ordine uscisse dalla sua bocca.
Volvió a bloquearme de todo y reapareció con una novia «decente». Craso error: nadie le quita su juguete a una mujer como yo sin pagarlo caro.
Si addormentò davanti alla TV e sapevo di non dovermi avvicinare. Ma i suoi piedi nudi sul divano erano un invito che aspettavo da mesi.
Quella sera, mentre guidavo verso casa, capii che dietro il suo sorriso malizioso c’era una nuova idea. E che non me la sarei tolta dalla testa.
Quando trovai una delle sue scarpe dimenticata nello spogliatoio, avrei dovuto lasciarla dov’era. Invece attraversai mezza città per restituirgliela, e tutto andò storto.
Per anni ho accettato per compiacere e poi correvo in bagno a sputare. Con lui ho scoperto che la barriera che mi costava di più abbattere era anche quella che nascondeva più piacere.
Sono le due del pomeriggio, lo sto accarezzando da ore e non gli ho ancora dato il permesso di venire. Oggi comando io, e lui impara ad aspettare.
Gli ho gridato che il cancello era aperto così sarebbe entrato con le mani occupate. Quello che non aveva previsto era la bombetta che lo aspettava oltre la soglia.
La conobbi a vent’anni e la desiderai in silenzio per più di un decennio. Quando ricomparve, capii che stavolta non mi sarei accontentato di guardarla.
Mancavano pochi giorni al parto e io pensavo solo a una cosa. Quando la contrazione mi piegò dal dolore, chiesi a Rocío di infilare la mano sotto il lenzuolo.
Scesi al bacino per sfuggire al caldo e finii sdraiato sulla riva, incapace di muovermi, mentre le dita di una sconosciuta decidevano a quale ritmo mi sarei arreso.
Per anni ho fantasticato di servire una donna che mi volesse ai suoi piedi. Renata non fingeva di dominare: lo faceva con una calma che mi toglieva il fiato.
Mi ha appoggiato i piedi sulle gambe, mi ha ordinato di slacciare i lacci dei sandali e, con un sorriso tutt’altro che innocente, ha detto che quello era il prezzo del suo silenzio.
Le offrii di controllarle la caviglia come medico. Lei accavallò la gamba, avvicinò il piede al mio viso e capii, in quell’istante, chi comandava davvero.