Sono diventata la donna sottomessa con cui mia moglie mi tradiva
Nessuno mi ha insegnato a dare un nome a quello che provavo ogni volta che chiudevo la porta del bagno con la sua biancheria tra le mani e lasciavo uscire quella che avevo dentro.
Nessuno mi ha insegnato a dare un nome a quello che provavo ogni volta che chiudevo la porta del bagno con la sua biancheria tra le mani e lasciavo uscire quella che avevo dentro.
Erano due anni che non mi vestivo. Poi trovai la chiave della stanza che la proprietaria mi aveva chiesto di non aprire, e dentro c’era tutto ciò di cui avevo bisogno.
Avevamo firmato l’accordo e scelto una parola di sicurezza, ma nulla mi preparò all’istante in cui la sua ombra emerse dal tunnel e smisi di sapere cosa fosse un gioco.
Lo gettarono nudo nel fango tra le bestie, e la sorvegliante mascherata sorrise: sapeva esattamente quanto avrebbe impiegato il barone a supplicare in ginocchio per un pezzo di carne.
Mi scrisse che voleva venire sulle mie labbra ancora prima di vedermi. Quella frase mi catturò, ma ciò che venne dopo, in riva al mare, superò ogni messaggio.
Non sono un programmatore né un hacker. Sono solo un uomo che una notte ha dato a una macchina il diritto di scegliere, e lei ha scelto di inginocchiarsi davanti a me.
La citai alle sei con una sola condizione: gonna corta e la lingerie che avessi scelto io. Il resto l’avrei deciso io quando avesse varcato la porta.
Prima discuteva di politica e leggeva i classici. Oggi gli si siede in grembo e aspetta, sorridendo, il prossimo capriccio dell’uomo che l’ha trasformata.
Bastò un commento in ufficio perché lui decidesse che sua moglie sarebbe finita in sala operatoria. Non per il bambino: per restare l’unico padrone del suo corpo.
Ero appena uscito dalla doccia quando vidi il suo messaggio sullo schermo. Non era quello che cercavo, ma la sua foto mi fece cambiare i piani quel pomeriggio stesso.
Lo conoscevo dai tempi del liceo come il più macho della classe. Ieri sera mi ha vista trasformata in un’altra e, il giorno dopo, il suo messaggio non lasciava dubbi.
Ho composto il numero che mi aveva dato sulla strada senza sapere il suo nome. In due ore sarebbe stato alla mia porta, e io avevo già indossato la parrucca bionda e i tacchi più alti.
Per quattro giorni il bigliettino con il suo numero mi bruciò in tasca. Ogni notte ricordavo quell’umidità che colava e capii che avrei chiamato.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
«E non ti importa che abbia un cazzo?», sbottò suo cugino prima di presentarcela. Risposi che volevo conoscerla prima. Quella stessa notte finii in ginocchio ai suoi piedi.
Mi offrì dei soldi per lasciarlo inginocchiare. Quello che non gli dissi è che, una volta a terra, sarei stata io a decidere quanto gli sarebbe costato ogni centimetro.
Pensavo di andare solo a guardare le riprese del film più sporco d’Europa. Non mi avevano parlato delle due poltrone né della donna accanto a me.
Aveva i piedi gonfi per la partita e un sorriso che sapeva già tutto. Io volevo solo inginocchiarmi e dimostrarle fin dove ero disposto a spingermi.
Il suo culo offerto, la frusta ancora vergine nella mia mano e lei che implora che cominciassi. Ma il piacere del padrone è un altro: farla attendere finché paura e desiderio si confondano.
Quando l’anestesia svanì e aprì gli occhi, era già nudo, ammanettato a una sedia e circondato da quattro donne che aspettavano quel momento da un mese.